Stefano Loparco – Addio Zio Tom

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La collana Cult – Grande Cinema Popolare di Gremese pubblica saggi di grande respiro su carta patinata e foto (bianco e nero e colore) molto suggestive, dedicati a film importanti che hanno segnato la nostra storia. Stefano Loparco è un esperto di mondo movie, grande conoscitore del lavoro di Gualtiero Jacopetti (fondamentale il suo Graffi sul mondo, Il Foglio 2014) e di Franco Prosperi, quindi pare la persona più indicata per parlare di un’opera controversa e pericolosa come Addio Zio Tom, proprio per questo utile. Tra i tanti lavori del regista non sono un sostenitore accanito di Addio zio Tom, ma – come diceva Voltaire – mi batto perché venga visto e conosciuto, nonostante gli eccessi e gli errori che possono essere stati commessi.

Addio zio Tom scatena polemiche, viene presentato come un lavoro dalla parte dei neri americani che, morto Martin Luther King, pretendono di avere un loro ruolo nella società. In realtà il documentario parla dello schiavismo in termini quasi elogiativi e nostalgici. Viene idealizzato il rapporto tra padrone e schiavo, il negro è dipinto come un essere nato per servire il bianco che lo tratta bene e lo considera come un oggetto di sua proprietà. Le accuse di razzismo sono avvalorate anche da un commento sonoro fastidioso che accentua ancora di più il senso di inutilità della pellicola.

Addio zio Tom è girato negli Stati Uniti e ad Haiti utilizzando comparse prese dalla strada messe a disposizione dal dittatore Papa Doc. Il film è indubbiamente di destra, e segue il filo conduttore del finto reportage cercando di raccontare l’epopea dei neri d’America secondo l’ottica dei bianchi più razzisti. Il film gode di scene di culto per gli esteti del trash, come la sequenza della serva adolescente che vede la propria verginità come un ostacolo alla possibilità di servire i padroni e implora verso la macchina da presa che qualcuno le “facesse lo servizio” per poter tornare dal bianco che l’ha rifiutata. Molto trash anche la scena della castrazione tramite tenaglie di uno schiavo che urla “No, i palli no!” e che la folla del suo stesso colore apostrofa, dopo che il malcapitato se l’è fatta sotto per il terrore: “Ha pisciasse, c’ha paura, ha pisciasse!”. Per non parlare della scena della “purificazione anale” tramite clistere, dove tutti gli schiavi soffrono per la rozzezza della pratica tranne uno, che sorride beato alla macchina da presa. Pure lo slang con cui parlano i negri è patetico.

Addio zio Tom esce nel 1971 e viene stroncato un po’ ovunque, questa volta abbastanza giustamente, perché si tratta del peggior film di Jacopetti, il più falso e ideologicamente scorretto che abbia mai girato. Pure il pubblico tradisce il regista e diserta le sale, anche perché il momento d’oro dei mondo movie sta finendo. Nuovi guai giudiziari si manifestano per Jacopetti, che si vede sequestrare il film dalla magistratura perché “contrario al buon costume e al sentimento etico e sociale per le frequenti scene di volgare sessualità, per la esasperata rappresentazione dell’odio razziale e per le tragiche e sanguinose stragi che la lotta razziale determina nella struttura dello spettacolo”. Il dissequestro di Addio zio Tom avviene poco dopo con una motivazione che lo riconosce opera d’arte, ma sono gli autori che lo ritirano dalle sale e decidono di rimontarlo.

Jacopetti e Prosperi pensano che la prima versione sia risultata poco chiara agli spettatori, quindi inseriscono un nuovo commento di uno speaker che spiega antefatti storici e dà informazioni utili. Nel 1972 esce una nuova versione del film, tagliata di ventotto minuti rispetto alla precedente e intitolata Zio Tom. Il pubblico risponde abbastanza bene, pure se non si toccano le vette di incassi dei primi mondo movie.

Prefazione al libro curata niente meno che da Franco Prosperi, dopo la morte di Giampaolo Lomi, l’ultimo superstite di quella spedizione.

Tutto quel che dovete sapere sulle vicissitudine del film lo trovate nel libro di Loparco, che vi consiglio anche come autore di un saggio documentato su Klaus Kinski, del racconto (scritto con Franco Prosperi) Passeggeremo ancora tra le rovine del tempio e de Il corpo dei Settanta, il libro più interessante dedicato a Edwige Fenech. Tra i libri Gremese dedicati ai film, ricordo Milano calibro 9 di Davide Pulici, Sotto il vestito niente di Claudio Bartolini e 2019. Dopo la caduta di New York di Manuel Cavenaghi.

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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