Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani: il piacere di scrivere

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Intervistare due scrittrici come Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani è un autentico piacere; e, quando sono insieme, danno il meglio di se stesse, come potrete leggere poche righe più avanti. Le abbiamo incontrare a Brescia, durante la serata conclusiva della rassegna letteraria itinerante Libri In Movimento, che siamo stati lieti di organizzare presso il Caffè Letterario Primo Piano. 

Avete esordito nello stesso anno, il 1993…
Barbara Garlaschelli: Noi abbiamo avuto la fortuna di cominciare a pubblicare negli anni Novanta, quando la situazione editoriale era molto diversa da quella di adesso; c’era anche il piacere di lavorare con i colleghi, cosa che adesso non è molto diffusa. Sono cambiate molte cose nell’editoria.
Nicoletta Vallorani: Secondo me il problema è sostanziale. Noi lavoriamo bene assieme, e prima questo era molto semplice e apparentemente condivisibile. Lavoriamo bene assieme anche perché abbiamo lo stesso modo di relazionarci con gli editori. Però questo modo forse non è proprio diplomatico: forse siamo troppo dirette e un po’ troppo ostinate; intanto noi ci divertiamo molto.

Collaborare è complicato?
B.G. Lavorare insieme è semplice, anche se siamo molto diverse come stile, e questa è una fortuna. Amando tanto la letteratura, abbiamo gusti abbastanza simili, però il nostro tipo di scrittura è molto diverso. Nonostante ciò, riusciamo ad amalgamarci molto bene e c’è una fiducia totale; per cui se una dice all’altra “questa cosa secondo me non funziona” non c’è discussione e si cambia. In realtà non abbiamo mai avuto veramente modo di discutere, tranne che in maniera serena. Infatti questo ci manca; adesso torneremo a fare qualcosa insieme.

Venite da esperienze simili?
B.G. In realtà abbiamo due esperienze un po’ diverse. Io sono stata più fedele a un editore, nel senso che il mio editore è sempre stato Frassinelli e continuo a essere dentro al gruppo Mondadori proprio per questo. Poi, per mia scelta, ho pubblicato tante cose con piccoli editori, perché a me e a Nicoletta piace molto, sostenere la piccola editoria; per cui, quando ho dei lavori un po’ particolari, come l’ultimo, le Ballate controvento, scelgo di pubblicare con piccoli editori.
N.V. Io sono più impazzita, nel senso che sono un’enciclopedia, quindi se avete domande sui diversi editori penso di potervi parlare di tutti perché ne ho girati tanti. In parte perché credo di avere un brutto carattere: non sono per niente diplomatica, per cui, quando mi sembra che l’editore non stia lavorando bene, sono abbastanza incapace di mediare. E questo è uno sbaglio. Per chi scrive, oggi come ieri, è molto importante fare ciò che ha fatto Barbara, cioè cercare un editore con il quale fidelizzarsi. Nel mio caso è stato un po’ non avere un buon carattere, un po’ il fatto che, oltre a Tecla Dozio, mia cara amica, ho avuto un’altra persona molto importante nella mia vita e nella mia formazione professionale: Luigi Bernardi. È forse stato l’editor migliore che l’editoria italiana abbia avuto. Io sono nata con lui, nel senso che ho pubblicato con lui il mio primo romanzo serio, il primo noir; che poi era il mio secondo romanzo in assoluto. Poi l’ho seguito presso i vari editori che ha cambiato. Volevo continuare a lavorare con Luigi, perché da lui imparavo sempre delle cose, e poi era un editor che leggeva un romanzo e diceva “questo funziona, questo non funziona, rimetti a posto qua e là”. Lo vedevi che il lavoro veniva fatto bene.

