Jack London – Il tallone di ferro

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All’inizio del Novecento Ernest Everhard, intellettuale socialista e rivoluzionario, comprende che il capitalismo americano sta mutando natura: una ristretta oligarchia finanziaria concentra nelle proprie mani ricchezza, industria, stampa, istituzioni e forza militare. Quando socialisti e lavoratori tentano di opporsi, la democrazia viene progressivamente svuotata e sostituita dalla dittatura del “Tallone di Ferro”. La vicenda è narrata dalla moglie Avis attraverso un manoscritto ritrovato secoli dopo, quando quell’ordine è ormai soltanto Storia.

Jack London non possedeva alcuna facoltà divinatoria, ma aveva la capacità di osservare il proprio tempo, riconoscerne le linee di tensione e prolungarle oltre il presente, fino alle loro estreme conseguenze. È ciò che rende questo romanzo, pubblicato nel 1908 ma scritto in gran parte l’anno precedente, uno dei grandi testi anticipatori del Novecento.
London immagina un futuro prossimo nel quale la concentrazione della ricchezza produce un’equivalente concentrazione del potere; i grandi monopoli cessano progressivamente di essere soltanto soggetti economici e diventano un potere politico; le istituzioni democratiche sopravvivono soltanto finché non minacciano realmente gli interessi di chi detiene il potere: quando incominciano a farlo, vengono neutralizzate. Intorno all’oligarchia si organizzano apparati repressivi, propaganda, controllo dell’informazione, eserciti privati e pubblici, settori privilegiati del mondo del lavoro disposti a difendere il sistema in cambio della propria posizione. La società si polarizza fino a produrre una massa enorme di esclusi e impoveriti: la terribile “bestia ruggente dell’abisso”.

Nel 2016 Sam Jordison osservava che il romanzo di London, con la sua America schiacciata sotto gli stivali di oligarchi immensamente ricchi, sembrava a tratti un documentario contemporaneo[1]. A dieci anni di distanza quella sensazione si è fatta ancora più forte, non perché viviamo letteralmente nel mondo immaginato da London, ma perché alcune delle tendenze che egli esasperava come materia narrativa sono diventate elementi strutturali delle società contemporanee: concentrazioni di ricchezza di dimensioni difficilmente concepibili all’inizio del Novecento, giganteschi soggetti privati capaci di esercitare un’influenza politica e culturale transnazionale, controllo privato di infrastrutture decisive della comunicazione, crescente precarizzazione del lavoro, erosione dei corpi intermedi, potere economico capace di oltrepassare con facilità le frontiere mentre quello dei lavoratori rimane largamente confinato al loro interno.
È importante però non trasformare London in un Nostradamus: Il tallone di ferro sbaglia molte previsioni, alcune clamorosamente. Immagina, per esempio, che la solidarietà internazionale dei lavoratori riesca a impedire una guerra tra le grandi potenze, mentre appena pochi anni dopo l’Europa precipiterà nella Prima guerra mondiale. Ma la grande fantascienza non deve “indovinare il futuro”, bensì costruire futuri possibili per interrogare il presente, se non per smascherarlo. Da questo punto di vista London vede con una lucidità impressionante.
Lo comprese benissimo Lev Trotsky quando lesse il romanzo molti anni dopo. Nel 1937 scrisse di essere rimasto colpito non tanto dalle sue qualità artistiche, quanto dall’audacia e indipendenza della sua capacità di previsione storica.[2] Il mondo del 1907 credeva ancora largamente nella possibilità di un progresso graduale, nell’espansione della democrazia e nelle riforme sociali; London, invece, immaginava già l’accumularsi della ricchezza e del potere da una parte e della miseria dall’altra, il rancore sociale, la repressione e infine la catastrofe. Trotsky si domandava stupefatto: quando è stato scritto tutto questo? Davvero prima della guerra? E, soprattutto, prima del fascismo.
È probabilmente questo l’aspetto più impressionante: London non poteva conoscere il fascismo storico, che ancora non esisteva, e tuttavia costruì una forma di dittatura oligarchica che ne anticipava numerosi meccanismi: annientamento dell’opposizione, militarizzazione della società, violenza politica sistematica, manipolazione dell’informazione, alleanza tra grande capitale e apparati repressivi, creazione di gruppi sociali relativamente privilegiati utilizzati come barriera contro la massa degli sfruttati. Trotsky arriverà a scrivere che, leggendolo dopo l’avvento dei fascismi europei, non si crede ai propri occhi: gli sembrava di trovarvi già descritti l’economia, le tecniche di governo e perfino la psicologia politica del fascismo. Anche George Orwell riconobbe nel romanzo una straordinaria anticipazione di ciò che sarebbe accaduto: London formulò una profezia davvero notevole dell’ascesa del fascismo. […] Proprio grazie alla vena selvaggia che aveva dentro di sé, London riuscì a comprendere qualcosa che Wells, a quanto pare, non riusciva a vedere.[3] 
Per questo Il tallone di ferro merita un posto molto preciso nella genealogia delle grandi distopie novecentesche: viene prima di Noi di Evgenij Zamjatin, prima del Mondo nuovo di Aldous Huxley, prima di 1984 di George Orwell, prima di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, anche se non contiene ancora la perfezione geometrica dei loro mondi chiusi. È un libro più irregolare, furioso, ibrido, nel quale romanzo, pamphlet politico, saggio economico, storia d’amore e cronaca rivoluzionaria si sovrappongono continuamente. Ma proprio quest’imperfezione costituisce parte della sua forza. Del resto, London stava lavorando su un territorio narrativo che non possedeva ancora tutte le convenzioni che avrebbe acquistato nei decenni successivi.

