Dall’Inquisizione alla Tortuga – Intervista a Valerio Evangelisti (Parte I)

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Quando gli abbiamo scritto per chiedergli un’intervista, Valerio Evangelisti non solo si è dimostrato di una disponibilità squisita, ma ci ha addirittura invitati a pranzo con lui. Durante il pasto abbiamo chiacchierato e discusso, tra le altre cose, della rivista on-line Carmilla, accennando alla sua amicizia con Giuseppe Genna. Quando abbiamo dato inizio all’intervista vera e propria è stato quindi naturale partire proprio da qui.

Nota: abbiamo voluto distinguere gli interventi degli intervistatori, per cui quelli di Caimi solo in neretto, quelli di Gregori in neretto corsivo.

 

Incomincerei con un raffronto tra te e Giuseppe Genna. Tu hai un modo di scrivere che è ricco di contenuti, ma molto leggibile; quindi arriva direttamente a chiunque. Genna invece, dopo Catrame, ha incominciato ad involversi sempre di più, fino a opere come Dies Irae o De Profundis, che personalmente ho apprezzato, appassionandomene, ma dubito che il lettore medio capisca, dopo qualche riga, che cosa sta leggendo. Ti chiedo quindi: quanto è importante la leggibilità in un’opera letteraria e, soprattutto, in un’opera letteraria che ha, comunque, dei contenuti politici?

Diciamo che io e Genna seguiamo dei percorsi lievemente diversi. Nel senso che lui, che viene dal campo della poesia, dà molta importanza al linguaggio, anzi, in qualche modo crea un linguaggio suo. Si dedica al genere thriller non per vocazione, ma come veicolo per altre cose: discorsi sull’attualità, discorsi filosofici, discorsi addirittura metafisici.

Ci sono momenti in cui, addirittura, fa degli elenchi di aggettivi e gioca su questa cosa…

A me colpisce anche l’invenzione di certi vocaboli, oppure il fatto che usi spessissimo parole inconsuete. Per esempio la luccicanza, che è in alcuni suoi romanzi. Ma è anche capacissimo di variare di tono: il suo Hitler, ad esempio, non è scritto come gli altri, è quasi divulgativo, dal suo punto di vista. Il mio concetto è diverso: io ho delle cose che voglio raccontare e lo stile che adotto deve essere il più possibile funzionale a far capire quelle cose, anche perché spesso ci sono situazioni di movimento e voglio renderle in modo visivo. Invece, se scrivo saggi letterari (chiamiamoli così), anche se non è frequente, adotto uno stile più aulico. Per far capire il tipo di lavoro che faccio io, prendiamo come esempio i romanzi del ciclo di Eymerich: dato che non avevo e non ho intenzione di riprodurre un linguaggio medioevale –che, fra l’altro, nessuno conosce tanto da farne un libro intero- uso frasi più lunghe e più elaborate; mentre se è una cosa rapida e veloce, allora sbriglio le frasi e cerco di dilatare gli elementi visivi. Non sono sicuramente uno stilista e, del resto, come scrittore non mi considero certo fra i classici della letteratura; comunque un certo lavoro sulla maniera di scrivere lo faccio, e questo non sempre viene percepito. Ma io preferisco il cinema di Hitchcock, in cui non si percepivano i trucchi che metteva in essere, piuttosto che il cinema di Brian De Palma che, invece, è virtuosismo reso evidente. Questa è la mia concezione di fondo.

Un po’ come certi prodotti dei fratelli Coen che sono entusiasmanti da un punto di vista visivo: Barton Fink visivamente è straordinario.

Sono lecite tutte e due le strade. Quello che detesto, che proprio è fuori dal mio modo di sentire o di apprezzare la letteratura, sono i libri stilisticamente magari quasi perfetti, ma che non hanno nessun contenuto. Io vado alla ricerca di contenuti, in qualche modo.

Questo si nota. Anche Genna, peraltro, però si esprime in maniera volutamente più complessa.

Leggere Genna è come leggere Plotino, come leggere un filosofo. Questa è la chiave di lettura di Genna. Lui fa sì dei gialli, ma perché vuole che i suoi libri siano letti da molta gente, questa è la sostanza. Perché lui, in realtà, ha tutt’altra formazione che quella del giallista.