Ti riferisci a Dentro la notte e ciao?
N.V. Si, il primo romanzo che è uscito con lui era presso Granata Press; era il mio secondo romanzo perché, tecnicamente, il mio primo è uscito con Urania. Dentro la notte e ciao è stato il primo romanzo costruito in modo letterario. Luigi era una figura unica nel panorama editoriale italiano, e se n’è andato troppo in fretta. Comunque era già stato emarginato, e io ho cambiato un po’ di editori perché andavo dietro a lui. Però è uno sbaglio: se qui ci sono aspiranti scrittori e qualcuno che è disponibile ad accettare questo consiglio, penso che sia molto più importante cercare una quadra con un editore che grosso modo ti rappresenti.
B.G. Peccato che dentro all’editoria sia cambiato tutto. Per di più Frassinelli e gli altri editori con cui ho lavorato non ci sono più, e nessuno sa più con chi rapportarsi. Questo potrebbe essere un problema.
N.V. È vero, è cambiata l’editoria: è cambiato l’universo dei lettori, ma meno di quello dell’editoria. Secondo me l’universo dei lettori è cambiato di conseguenza a un’editoria che non è stata più capace, e che non è più capace, di fare scelte coraggiose. Comunque, prima di pubblicarlo, un libro deve garantire un margine di sicurezza, la vendita di quel minimo di copie che servono a coprire la spesa, con rarissime eccezioni. Ad esempio: le ricette di Cannavacciuolo, le barzellette di Totti si pubblicano comunque; però devo dire che mi ha fatto un po’ impressione vedere le ricette di Cannavacciuolo pubblicate da Einaudi.

Barbara, tu hai esordito con una forma narrativa che a noi di Inkroci è carissima, quella del racconto, alternando storie corpose a racconti flash micidiali, quasi delle barzellette macabre. Ogni tanto esce un altro volume più o meno di questo genere, che in qualche modo richiama anche certe cose che ogni tanto scrivi su facebook…
B.G. Quelle su facebook sono più simili al libro di esordio, che adesso è disponibile in edizione Todaro, anche se era stato pubblicato da Marcos y Marcos. Poi, quando sono scaduti i diritti, Tecla Dozio ha voluto pubblicarlo con dei racconti nuovi. Diciamo che le forme che io amo di più e che più mi assomigliano sono il racconto e il racconto breve. Adesso ho scoperto quella che definisco ballata, perché poesia non si può assolutamente definire: è molto più sintetica.
Ieri parlavo con uno scrittore al quale dicevo che credo di essere una delle poche autrici cui gli editor dicono: “per favore, potresti allungare?”. Perché di solito chiedono di tagliare.
Un po’ perché io fisicamente faccio più fatica a scrivere, quindi questa cosa della scrittura e questa cosa della fisicità, che io sento profondamente vere e che sono di tutti gli scrittori, probabilmente con me si fanno sentire ancora di più. E dato che faccio fatica, cerco di essere il più stringata possibile. Mi viene bene, in realtà mi diverto molto. Sono convinta che ci siano le parole giuste per esprimere ogni cosa, per cui, se c’è quella parola lì, è inutile usarne altre cinque. Poi mi piacciono molto il racconto e la forma racconto; mi piace molto aver pubblicato queste ballate che sono uscite il 31 maggio: è stata una sorpresa, quando le leggo mi faccio sempre i complimenti. Non sono però così autoriferita, anche se molto più di Nicoletta a cui invece, ogni tanto, faccio dei corsi accelerati di autoreferenzialità.
Però ci sono le volte che, questa è una cosa seria, ci si rilegge perché si deve correggere e invece quelle in cui ci si dice “oh, che brava che sono!” (ride). Sono contenta di me come persona, come scrittrice, come donna. Ci sono alcuni, infatti, che non mi amano molto per questo.