E qui occorre chiarire un punto che dovrebbe essere ovvio ma che, a leggere certe disamine, così ovvio non è: Il tallone di ferro è anche fantascienza. Non perché vi compaiano astronavi, robot o invenzioni tecnologiche mirabolanti, che con la definizione di fantascienza hanno assai meno a che fare di quanto una concezione scolastica vorrebbe credere e far credere – è fantascienza perché appartiene pienamente alla narrativa speculativa: prende il mondo contemporaneo dell’autore, ne seleziona alcune tendenze economiche, tecnologiche, politiche e sociali, formula un’ipotesi sulla loro evoluzione e costruisce una società futura coerente con quell’ipotesi. Il procedimento è esattamente quello che ritroveremo in Zamjatin, Huxley, Orwell e Bradbury e che abbiamo trovato in Wells[4]. Cambia la variabile sottoposta all’esperimento, non il principio dell’esperimento.
Anzi, London rende esplicito il futuro attraverso una delle trovate più ingegnose del romanzo. Quello che leggiamo sarebbe infatti il cosiddetto Manoscritto Everhard, scritto da Avis Everhard all’inizio del XX secolo e ritrovato molti secoli più tardi. Il testo è pubblicato e annotato dallo storico Anthony Meredith nell’anno 419 dell’era della Fratellanza dell’Uomo. Le note che percorrono tutto il testo correggono, spiegano e contestualizzano il racconto di Avis dal punto di vista di una civiltà futura per la quale il Tallone di Ferro è ormai un remoto periodo storico.
È un dispositivo narrativo formidabile, perché produce una doppia prospettiva temporale: noi leggiamo una donna che tenta di comprendere il futuro mentre un uomo del futuro interpreta il suo passato. Sappiamo inoltre fin dall’inizio qualcosa che Avis non può sapere: la rivoluzione alla quale partecipa fallirà, Ernest sarà sconfitto e l’Oligarchia dominerà ancora a lungo. Le note provenienti dai secoli successivi trasformano così la cronaca politica in archeologia del futuro. Anche il brusco interrompersi del manoscritto acquista una potenza particolare proprio perché conosciamo già, attraverso quella cornice futura, il destino generale di ciò che stiamo leggendo.
È fantascienza sociale, dunque, di quella che usa il futuro come laboratorio politico. Valerio Evangelisti parlava non a caso di fantapolitica marxista e collocava esplicitamente il romanzo accanto a 1984 e Brave New World, sottolineandone la capacità di anticipare la guerra mondiale, il fascismo e perfino l’emergere dell’Oligarchia sostenuta da settori privilegiati del mondo del lavoro[5]. Del resto London non fu affatto un turista occasionale del fantastico: Prima di Adamo, La peste scarlatta, Il vagabondo delle stelle e diversi racconti dimostrano quanto efficacemente sapesse utilizzare anticipazione, catastrofe, evoluzionismo, speculazione scientifica e fantastico come strumenti per interrogare la società.

