La sequenza del fiore di carta di Pier Paolo Pasolini

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Siamo in piena estate 1968, quando Pier Paolo Pasolini partecipa con Carlo Lizzani, Marco Bellocchio, Jean-Luc Godard e Bernardo Bertolucci a un film a episodi: Amore e rabbia – titolo di lavorazione Vangelo ’70 –, basato sull’idea originale di Piero Badalassi e Puccio Pucci, volta a rileggere il Vangelo da un punto di vista laico (per un approfondimento sul film clicca qui).

La sequenza del fiore di carta è il terzo episodio – durata 10’ e 28” (287 metri di pellicola) –, girato in un solo giorno, in via Nazionale, a Roma; Ninetto Davoli protagonista, Riccetto innocente che vive spensierato, disinteressato ai problemi del mondo. Si torna al tema di Edipo re, in forma di fiaba: l’innocenza è di per sé colpevole, il disimpegno è impossibile. Ninetto Davoli passeggia per le strade di Roma, inconsapevole delle tragedie fuori dal suo mondo, rappresentate da immagini violente sovrapposte alla spensieratezza del ragazzo, che Pasolini inserisce sullo sfondo, per contrasto. Vediamo sequenze di morte, guerra, distruzione, bombardamenti, ricordi della Guerra Mondiale, persino la fine di Che Guevara, alternati alla disincantata superficialità del Riccetto. La voce di Dio – che cambia tono dal maschile al femminile, interpretata da Bertolucci, Pasolini, Graziella Chiarcossi e Aldo Puglisi – si rivolge al ragazzo per colpevolizzarlo della sua innocenza.

Il fiore di carta che Davoli porta a spasso per Roma – un enorme papavero rosso – rappresenta la falsa vitalità, la gioia di vivere (in fondo irreale) che mostra chi non vuol sapere quali e quanti problemi affliggano il mondo. Pasolini sembra dire che non esiste un diritto alla purezza e all’innocenza: se non sei un bambino non esiste un diritto al disimpegno, non si può essere fico che non dà frutti, come accade nel Vangelo. La maledizione di Dio cade sul ragazzo che non ascolta la sua voce, perché non è consentito chiudere gli occhi e ignorare la realtà vivendo una vita inutile che è solo sopravvivenza.
Riccetto non comprende la voce di Dio, siano suppliche o anatemi, e finisce per morire inconsapevole, proprio come ha vissuto, tra un sorriso e una battuta, tra il disimpegno e lo scherzo. Dio folgora il Riccetto mentre il fiore di carta resta intatto: il papavero enorme e innaturale non può morire, perché artificiale.

Finale drammatico per un apologo fiabesco girato con leggerezza, molto cinematografico, con un montaggio accurato di immagini sovraesposte di guerre, campi di concentramento, rivolte, che continuano a scorrere anche dopo la morte del ragazzo. Il mondo problematico che la genuina spensieratezza del Riccetto non voleva vedere resta in primo piano.

Ignobile il giudizio sintetico e sprezzante di Pino Farinotti: Pasolini mostra il solito Ninetto Davoli, mentre il breve frammento poetico è uno dei punti più alti e riusciti del film: il regista raggiunge lo scopo con leggerezza e profondità, oltre a fare cinema in senso pieno. Serafino Murri – a buon diritto – inserisce questi dieci minuti di cinema fiabesco in una sorta di ideale trilogia, composta anche da Edipo Re e Teorema, sull’inautenticità dell’identità dell’uomo occidentale. Pasolini compie una prima abiura contro le classi sociali subalterne, ormai troppo integrate nel sistema borghese, molto diverse dai poveri di Accattone e di Mamma Roma.

Un film che è una dichiarazione di impegno politico messa in scena con gli strumenti dell’apologo fiabesco e del cinema di poesia.


Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini (terzo episodio del film Amore e rabbia). Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Montaggio: Nino Baragli. Musiche: Giovanni Fusco e a cura del regista. Aiuti Regia: Maurizio Ponzi, Franco Brocani. Produzione: Castoro Film (Roma), Anouchka Film (Paris). Produttore: Carlo Lizzani. Pellicola: Kodak Eastmancolor. Formato: 35 mm., colore, cinemascope. Macchine da Presa: Arriflex. Sviluppo e Stampa: Cinecittà – Teatri C.S.C.. Registrazione Sonora: Sound Recording Service. Sincronizzazione: NIS Film. Mixage: Renato Cadueri. Distribuzione: Italnoleggio cinematografico. Riprese: estate 1968. Esterni: Roma. Durata: 10’ 28” (287 metri). Interpreti: Ninetto Davoli (Riccetto), Rochelle Barbieri (ragazzina), voci di Dio (Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, Aldo Puglisi).

 

 

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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