Però di thrilling in Eymerich ce n’è: c’è tantissima suspense… E’ un altro genere narrativo, ma è altrettanto coinvolgente; ti fa vivere dei momenti di pathos, di sospensione in cui ti dici: “e adesso?”.

Certo. Il fatto è che, bene o male, è una sintesi di vari generi popolari. C’è un po’ di tutto, nei miei romanzi. C’è anche dell’altro, ma è una sintesi fra horror, fantascienza, giallo, eccetera, tenendo presente che è nato sulle colonne di Urania. Quindi l’origine è quella. A quel punto la suspense diventa un ingrediente necessario. Poi per raggiungere la suspense ci sono vari sistemi: quello in cui maggiormente confido è narrare la storia dal punto di vista del protagonista. Come in certi film del terrore, dove si è più attenti e si sobbalza non quando c’è un campo lungo, ma quando c’è un piano americano: dove c’è un protagonista inquadrato dalla vita in su e si vedono appena le poche cose che sono attorno a lui; poi, magari, passa una figura sveltissima alle sue spalle e lui non la vede. Il fatto è che quel tipo di inquadratura favorisce l’identificazione. Nei miei romanzi è così, perché ad esempio si può dire: “Eymerich pensò”, ma si dice: “Padre Corona forse pensava”: noi seguiamo, in realtà, i meccanismi di pensiero del protagonista, e così quello che lo circonda è quello che vede lui. Questo fa sì che il lettore, quasi senza volere, si identifichi e dunque viva dall’interno la storia.

Questo nonostante Eymerich sia un inquisitore, un personaggio nel quale, in teoria, non sarebbe facile immedesimarsi…

Lì è il mio gioco: è un personaggio che potrebbe essere sgradevolissimo. In realtà non lo è, non lo risulta, c’è anche chi lo ritiene addirittura positivo, esagerando. Non lo è perché, comunque, è sempre più intelligente e più colto di quelli che ha attorno, per quanto più cattivo di loro; ma in ogni caso la sua lucidità non è condivisa da nessun altro, nessuno sta al suo livello. Secondo, il tipo di mentalità perversa che ha appartiene un po’ a tutti noi ed è più che mai operante nella società, purtroppo; una mentalità detta di tipo schizoide, vale a dire un’asocialità di fondo, tutta una serie di difficoltà nei rapporti con il prossimo che poi si traducono in aggressività. Allora anche il lettore più buono, diciamo così, finisce col riconoscere qualcosa di sé stesso in questo personaggio, che è orrendo ma affascinante. Del resto è una metafora delle forme di potere, che sono orrende e affascinanti al tempo stesso.

Metafora che mi sembra ci sia anche in Tortuga.

Sì, in qualche modo sì.

Personalmente ho dato una lettura politica a Tortuga. Nel senso che mi sembra che ci sia quasi un’ipotesi sul fondamento della società attuale nella società piratesca della Tortuga di allora.

Sì. Il discorso che faccio io, e che continua anche nei due romanzi successivi, è il fondamento di una società che ha al centro l’avere e non l’essere, diciamo così. Non è proprio la società americana che si sta formando, però è una società di tipo nuovo perché non è guidata da nessun ideale reale. I protagonisti lo ammettono fin dall’inizio: “in fondo noi non siamo qua per batterci per una qualche causa”. In qualche modo prendo di petto tutta quella letteratura che vuole l’esperienza dei pirati come un’esperienza libertaria. No, semplicemente rubavano, ammazzavano e si divertivano quel tanto che durava. Io questo tipo di edonismo di allora lo noto oggi, abbastanza diffuso, soprattutto nel nostro Paese. E ho voluto in qualche modo rappresentarlo in uno scenario insolito

Mi sembra anche una bella risposta a successi come la serie cinematografica dei Pirati dei Caraibi, e anche ai vecchi film dei pirati, che li rappresentavano come personaggi romantici e affascinanti.

Niente a che vedere. E anche romanzi che peraltro ho amato molto, tipo il Corsaro Nero o tutte le serie salgariane, sono lontanissimi dal mio. In qualche modo i miei sono pirati perduti, diciamo così. E mi sono sforzato di essere realistico, di documentare il contesto, di mostrare quali potessero essere i comportamenti di gente che non credeva in nulla.

Compreso il protagonista, che cerca di darsi una parvenza di nobiltà, ma alla fine deve cedere ai propri istinti.

