Nel vasto paesaggio della letteratura mondiale esistono testi che sono sorgenti di civiltà. Tra questi occupano un posto singolare le Gāthā, gli antichissimi inni conservati nell’Avesta e attribuiti alla figura del profeta iranico Zarathustra, che la nostra tradizione chiamò Zoroastro.
Se vogliamo cercare il punto in cui la poesia dell’Iran incomincia, dobbiamo arrivare proprio a questi versi composti probabilmente tra il secondo e il primo millennio avanti Cristo, in una lingua oggi estinta ma strettamente imparentata con il vedico dell’antica India. È l’avestico antico, idioma solenne e rituale, sopravvissuto per secoli attraverso la trasmissione orale prima di essere fissato nella raccolta sacra dello zoroastrismo.
Le Gāthā costituiscono il nucleo più arcaico e filosoficamente intenso dell’Avesta. Non sono racconti, né cronache, e neppure formule magiche: sono inni poetici, diciassette componimenti suddivisi in cinque gruppi, nei quali la voce del profeta si rivolge agli uomini e al dio supremo, Ahura Mazda. Il tono è quello di una meditazione appassionata sulla condizione umana.
In questi versi prende forma una delle idee più potenti della religione iranica antica: l’universo è attraversato da un conflitto morale tra verità e menzogna, tra ordine cosmico e caos. L’uomo non è un semplice spettatore di questa tensione, ma un protagonista: deve scegliere, e la sua scelta ha un peso cosmico.
La poesia delle Gāthā nasce dunque da una situazione storica e spirituale ben precisa. L’Iran delle steppe e degli altipiani era allora abitato da tribù indo-iraniche che praticavano culti complessi e spesso violenti. Zarathustra appare, nella tradizione, come un riformatore religioso: contesta alcuni rituali antichi e propone una visione etica della religione, fondata sulla responsabilità individuale. La poesia diventa lo strumento di questa rivelazione.
Non stupisce quindi che questi testi abbiano una forma altamente strutturata. I versi seguono schemi metrici rigorosi, simili a quelli degli inni vedici, e impiegano parallelismi, invocazioni, immagini cosmiche. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è la tecnica, ma il tono. È una poesia intensamente personale. Zarathustra parla, domanda, dubita, supplica, proclama. A volte sembra rivolgersi direttamente all’umanità intera.
Nel corso dei secoli questi inni furono trasmessi oralmente dai sacerdoti zoroastriani. La loro antichità e la complessità linguistica fecero sì che diventassero quasi incomprensibili già in epoca sasanide; tuttavia continuarono a essere recitati e venerati come parole originarie della rivelazione. Quando la letteratura persiana rinacque in epoca islamica, molti secoli dopo, la memoria delle Gāthā rimase come una radice profondissima della cultura iranica, anche se la nuova lingua poetica sarebbe stata molto diversa.
Eppure qualcosa di quella voce primordiale continua a vibrare anche nella grande poesia persiana successiva, da Ferdusi a Hafez: l’idea che la parola poetica possa parlare non solo al cuore, ma al destino morale del mondo.
Ascoltate con le orecchie migliori…
Uno dei passaggi più celebri delle Gāthā si trova all’inizio della Yasna 30. Qui il profeta invita gli uomini ad ascoltare e a riflettere prima di compiere la loro scelta tra verità e menzogna. È uno dei momenti più alti della poesia religiosa antica.
Testo originale (avestico)
at̰ tā vō vāstrəm fraōxtā
sraotā gəušāiš vahištāiš
mananghā vīciθāiš dāidyāi
hyat̰ īš dēngō vaŋhəuš mazdāi
paiti vīspā vīcīθā ahmāi.
Traduzione italiana
Ascoltate con le orecchie migliori
le parole più alte;
riflettete con mente luminosa,
ciascuno per sé,
prima che la grande scelta sia compiuta.
In questi pochi versi si concentra un’idea radicale: la religione non è obbedienza cieca, ma consapevolezza morale. L’uomo deve ascoltare, comprendere, scegliere. Non è soltanto un fedele, ma un essere responsabile.
Per questo motivo le Gāthā non sono soltanto il documento più antico della spiritualità iranica. Sono anche uno dei primi esempi, nella storia della letteratura, di poesia filosofica: versi in cui la parola poetica diventa luogo di interrogazione sull’etica, sul destino umano e sull’ordine del cosmo.
Ed è forse proprio qui che si trova la loro grandezza. Prima delle grandi epopee persiane, prima delle raffinate liriche medievali, la poesia iranica nasce già come un atto di coscienza. Una voce antichissima che invita l’uomo ad ascoltare, pensare e scegliere. Un invito che, a distanza di millenni, continua ancora a risuonare.



























