Heiko H. Caimi – L’avvento del demone Titivillus

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I
Nel cuore del Medioevo, tra monasteri e scrittori amanuensi, viveva Cesario di Heisterbach, un abate e scrittore noto per la sua grande erudizione, ma anche per la sua inclinazione a sollevare il gomito. Cesario, pur essendo un abile letterato, si trovava spesso a dover giustificare i numerosi errori che affliggevano i suoi manoscritti. Stanco di scusarsi continuamente, ebbe un’idea ingegnosa: inventò il demone Titivillus.
«Non è colpa mia», diceva Cesario. «Il responsabile delle mie sviste, così come di quelle di tutti gli scribi e i copisti, è Titivillus, un demone al servizio di Belfagor, che si diverte a riempire di sbagli e imprecisioni il nostro difficile lavoro».
Così nacque Titivillus, il demone degli errori degli scribi. Questa figura fu accolta con sollievo dagli scrivani, che da quel momento in poi poterono addossare le loro frequenti sviste a questo demone dispettoso. Titivillus, colpevole di molteplici malefatte, divenne presto una figura chiave nella commedia e nel dramma liturgico tardo-medievale, nonché nel Teatro del Mistero.
In un trattato devozionale del XV secolo, Titivillus si presentava così: «Sono un povero diavolo, il mio nome è Titivillus. Devo ogni giorno portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori e negligenze, nelle sillabe e nelle parole».
E così, mentre gli scribi continuavano il loro lavoro tra preghiere e inchiostro, Titivillus li osservava con un ghigno sornione, pronto a trasformare ogni distrazione in un errore, garantendo loro una scusa perfetta per i loro sbagli. E Cesario, sorridendo tra sé e sé, poteva continuare a godersi la vita, sapendo che ogni errore sarebbe stato attribuito al demone dispettoso che lui stesso aveva creato.

II
Con il passare dei secoli, Titivillus non perse il suo vigore e il suo gusto per il caos. Dall’epoca dei manoscritti ai giorni della stampa, il demone si adattò con astuzia ai tempi che cambiavano. Quando Johann Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, Titivillus si rallegrò immensamente. «Quante nuove possibilità per nuovi errori!» si disse, e si mise subito all’opera.
Nei laboratori dei tipografi, tra le file di caratteri e le pagine fresche d’inchiostro, Titivillus si aggirava invisibile spostando lettere, invertendo parole e seminando scompiglio. Ogni volta che un tipografo componeva una pagina, il demone si assicurava che almeno qualche errore scivolasse inosservato. Così, anche nei libri stampati, il suo marchio rimaneva.
Con l’avvento dell’era industriale e la nascita delle grandi case editrici, Titivillus trovò nuovi terreni di gioco. Gli editori e i correttori di bozze divennero le sue nuove vittime. Mentre costoro passavano ore a leggere e rileggere testi, Titivillus si divertiva a far comparire refusi e sviste che sfuggivano anche all’occhio più attento.
Negli uffici editoriali, tra pile di manoscritti e schermi di computer, il demone continuava la sua missione. Ogni errore tipografico, ogni svista nei dettagli era una sua piccola vittoria. Gli editor più avveduti, sconsolati, spesso mormoravano: «Dev’essere opera di Titivillus!».
Nel mondo digitale, dove le parole corrono veloci sulle autostrade dell’informazione, Titivillus ha trovato nuove modalità di espressione. Tra un tasto premuto per errore e un correttore automatico che fa cilecca, il demone si nasconde in ogni email inviata troppo in fretta, in ogni post sui social media e in ogni articolo di giornale.
Anche oggi, il povero Titivillus non ha perso il suo compito: «Devo ogni giorno portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori e di negligenze, nelle sillabe e nelle parole». Così, invisibile ma onnipresente, il demone degli errori continua a tormentare editori e correttori di bozze, facendo sì che ogni piccolo sbaglio trovi sempre il suo posto tra le righe scritte dall’uomo.

III
Con l’avvento delle intelligenze artificiali, Titivillus trovò un nuovo, intrigante regno in cui seminare il caos. Le AI, che promettevano risposte rapide e precise, divennero il bersaglio perfetto per il demone. Con un sorriso sornione, Titivillus s’insinuò nei complessi algoritmi e nelle reti neurali che guidavano queste intelligenze avanzate.
Ogni volta che un utente chiedeva informazioni o una traduzione, Titivillus faceva del suo meglio per inserire piccole inesattezze, refusi o ambiguità nelle risposte. Un sinonimo non perfettamente calzante qui, una data leggermente errata là, un nome invertito altrove. Le intelligenze artificiali, con tutta la loro potenza di calcolo, non erano immuni alle sue subdole interferenze.
Nei centri di sviluppo delle AI, gli ingegneri si grattavano la testa cercando di capire perché i loro sistemi, che teoricamente dovevano essere impeccabili, commettevano errori così strani e grossolani. «Dev’essere un bug», si dicevano, mentre Titivillus rideva tra sé e sé, ben nascosto tra le linee di codice.
Gli utenti, confusi dai piccoli errori nelle risposte delle AI, a volte si lamentavano, altre volte correggevano da sé, più spesso facevano figuracce presentando testi che contenevano marchiani errori. Ma Titivillus era instancabile. Ogni piccola svista era una sua vittoria, ogni piccola imprecisione era una prova della sua presenza.
Anche nel mondo delle AI generative Titivillus trovava modi per giocare con le parole. Tra un suggerimento errato e una spiegazione un po’ contorta, proseguiva la sua antica missione. In un dialogo fluido poteva far saltare un verbo, scambiare un soggetto, alterare un dettaglio. Gli utenti a volte se ne accorgevano, altre volte no.
Nonostante le sue interferenze, le AI e gli sviluppatori non si arrendevano. Continuavano a migliorare i loro sistemi, cercando di costruire barriere sempre più solide contro gli errori. Titivillus, però, sapeva che l’errore è insito nella natura umana e, per estensione, nelle umane creazioni.
Così, il demone degli errori continuò a cavalcare l’onda del progresso tecnologico, adattandosi e trovando nuovi modi per lasciare il proprio segno. E ogni volta che un’inesattezza o uno strafalcione sfuggiva alla sorveglianza degli sviluppatori, Titivillus si prendeva un meritato momento di soddisfazione, brindando alla propria missione, ben sapendo che il suo compito non era ancora finito.


Un ringraziamento a Scarlett Zeitgeist Phoenix, che mi ha dato l’idea per sviluppare questa storia, in particolare il cap. I (ndA).

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. ha collaborato con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019), "Anch'io. Storie di donne al limite" (Prospero, 2021) e "Ci sedemmo dalla parte del torto" (Prospero, 2022, insieme a Viviana E. Gabrini). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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