E poi si scopre che era peggiore di tutti gli altri.

È un bel rovesciamento, secondo me. Inoltre negli ultimi anni ho notato un abbandono della serie di Eymerich per addentrarsi in altri tipi di romanzo, in altri tipi di storie con valenze anche più politiche.

Certo. Ma ero finito per diventare Eymerich io stesso, cioè ero lo scrittore di Eymerich.

Fra l’altro è uscito anche lo speciale di Lazarus Ledd, come Eymerich.

Beh, a fumetti, in versione fumetti ne esistono parecchie. Sta per uscire anche un videogioco. Mi presto sempre a questo tipo di cose perché ritengo che, oggi come oggi, la letteratura non possa rimanere chiusa in sé stessa, ma debba in qualche modo espandersi. Poi che i risultati siano buoni o no dipende da chi ci mette le mani, però non è che io dica “No, non fatelo”, anzi: di solito mi batto perché lo possano fare senza pagarmi i diritti, perché mi stanno facendo un piacere, in realtà. Ma in realtà a Eymerich torno periodicamente, anche perché, francamente, è un discorso in parte commerciale: i romanzi di Eymerich vendono molto più di tutti gli altri.

Anche all’estero…

Sì, a seconda dei Paesi. Sono tradotti quasi dappertutto, in alcuni funzionano, in altri no. Sicuramente dopo l’Italia viene la Francia. Comunque, da un lato volevo dimostrare di essere capace di fare anche dell’altro: avevo fatto dei tentativi, credo riusciti, con romanzi sperimentali, come Black Flag e Metallo urlante, che poi non era un romanzo, ma un’antologia.

Sì. Per Einaudi tutti e due…

Per Einaudi non a caso, perché erano più favorevoli alla sperimentazione. Dopo di che Mondadori disse: “No, lo vogliamo noi”, e suggerì a Einaudi di farsi gli affari propri. Da notare che prima li avevo proposti a Mondadori, che mi aveva detto “no, non vanno bene per noi”.

Poi Mondadori ha pubblicato Antracite e…

Sì, perché intanto è cambiata la mia posizione dentro a Mondadori. Prima ero “quello di Urania che scrive dei romanzetti carini e di successo”. Questo ero. Dopo Metallo Urlante e Black Flag la considerazione per me è aumentata parecchio. Allora ci fu un passaggio a un’altra collocazione, dovuta essenzialmente a un dirigente Mondadori che valutava la mia opera diversa dagli altri, che poi è diventato il direttore editoriale, Massimo Turchetta. Lui è stato fra i primi a prestarmi attenzione e sono stato spostato nella collana Strade Blu, che è quasi autonoma dal resto della Mondadori e svolge un proprio discorso di narrativa fra il pop e l’avanguardia, diciamo così. In quella collocazione sono stato libero di scrivere proprio tutto quello che volevo e anche di spostarmi da Eymerich. Però Eymerich non lo abbandonerò mai del tutto perché gli somiglio caratterialmente, in meglio… Lui è il peggio di me, io sono quello ma sono anche diverso, sono più socievole, sicuramente…! Quindi non intendo abbandonarlo: voglio portare la sua storia quasi alla fine. Ma intanto scrivo anche dell’altro. Poi c’è stato l’imprevisto successo di Tortuga. Io mi chiedevo: “ma chi legge oggi una storia di pirati?”. Avevo voglia di scriverlo e l’avevo proposto, ma ero sicuro che venisse respinto; invece pare che una parte di pubblico –sarà stato anche per effetto dei film con Johnny Depp– ha apprezzato, e così…

Magari qualcuno ha imparato anche qualcosa sui pirati…

Alcuni appassionati di pirati mi si sono scagliati contro, amichevolmente, però sono troppo forte su questo piano. La mia documentazione non la batte nessuno, quindi…

Questo è importante. È un supporto essenziale, la documentazione.

Sì, io non scrivo nulla finché non sono assolutamente certo di avere composto uno scenario credibile.

E riconoscibile, ritrovabile…

Il lettore, secondo me, si accorge molto bene di quando uno scenario è fasullo. Ad esempio quando è in scena un falso inglese: magari il lettore non sa nulla di inglese, però lo capisce che funziona male. Io tento di mettere in scena, pur con tutte le licenze poetiche del caso, un medioevo credibile, così come dei Caraibi credibili. Questo significa che, di quello che narro, devo avere mille dettagli; poi di quelli ne userò cento, a volte anche meno, ma quei dettagli saranno… seri.