Naturalmente Il tallone di ferro non è un romanzo perfetto. È ideologico senza pudore, a tratti didascalico, spesso sovraccarico di discussioni teoriche. Ernest Everhard parla moltissimo e quasi sempre per dimostrare qualcosa; Avis tende talvolta a contemplarlo più che a raccontarlo; intere sezioni possono sembrare più vicine al pamphlet socialista che al romanzo. Il giudizio riportato nel testo di Jordison è spietato ma divertente: secondo un altro recensore, i primi due terzi assomiglierebbero a una versione socialista del Mondo di Sofia,[6] nella quale il protagonista espone continuamente teorie e la fidanzata interviene per ricordarci quanto sia brillante.
Poi però arriva la Comune di Chicago, e il libro cambia passo. La teoria diventa carne, sangue, folla, repressione, guerra urbana. Quella che poteva sembrare un’astratta dimostrazione politica assume improvvisamente la concretezza dell’orrore. Lo stesso Trotsky, che non considerava la forma artistica il principale pregio dell’opera, riconosceva negli ultimi capitoli affreschi di grande potenza della guerra civile.
È proprio in questi capitoli che comprendiamo definitivamente che cosa London stesse tentando di fare: non descrivere il futuro, ma mettere il presente sotto pressione fino a costringerlo a confessare ciò che conteneva. La sua Oligarchia non nasce infatti da un’invasione aliena, da una macchina impazzita o da un cataclisma, ma dalla normalità: dall’accumulazione della ricchezza, dalla trasformazione del potere economico in potere politico, dall’indebolimento delle istituzioni, dalla paura delle classi dominanti di perdere i propri privilegi e dalla disponibilità di una parte della società a difenderli. Il mostro non arriva da fuori: cresce dentro il sistema.

Questo rende Il tallone di ferro ancora più perturbante nel XXI secolo. Già nel 1937 Trotsky osservava che le iperboli romantiche di London si erano dimostrate più realistiche dei calcoli dei politici che si ritenevano sobri e pragmatici; oggi potremmo aggiungere che alcune di quelle iperboli hanno assunto forme che London non avrebbe nemmeno potuto immaginare. Il potere economico non controlla soltanto fabbriche, ferrovie, giornali e polizia: può possedere piattaforme attraverso le quali miliardi di esseri umani comunicano, raccogliere quantità immense di informazioni sui loro comportamenti, orientare la circolazione delle notizie, influenzare consumi e opinioni, operare simultaneamente in decine di Paesi. La tecnologia non ha abolito le dinamiche individuate da London, anzi, ne ha moltiplicato la portata possibile.
Naturalmente questo non significa che il Tallone di Ferro sia già calato su di noi né che la storia debba necessariamente procedere nella direzione immaginata dal romanzo. Sarebbe un modo molto poco londoniano di leggerlo. La distopia non è una profezia alla quale arrendersi: è un allarme. Descrive il futuro peggiore proprio affinché quel futuro possa essere riconosciuto prima di diventare presente, affinché possa essere affrontato ed esorcizzato.

È questo che accomuna London a Zamjatin, Huxley, Orwell e Bradbury. Noi ci mette in guardia contro la riduzione dell’individuo a numero; Il mondo nuovo contro una società che sostituisce la coercizione con il condizionamento e il piacere programmato; 1984 contro un dominio che pretende di controllare persino la realtà e la memoria; Fahrenheit 451 contro una civiltà che può arrivare a rinunciare volontariamente alla complessità del pensiero. Il tallone di ferro pone una domanda ancora precedente: che cosa accade quando una concentrazione smisurata della ricchezza diventa una concentrazione smisurata del potere?
La risposta di London è brutale, ed è trascorso più di un secolo senza che la domanda abbia perduto nulla della propria urgenza. Anzi. È questo, molto più delle singole profezie azzeccate, che fa del Tallone di ferro non soltanto un documento fondamentale della cultura socialista dei primi del Novecento e uno dei progenitori della distopia moderna, ma un classico della fantascienza politica: un romanzo che immagina il domani per costringerci a vedere meglio l’oggi.

Quando un libro del 1908 riesce ancora a farci domandare, come Trotsky nel 1937, davvero è stato scritto allora?, significa che ha visto molto lontano. Oppure, ed è l’ipotesi più inquietante, significa che siamo noi a non esserci allontanati abbastanza dal mondo che Jack London aveva visto arrivare.


