Silvio Donà – Extraterrestre vs commercialista

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Cosa penserà la gente di me?
Che sono un ebete. Chiaro. Difficile dargli torto.
Che vuoi pensare di uno che, seduto al tavolo di una pizzeria con una compagnia di amici, si estranea di continuo, guarda in giro e si perde per cinque minuti buoni a giocherellare col tovagliolo, fissando incantato, con espressione non proprio intelligentissima, i riflessi del lampadario sul bicchiere?
Un narcolettico, uno che soffre di crisi “a tempo” di autismo, che entra ed esce da un mondo parallelo, tipo Le Cronache di Narnia, e senza neanche bisogno di un armadio in cui scomparire.
Mia moglie è abituata. Seduta al mio fianco chiacchiera tranquillamente a destra e a manca, senza far caso al “coso” che le vegeta vicino. Se ha bisogno mi interpella. Lo sa che sono abbastanza reattivo. Nel giro di uno o due secondi il mio cervello riprende a funzionare in modo normale, gli occhi si risintonizzano su questo universo e riesco a rispondere in modo il più delle volte sensato. E comunque sono diventato bravissimo a fare finta. Ho una buona scorta di frasi pronte, valide per tutte le occasioni, del tipo: «eh, in effetti…»; oppure: «del resto è così!».
Le volte poi in cui atterro troppo bruscamente, senza riuscire a ricostruire l’argomento della conversazione (che magari è cambiato quattro volte dal momento in cui ho perso contatto con il mondo), mi nascondo dietro un sorriso timido e gentile. È una buona strategia. Quando sorridi in modo timido e gentile è difficile che ti diano un cazzotto in faccia. Per lo meno non a un tavolo di pizzeria.
Dopo di che ascolto un paio di commenti, leggo il tono della conversazione, capto l’atmosfera generale e, tempo qualche minuto, riesco a tirar fuori un battuta neanche tanto malvagia. Gli altri ridono e si convincono che no, dai, in fondo non sono così suonato. Un po’ ebete, ma non del tutto andato via di testa.
Insomma, come uno di quei terzini tignosi, tutto grinta e niente tocco di palla, mi salvo in corner.
Quello che alcuni proprio non riescono a capire è come faccia uno come me a scrivere dei libri.
Non capiscono che con un lavoro, una famiglia e un po’ di interessi sparsi, se ci riesco è proprio per questo: perché non scrivo solo quando, nel silenzio della mia cameretta, siedo davanti al computer, ma lo faccio spesso, spessissimo, anche dentro la testa, pure in mezzo al casino, persino al tavolo di una pizzeria, tra un commento su quanto è ingrassata la tale attrice e l’arrivo della “scamorza affumicata e speck” che ho ordinato. Inseguo le mie storie, le giro e le rigiro, le rivolto come farina e acqua nel paiolo che, un po’ per volta, diventano polenta. Non esploderebbe mai un bel sole giallo e fumante sul tagliere di legno se non fosse stato rigirato a lungo e con amore nella pentola di rame. E così faccio io: ogni tanto varco il confine ed entro in quella stanza segreta che ho dentro la testa, in cui conservo le storie.
Ce ne sono tante, tantissime, scaffali e scaffali di storie, la maggior parte delle quali non so nemmeno che sono lì. Le conservo senza averne consapevolezza. Sono tutte le storie lette nei libri, viste nei film, ascoltate dalla voce di mille persone incrociate nella vita. Nulla va perso, neppure quello che sembrava scordato, neppure quello che non so più da dove venga e come ci sia arrivato, su quegli scaffali. Un archivio immenso da cui si può tirar fuori di tutto. Come un’enorme scatola di Lego, con dentro pezzi spaiati provenienti da diecine di scatole e confezioni diverse. Una volta sono stati aerei, astronavi, macchine, case, ruspe, carri armati. Ora è tutto mescolato insieme. È difficile ritrovare in quel casino i pezzi necessari per rimettere insieme, per esempio, l’astronave di Guerre Stellari, ma a me non importa. Io non sono memoria storica che ripropone quello che ha sentito. Io sono uno scrittore. Pesco a piene mani in quel caos per costruirne una nuova, di astronave. Un’astronave con ruote di macchinina che diventano cannoni laser e la finestra di una villetta al posto della cabina di pilotaggio. Oppure una macchina da corsa con gli alettoni di un cacciabombardiere. O una casetta senza porta da cui si entra da una botola sul tetto.
Sarà a causa di questo lavorio frequente e sotterraneo che scordo date e compleanni, ombrelli e visite mediche, che salto clamorosamente uscite della superstrada e che a volte giro come un rabdomante, con le chiavi in mano, alla ricerca del luogo dove ha parcheggiato la macchina?
Forse. O magari sono i primi sintomi dell’Alzheimer. Chissà.
Non sono proprio contentissimo: anche a me certe volte piacerebbe essere di quelli efficienti, padroni delle situazioni, organizzati, attenti, con tutto sotto controllo.
Guarda ad esempio il marito dell’amica di mia moglie che mi siede di fronte. Tiene banco, sa tutto lui e quando non sa… sa lo stesso!
Commercialista, con la BMW, con l’iphone, che gioca a calcetto (naturalmente io sono una pippa a calcetto, che ve lo dico a fare?), che conosce tutta la città che conta, che sta entrando in politica (e, comunque, fa i comizi anche quando parla di dove andare in vacanza, per cui…) e che, quando gli hanno detto che scrivo, l’unica cosa che ha avuto interesse a chiedere è: «ma si guadagna bene?» e, preso atto che non ci guadagno una cippa, mi ha cancellato dal campo visivo, come se davanti gli si aprisse una terrazza sul Gran Canyon.
Da scommetterci che lui non si fa mai beccare con l’espressione beota a pensare ai fatti suoi, che non ha tempo da perdere a ragionare per un’ora se il protagonista del romanzo debba avere 13 o 15 anni, con tutti i pro e i contro narrativi di questa scelta (sarà diverso il linguaggio, sarà diverso il punto di vista, sarà differente la libertà di azione…), che lui le uscite della superstrada non le salta mai. Del resto la sua BMW ha di sicuro il navigatore satellitare incorporato.
Sì, insomma, non è che mi piacerebbe essere “esattamente” come lui, visto che con tipi così non ho mai legato, ma vorrei almeno avere una fetta della sua efficienza, del controllo che sembra avere sulla propria vita e sul mondo circostante.
Essere meno sconclusionato, insomma.
Arrivano le pizze. Quella del commercialista per prima, ovviamente. Comincia a mangiarla senza aspettare, ovviamente: «sennò si fredda!».
La mia arriva per ultima, altrettanto ovviamente, e solo dopo che, al terzo timido tentativo, sono riuscito ad attirare l’attenzione del cameriere il quale, impietosito, è andato a perorare la mia causa presso il pizzaiolo, e si scusa per il ritardo, fa arrivare una “scamorza e salmone affumicato” invece della prevista “scamorza e speck”.
Siccome è tardi e io odio far aspettare gli altri la prendo senza battere ciglio, ringrazio persino il cameriere per il suo poco accorto interessamento e mi sforzo di mangiarla a velocità supersonica, ustionandomi la lingua e macchiandomi la camicia. Tutto con un boccone solo.
Ovviamente il commercialista, che la sua pizza l’ha finita da un pezzo e sbevazza un amaro fatto con ottocento erbe, probabilmente le più puzzolenti del pianeta, e che ammorba l’ambiente circostante cambiando il sapore di quello che mangio (pizza “scamorza, salmone e ginseng?”), con la sua mente attenta ai dettagli ricorda perfettamente che avevo ordinato una cosa diversa e mi chiede: «Perché ti stai mangiando quella schifezza che non è quello che avevi chiesto?». Lo chiede, ovviamente, con un tono di voce abbastanza alto da far interessare alla vicenda anche il tizio che guarda le macchine nel parcheggio. Io assicuro che non fa niente, che mi piace anche così, ma ho non solo la faccia, ma persino i risvolti della giacca rossi di vergogna, per cui risulto poco credibile.
Arriva il conto. Il commercialista lo acchiappa, annuncia l’ammontare al popolo e incita tutti a «cacciare la propria quota». Io provo a fare la divisione a mente, anche se in matematica sono sempre stato una pippa (quasi peggio che a calcetto), ma il commercialista batte tutti sul tempo facendo la divisione con l’iphone.
Si paga, si recuperano borse e giacconi, ci si avvia verso l’uscita, ci si saluta, si va ognuno verso la propria macchina.
Io tiro fuori le chiavi della mia e…
Mia moglie scuote la testa, rassegnata, poi mi prende sotto braccio e, senza dire niente, mi fa ruotare nel senso opposto a quello che avevo preso con decisione e mi guida dove abbiamo parcheggiato.
Sulla strada di casa mi sento un po’ depresso.
«Che tipo il marito di Claudia…» dice a un certo punto mia moglie.
Il marito di Claudia è il commercialista.
«Uno di quelli che ha sempre tutto sotto controllo, eh?» dico, mogio mogio.
Lei mi guarda sorpresa. «Tutto sotto controllo? Ma che dici! Se lo sanno tutti che è fallito un paio di volte e che non è vero che è un commercialista! Manco la macchina è sua, che l’hanno dovuta intestare a Claudia per non farla pignorare. Poveretta. È lei che lo mantiene. Io non ho mai capito perché non lo manda a cagare…».
Nella penombra che regna nell’auto, mentre attraversiamo i viali quasi deserti della città ormai immersa nel sonno, mi si apre lentamente sul volto un grosso e, diciamolo, un po’ perfido sorriso.
Che resta lì per qualche minuto, ad aleggiare.
Fino a quando mia moglie, con tono neutro, senza nemmeno sospirare, mi annuncia che ho appena saltato il bivio che porta a casa.