Comunque condizionano l’andamento della storia, perché ogni storia ha una sua credibilità interna, che il lettore la conosca o no.

Certo.

Invece molti autori trattano la storia con una certa disinvoltura, forse eccessiva.

Non amo questo tipo di atteggiamento, così come non amo la storia scritta male. Prendiamo il racconto che ho scritto per il libro fatto insieme a Moresco, Controinsurrezioni. Per scrivere il mio racconto, che avevo più o meno progettato da tempo, mi sono dovuto documentare con libri di storia del periodo. In quel caso si trattava della Repubblica Romana e mi sono trovato davanti a testi retorici, scritti magari da autori giovani ma che si ispirano a libri del secolo scorso o dell’epoca del fascismo; per cui pieni di retorica, “l’eroe Garibaldi”, “il luminoso eroe Garibaldi”, eccetera. Io non volevo fare quelle cose lì, ma per fortuna anni fa avevo comperato, senza mai leggerli fino in fondo, una raccolta di diari di garibaldini, e uno in particolare era crudamente realistico. Per esempio parla delle fucilazioni dei preti a Roma, cosa che la storia patria non ci ha abituato a considerare; parla di una serie di atteggiamenti e, soprattutto, c’è un’aria di forte sconfitta, di qualcuno che ha perso la sua battaglia. Ho reso il mio racconto simile a quel libro lì.
Se noi prendiamo altri che si sono ispirati al periodo garibaldino, che sono pochissimi a parte i classici tipo Il Gattopardo, gli autori contemporanei o hanno esagerato nei toni, oppure il Risorgimento resta in sottofondo quando invece si trattava, bene o male, di una rivoluzione; una rivoluzione certamente incompiuta e certamente criticabile, però comunque una rivoluzione. In fondo anche Dumas, che diceva di usare la storia come un muro in cui appendere un quadro, non manteneva le premesse, perché i suoi romanzi sono troppo vivi e ricchi di dettagli accurati, molto più forse di quanto lui stesso si rendesse conto. Del resto si faceva aiutare da collaboratori incaricati di far ricerche.

Come succede adesso, specialmente, nell’editoria statunitense.

Certo. Poi il lavoro librario, autoriale diciamo, sta diventando sempre di più una cosa collettiva, quasi industriale. Non è che io sia molto d’accordo su questo, anche perché mi piace divertirmi da solo e vivere le storie che sto scrivendo. Se dovessi condividerle con altri non riuscirei a viverle. Altri magari ci riescono.

Ciononostante riesci a essere prolifico.

Prolifico relativamente. Normalmente scrivo una pagina al giorno, non di più, magari una e mezzo, però tutti i giorni e con metodo. Poi va detto che faccio una vita abbastanza solitaria. Sono divorziato, non ho figli, sono tuttora in rapporto con la mia ex moglie, però la giornata la vivo in larga misura da solo, salvo quando decido di andare a trovare qualcuno. Questo fa sì che io possa mantenere il mio impegno, cioè di scrivere costantemente. Poi scrivo un romanzo all’anno per un motivo: mi consente di mantenere il mio tenore di vita. Per cui, finché me li prenderanno, continuerò a scriverne uno all’anno. Non di più, però, perché è già abbastanza faticoso. Poi vedo che col tempo diventa più faticoso, anche se è sempre una cosa entusiasmante. Frustrante ed entusiasmante. Frustrante perché non sai mai se raggiungerai il risultato, entusiasmante perché vivi mille vite. Per cui io sono stato sulle navi pirata, sono stato nel Medioevo, sono stato in giro per il tempo e per lo spazio.

In Messico…

In Messico poi ci vado materialmente, lo sapete?

Sì. Infatti era una domanda che volevamo fare. Come mai la storia del Messico? Da dove arriva questo interesse?

L’interesse deriva dall’interesse per l’America Centrale, sostanzialmente. Nel senso che, negli anni Ottanta, io ero stato in Nicaragua, dove era andata a risiedere quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Quindi io, tutte le volte che potevo, andavo là e, se uno vede il cielo come è là, o il mare, o la natura, è difficile resistere.