[1] Sam Jordison, Jack London’s vision of workers’ future looks a lot like our present, The Guardian, 22 novembre 2016.
[2] Joan London, Jack London and His Times: An Unconventional Biography, Doubleday 1939. Trotsky scrisse il suo commento nel 1937, in Messico, dopo che Joan London, figlia dello scrittore, gli ebbe fatto conoscere il romanzo. Il testo venne poi pubblicato nella biografia di Joan London, Jack London and His Times, e successivamente in The New International, vol. XI, n. 3, aprile 1945.
[3] George Orwell, Prophecies of Fascism, Tribune, 12 luglio 1940. Orwell si riferisce a Il risveglio del dormiente (The Sleeper Awakes, pubblicato a puntate dal 9 gennaio a maggio 1899, poi profondamente riveduto e pubblicato nel 1910 con il titolo When the Sleeper Wakes). Wells immagina un uomo che dorme per oltre due secoli e si risveglia in una Londra futura dominata da una rigidissima società di caste, nella quale i lavoratori sono sostanzialmente schiavi e il potere è concentrato nelle mani di un’oligarchia, dunque le somiglianze con London sono tutt’altro che marginali. Ma è proprio qui che Orwell individua la differenza decisiva: il mondo di Wells è dominato da classi superiori “molli, ciniche e prive di fede”, nonché di autentici scopi. Vivono del lavoro degli oppressi essenzialmente per godersi la vita. Orwell non ritiene credibile che un simile sistema possa durare. Per lui, London capisce meglio di Wells la natura del potere: i plutocrati del Tallone di ferro non sono decadenti che vogliono soltanto conservare ricchezza e piaceri: sono disciplinati, capaci, combattivi e, soprattutto, credono sinceramente che la civiltà dipenda da loro e che quindi il loro dominio sia necessario. Per questo sono disposti a esercitare una violenza spaventosa per conservarlo. È questa componente ideologica, quasi religiosa, del dominio che agli occhi di Orwell rende London assai più vicino alla futura realtà fascista.
[4] Orwell (op. cit.) afferma esplicitamente che vale la pena confrontare Il tallone di ferro con When the Sleeper Wakes, “to which it owes something”, al quale deve qualcosa. Dunque lo stesso Orwell nel 1940 considera del tutto naturale confrontare Il tallone di ferro con un’opera di H. G. Wells, definendoli entrambi imaginative novel[s] of the future. Dunque possiamo tranquillamente inserire Wells nella genealogia della grandi distopie novecentesche, naturalmente senza pretendere una semplicistica catena di influenze dirette.
[5] Jack London: “Yours for the revolution”, introduzione all’edizione de Il tallone di ferro pubblicata da Nova Delphi Libri, nella traduzione di Andrea Aureli, nel 2016.
[6] Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia. Romanzo sulla storia della filosofia, traduzione dal norvegese di Margherita Podestà Heir, Longanesi, 1994. La protagonista, Sofia Amundsen, è una quattordicenne che riceve misteriosi messaggi contenenti domande come “Chi sei?” e “Da dove viene il mondo?”. Da lì prende avvio un percorso attraverso Socrate, Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Kant, Hegel, Marx, Freud etc., inserito in una vicenda narrativa che diventa progressivamente più fantastica e metanarrativa.
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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web. ---------- Heiko H. Caimi, born in 1968, is a writer, screenwriter, poet, and creative writing teacher. He has worked with a number of publishers, including Mondadori, Tranchida, and abrigliasciolta. He has taught at the Egea Bookshop at Bocconi University in Milan, as well as at various schools, libraries, and cultural associations in Italy and Switzerland. Since 2013, he has served as editorial director of the literary magazine “Inkroci”. He is one of the founders and organisers of “Libri in Movimento”, a travelling literary festival. He contributed the column “Pagine in un minuto” to the news publication “InPrimis” and has also contributed to writer Barbara Garlaschelli’s blog “Sdiario”. He is the author of the novel “I predestinati” (Prospero, 2019) and has edited the short-story anthologies “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch’io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (with Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (with Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024), “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (with Giovanni Peli, Calibano, 2025), and “Niente da salvare” (with Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). His short stories have appeared in numerous anthologies and magazines, as well as online.

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