Nicoletta, tu invece, come si diceva, hai cominciato come traduttrice. Il tuo esordio da scrittrice è avvenuto per una scommessa con Stefano Di Marino e Marzio Tosello: hai partecipato al premio Urania, hai vinto con Il cuore finto di DR e poi, sempre su Urania, hai pubblicato Dream Box, il suo seguito, qualche anno dopo.
N.V. È stato molto divertente. In realtà, arrivata a Milano come supplente, come tantissimi il primo anno ho lavorato e il secondo no. Per cui ho iniziato a fare traduzioni e Marzio Tosello, che avevo conosciuto per caso a un convegno che presentava Urania, mi aveva procurato queste traduzioni. Adesso non so se funziona più così (non traduco più per Urania), però allora è stata una scuola di scrittura fantastica, oltre al fatto che ero l’unica donna, poiché si trattava di testi di fantascienza.
B.G. In effetti sei stata la prima donna a vincere un premio di fantascienza.
N.V. Comunque traducevo per Urania ,che prima usciva una volta a settimana, poi una volta ogni quindici giorni, per cui bisognava avere un serbatoio di storie che erano quasi tutte straniere. Per me era stato importantissimo trovare lavoro: non finirò mai di ringraziare Marzio per avermi offerto questa possibilità, perché mi ci mantenevo. Erano traduzioni veloci ed era una scuola di scrittura perché, non essendoci internet, in Mondadori comperavano i romanzi americani leggendo la quarta di copertina, e magari gli sfuggiva il numero di pagine. Per Urania dovevano essere duecento, duecentocinquanta pagine, invece arriva il romanzo ed erano quattrocento; veniva messo in mano al traduttore e gli veniva detto “traduci qua, deve essere di 200 pagine”, taglia e cuci. A parte il fatto che mi sono letta tutta la spazzatura, oltre ad alcune perle, mi sembrava di aver capito esattamente come fosse il lettore italiano di fantascienza. Poi gli amichetti maschi, che mi coccolavano molto, mi hanno detto: “guarda, è impossibile che una scrittrice italiana vinca il premio Urania con un romanzo italiano, magari con una protagonista donna”. Se c’è un cartello con scritto vietato fumare, io fumo tutto il tempo; se non c’è il cartello nemmeno mi viene in mente. Dunque se mi dici “questa cosa non si può fare” io la faccio. Ho provato e mi sono divertita. Ho vinto e mi hanno fatto un sacco di feste, poi mi hanno fatto una copertina particolare. Nonostante la protagonista della storia fosse una replicante, molto alta, brutta, molto maschile, sempre vestita durante la storia, in copertina c’era una specie di Barbarella completamente nuda con un fucilone in mano. Però insomma è stato molto bello.

I vostri stili di scrittura però non si somigliano molto…
B.G. Io sono una che asciuga, asciuga, asciuga, Nicoletta invece è ridondante, per cui, quando ci correggiamo, lei mi dice: “Barbara, allunga”; e io invece dico: “taglia taglia”, e nessuna delle due dice “no, scusami questo è”. Anzi, va bene.
N.V. Però questo taglio di capelli ti sta malissimo, eh!
B.G. Poi io devo dire una cosa: siccome la Vallorani lavora in università, e in realtà non è vero che non è una persona diplomatica, quando io devo scrivere delle mail importanti, soprattutto negative, le dico: “scusa, io dovrei scrivere una cosa”; le mando una bozza e me la scrive lei.
N.V. Voi non ci credete, ma la mail mi ha cambiato la vita. Se devo scrivere una mail sono strepitosa, sono proprio brava.

Tu hai cominciato con la fantascienza e hai scritto parecchi romanzi di questo genere; invece Barbara ha più una vena noir…
B.G. Sicuramente ho una vena noir che non abbandonerò mai, però sono davvero eclettica, ho scritto tantissime cose molto diverse tra di loro. Perché ho iniziato con i noir, poi tutte e due abbiamo scritto per ragazzi, poi ho scritto un libro reportage sulla malattia mentale, poi ho scritto un libro che è un carteggio, cioè un romanzo epistolare, e l’ho affidato a un piccolo editore, Ad Est dell’equatore. Il libro è Lettere dall’orlo del mondo. Esploro tanti generi perché la scrittura mi incuriosisce tutta. Ho scritto anche libri seri; quando mi si vede sembro un giullare, ma dalla mia scrittura non si vede niente!