O gli odori…

Infatti. Alcuni rimangono innamorati dell’Africa. Secondo me l’America latina, soprattutto l’America Centrale, presenta le stesse caratteristiche, ma forse come modo di vita è più simile al nostro. Allora mi si presentò l’occasione di comperare una villetta a Puerto Escondido, nel Messico meridionale, e lo feci immediatamente: fu un amico che aveva vissuto là che mi mandò delle foto perché io cercassi un cliente italiano per comperare quella casa. Vidi le foto, poi vidi il prezzo e dissi: “la prendo io”. Così vado là, ma non per fare vita da turista, anche se faccio dei giri all’interno del Messico, perché vado là a lavorare, con la differenza che dove abito io passa una macchina ogni ora, ci sono gli uccellini, c’è il rumore del mare…

Il profumo del caffè tostato nelle vie…

Certo, certo. E poi c’è la straordinaria televisione messicana che, essendo probabilmente la più rosa che esista al mondo, è per me di un divertente unico.

Io sono stata in Guatemala e sono innamorata di questi posti…

Bellissimo. Non mi han fatto entrare l’ultima volta…

No?

No. Sono entrato due metri in Guatemala per una faccenda burocratica. Io arrivavo in macchina, dal Messico, e chiedevano che si dimostrasse che la macchina su cui si viaggiava era propria. Ma non c’era modo di dimostrarlo: bisognava tornare indietro, da chi l’aveva noleggiata. E allora ho fatto due metri in Guatemala e sono tornato indietro.

Non ho mai sentito nessuno parlare di mal d’America. Si parla di mal d’India, di mal d’Africa, eppure quelle terre hanno qualcosa che cattura…

Sì. Sono terre molto violente, diciamo così. Però, dove vado io, sono abbastanza al di fuori del problema. Se nel nord del Messico c’è un certo tipo di messicani, nel villaggio dove sto io sono quasi tutti indios; quindi son differenti anche d’indole: sono di colore scuro, ma anche di carattere; sono tranquilli, diciamo.

Poi ci sono tantissime etnie diverse, che si differenziano per colori. In Guatemala è l’abbigliamento che caratterizza la tipologia, l’appartenenza.

Sì, in Messico ma anche in Guatemala ci sono tantissime tribù, chiamiamole così. Per esempio i Maya hanno una grandissima suddivisione; a volte anche il culto cambia, si rifà al cattolicesimo ma con delle varianti… decisive.

Quando ero in Guatemala mi è accaduto di assistere ad una messa. Ed era di una contaminazione – quella che noi chiameremmo contaminazione pagana – straordinaria. Per esempio tutte le statue, che sono spaventose e richiamano il nostro medioevo, vengono inghirlandate di fiori. E, mentre il prete dice messa, vengono suonate, per esempio, canzoni dei Beatles che sono state tramutate in canzoni di chiesa. I presenti eseguono un rito pagano spargendo fiori e acqua di rose mentre si svolge la messa. eppure c’è un senso religioso, un senso della spiritualità che a noi è ormai estraneo.

Sì. Ma lì alcuni missionari, forse più intelligenti degli altri, anche se poi gli si ritorse contro, tentarono di mascherare il culto cristiano dietro residui di ritualità precristiana, con il caos che ne nacque in alcune situazioni. Sono stato in una chiesa nel Chiapas, che è vicino a dove sto io, dove la preghiera consisteva nel fare dei rutti. Bevevano della coca cola, poi offerta anche ai santi, e poi si sfogavano. È gente strana. Il Messico, abbastanza di recente, ha adottato la soluzione di creare delle comunità autonome e autogovernate, perché son quasi ingovernabili, in verità.

È una nazione vasta, con un senso di appartenenza alla terra e di identità completamente differenti.

Sì, c’è anche un razzismo tremendo. Per andare a vedere i lati negativi, i bianchi creoli sono quelli che dominano, gli altri sono dominati; ancora oggi, malgrado cinquant’anni di rivoluzioni. Nella zona dove sto, fra l’altro, operano ben tredici gruppi guerriglieri. Non si sa però se esistono davvero o se è un pretesto per l’esercito. C’è l’EPR, Esercito Popolare Rivoluzionario, che però è diviso in tredici frazioni. Non si combattono fra loro, ma ogni tanto escono dalla foresta dei gruppetti, attaccano una caserma e tornano nella foresta.