FINE

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Silvio Donà
È nato in Veneto l’anno in cui la sonda Mariner 4 è atterrata per la prima volta su Marte. Vive in Puglia. È sposato e ha due figli. Oggettivamente i due ragazzi più belli del mondo. Ha preso (inavvertitamente) una laurea in legge e lavora nell’ufficio legale di una banca. Ha pubblicato per Leone Editore i romanzi di ambientazione fantascientifica: "Extasia" (2015) e “Pinocchio 2112” (2009) e il romanzo breve (ironico) “Luisa ha le tette grosse” (2011). Finalista nell’edizione 2011 del “Torneo letterario Io Scrittore”, ha pubblicato in formato ebook per GEMS (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) il romanzo “Nebbie” (2012). Nel 2017 ha pubblicato per CentoAutori “La ragazza che non sapeva respirare le nuvole”. Ama scrivere anche storie brevi e ha pubblicato numerosi racconti. Ha vinto concorsi letterari a livello nazionale (ad es. il Premio “Mondolibro” e Il Premio “Orme Gialle”). Per il cinema insieme a Antonio De Santis ha scritto soggetto e sceneggiatura del film “Mi rifaccio il trullo” con Uccio De Santis e Lorena Cacciatore, regia di Vito Cea, uscito nei cinema a marzo 2016. Collabora con riviste e con la moglie Imma, che di recente è riuscita a insegnargli a stirare.

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