Nicoletta, tu hai scritto un po’ di più per ragazzi e per l’infanzia. Però anche lì sei comunque riuscita a far entrare nei tuoi romanzi personaggi un po’ al limite. Consiglio questi libri anche agli adulti, poiché tra l’altro hanno rilevanti messaggi di fondo, il che è raro nella narrativa per l’infanzia, dove molti autori pensano che il messaggio non debba entrarci per nessun motivo.
N.V. Si, ho scritto romanzi per ragazzi e mi sono divertita molto, e ancora mi diverto a scriverne, quando capita. È stata una bella avventura. Non è stata propriamente una scelta: non ci avrei mai pensato se non me lo avessero proposto. C’è stata soprattutto una stagione di Salani particolarmente felice, nel momento in cui ho cominciato con Come una balena, che penso sia quello andato meglio; poi sono andata avanti con La fatona e quindi Il nome segreto della guerra. Tutti e tre erano pensati per ragazzi. Sono romanzi usciti come collana, cosa che per Salani è anche abbastanza significativa, dato che come fascia di età non si sapeva bene dove collocarli. La storia è forse più semplice rispetto quelle che caratterizzano i miei romanzi per adulti, il che va bene, perché a volte mi incarto in trame un po’ complesse; forse questa semplificazione aiuta anche me a imparare delle cose nella scrittura. Questa è leggermente più lineare, e trovo assolutamente stupido pensare che ai ragazzi, ma anche ai bambini, si debba parlare come se fossero dei piccoli idioti. La qualità della scrittura quindi rimane assolutamente la stessa. Anzi, vi dirò che, quando mi son trovata a presentare libri per ragazzi, soprattutto nelle scuole, sono successe due cose molto particolari. I ragazzi più piccoli, alle scuole medie e elementari, avevano effettivamente letto i romanzi, e mi hanno fatto delle domande alle quali non sempre era facile rispondere; c’era un atteggiamento molto critico, molto sapiente, anche su caratteristiche di stile. Mentre quando mi è capitato di presentarli in scuole superiori -dove io ero sostanzialmente un’ora persa, un’ora in cui gli insegnanti potevano stare in corridoio-, i ragazzi non avevano letto niente: non avevano idea di che cosa stessi parlando.
Dopodiché mi diverto un sacco sia a scrivere per i grandi che a scrivere per i ragazzi. Forse il problema che mi pongo un pochino di più, nello scrivere per ragazzi, è che vi sia una rappresentazione onesta della realtà, non del tutto rosea, però quanto meno con un finale non dico positivo, ma con un’apertura alla possibilità di cambiare il mondo. È questo che cerco di fare anche in aula: non bisogna mai uccidere la speranza, perché se invece presentiamo storie che questa speranza la uccidono, non ha molto senso il nostro essere adulti, credo.

Allora la narrativa può cambiare qualcosa? Per lo meno un punto di vista sulla realtà?
N.V. Io non rispondo.
B.G. Sì. La narrativa potrebbe cambiare delle cose. Nel nostro Paese non lo so, perché l’Italia non è un Paese di lettori forti, ma neanche medio-forti, ma neanche deboli. L’Italia è un Paese di lettori debolissimi, e questo è drammatico. Secondo me lo si vede, noi siamo lo specchio anche di questo. La cultura in Italia, e non soltanto la lettura, sembra una cosa in più, che si fa per hobby. Però è talmente vero che la letteratura fa paura, che nelle dittature i libri vengono bruciati. Per cui per me sì. Certo, se la letteratura non ha nessuno che la riceve…!
Quando mi capita di fare incontri con i ragazzi nelle scuole, spesso mi ritrovo a discutere con professoresse delle scuole medie che inorridiscono perché i loro studenti leggono Stephen King. Allora dico: se tu riesci a catturare un ragazzo che legge Stephen King, che legge i fumetti, tu comunque hai preso un lettore. Se tu però lo stronchi con Dostoevskij, che io adoro, quel ragazzo con grande probabilità sarà un lettore perso. Allora lasciamo che i ragazzi leggano quello che vogliono leggere; poi ci sono i programmi da rispettare, i consigli da dare, tutto quello che volete, ma la libertà della lettura è alla base della libertà futura. Credo che tutto quello che viene letto sia importante, e che sia fondamentale che la gente si avvicini alla lettura senza pensare che sia un obbligo; è anche vero che ci sono quelli che la lettura non la ameranno mai, non è che gliela puoi martellare nelle ossa, come per me con lo sport; io lo sport non lo amo, non c’è niente da fare, è così, non è una colpa. È anche vero che è necessario che qualcuno li incentivi in maniera gradevole ad avvicinarsi al mondo dei libri. Quindi sì, la letteratura può cambiare qualcosa.