Io mi sono praticamente innamorato dei tuoi romanzi Il collare di fuoco e Il collare spezzato.

Sono quelli che hanno avuto minore fortuna economica, in Italia.

In Italia?

In Messico no, per esempio.

Immagino che per romanzi come questi la documentazione sia stata amplissima.

Non meno di un centinaio di volumi.

Come accade la trasformazione dallo storico al narratore?

Come storico ritengo di essere stato bravino. Ho scritto quattro libri e una quantità di saggi. Ma a parte il fatto che la carriera accademica non andava avanti, mi trovavo sempre più a disagio con la richiesta, che mi era giustamente rivolta, di essere freddo, di usare criteri quantitativi più che qualitativi, e mi trovavo a descrivere cose che avevano una carica umana, che però non potevo manifestare se non venendo criticato per questo. Ero anche rimasto colpito da una frase di Adorno, il quale diceva che chi scrive, per esempio, una storia dei campi di concentramento solo quantitativa, non sta scrivendo la storia dei campi di concentramento, perché c’è una sostanza umana dentro quella cosa, una tragedia. Avvertivo il peso di questa frase e di quello che constatavo: riducevo storie umane a grandezze astratte. Cominciai a ribellarmi a questo stato di cose con un saggio che ebbe una notevole eco anche perché mi arrivarono i complimenti di Eric Hobsbawm, un grande storico inglese. Il saggio era una storia del un movimento punk, quindi non una storia antica, perché il movimento punk era ancora in corso. Scrissi questa storia per una rivista più di cultura che storica. Il saggio ricevette delle strane reazioni, perché tutti lo giudicarono eccetto gli accademici a cui ero più legato.
A questo punto, visto che non andavo da nessuna parte lì dentro e che intanto avevo vinto un concorso per la pubblica amministrazione, decisi di lasciare perdere la storia o di riprenderla in altra forma, e così ho fatto. Un passaggio che non è slegato dal fatto che mi occupassi di storia, ma dipendeva proprio da quello.

I protagonisti dei due romanzi sul Messico sono personaggi storici minori realmente vissuti?

Tutti. Tutti, eccetto un paio di cui sapevo il nome, dove erano vissuti ma non sapevo altro, non si sono informazioni di altro. Per il resto, anche i personaggi più trascurabili sono realmente vissuti. Non ho cercato di raccontarne la vita passo passo. Del resto è un romanzo che non ha protagonisti, salta attraverso il tempo: si perde un personaggio e lo si ritrova. Vorrebbe essere una storia collettiva. Di questi personaggi non ho narrato la vita reale, ho narrato la vita possibile, attenendomi ai dati che avevo ma aggiungendone altri. Un sistema che avevo già usato quando scrissi il più commerciale dei miei romanzi, quello su Nostradamus, chiamato Magus dove, avendo elementi incerti sulla sua vita, tutto quello che era certo lo mettevo; poi ci aggiungevo delle cose che erano inventate da me. Ma sono due romanzi che vorrebbero dare l’idea di fenomeni più vasti. Questo li ha resi anche un po’ ostici per il pubblico perché, mentre il lettore messicano è abituato a certi nomi e magari ha una scuola che si chiama “Flores Magon” o come altri personaggi del mio libro, il pubblico italiano no. Quindi si perdeva, non ritrovava il mio stile abituale.

Peccato.
Beh, ci si perde anche a leggere Cent’anni di solitudine, se non si fa un albero genealogico!

E’ vero. Lì poi la finalità è un’altra. Comunque la rispondenza dei due “collari” è stata dubbia presso il pubblico comune, invece molto entusiastica presso il pubblico, diciamo così, politicizzato. Ad esempio è stato uno dei libri più espropriati da parte dei militanti dei centri sociali quando andavano a occupar delle librerie. Lì pagavano un prezzo politico, però apprezzavano moltissimo quel tipo di libro che invece il pubblico generico, abituato a Eymerich, apprezza meno. E questo non toglie che abbiano avuto due-tre edizioni ciascuno, ma due-tre contro le più di cinquanta di Nicolas Eymerich inquisitore e di tutti gli altri.

leggi il seguito dell’intervista a Valerio Evangelisti

Intervista in collaborazione di Lara Gregori

(segue e si conclude nel prossimo numero)

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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