Nicoletta, tu ti mantieni sul “non rispondo” o hai cambiato idea?
N.V. Rispondo ma mi limito. È una questione che mi preme molto e che si lega moltissimo alla mia condizione, dato che di mestiere faccio l’insegnante. È l’unica cosa che sono sicura di saper fare abbastanza bene. Non so se so scrivere, ma sicuramente sono abbastanza brava come insegnante. Vi faccio un esempio, perché è più semplice. Da un po’ di anni insegno in un corso di laurea per mediazione linguistica e culturale. Ho un’utenza di studenti che non ha fatto il liceo classico, ma viene dallo scientifico, magari dagli istituti tecnici, senza voler affermare nulla, qualitativamente, rispetto a questo. Voglio dire che non hanno una formazione letteraria, il che oggi dire significa moltissimo: non c’è un’abitudine di lettura consolidata che parte dal fatto che in famiglia la nonna, la mamma, o il papà ti raccontano storie. Questi non sapevano la favola di Barbablu, ad esempio; gliel’ho raccontata io quest’anno. Sono ragazzi davvero meravigliosi. Mi ha molto colpito che anche quest’anno, in un corso di duecento studenti con cui non c’è un rapporto individuale, per cui è solo il carisma personale che può convincerli a leggere, alla fine, avendo evidentemente azzeccato i romanzi che ho indicato, numerosi ragazzi, che non hanno formazione letteraria, sono venuti a dirmi: “Prof, ma perché non ci consiglia altre cose da leggere?”.
Cerchiamo un po’ di capire questo fenomeno. Si continua a dire: “in Italia non ci sono forti lettori, la lettura non è un passatempo consolidato”. È abbastanza vero, ma è falso che non ci sono lettori tout-court, e forse questa scarsa passione per la lettura è anche un risultato della politica culturale ed editoriale, che forse non è proprio azzeccatissima. Ripeto, quello che faccio in aula lo faccio perché ne sono convinta, e non per fare il promotore culturale, quindi questo risultato non arriva come risultato di una promozione della letteratura.
Detto ciò, e apriamo il secondo aspetto, c’è il fatto che insegno inglese e americano, quindi ho a che fare con letterature diverse dalla nostra; i libri che propongo per forza, per necessità, per poi fare degli agganci alla letteratura italiana, sono di lingua inglese, provengono da paesi anglofoni e angloamericani. È una tradizione narrativa molto differente, molto più felice e molto legata alla realtà, alle questioni reali, che noi stiamo vivendo, anche quando sono storie di fantascienza. Una letteratura molto poco ambientata sull’ombelico dello scrittore, una letteratura che si sporca le mani anche quando è complessa.
Quest’anno abbiamo letto insieme A sangue freddo di Truman Capote, che non è proprio un romanzo elementare. Si sono assolutamente appassionati. Allora c’è un problema legato agli scrittori italiani; lo scrittore medio italiano, quello che pubblica, perché poi non è escluso che ce ne siano tanti che scrivono e non pubblicano, non si occupa del reale, e nemmeno di questioni abbastanza importanti. Noi abbiamo una situazione legata ai flussi migratori in cui siamo in trincea; Lampedusa, le coste della Sicilia: quanti romanzi ci sono, quanti testi teatrali o film italiani ci sono che si occupano di questa cosa? Stamattina leggevo che persino Emanuel Carrère ha scritto su questo e Maylis di Kerangal ha scritto il romanzo Lampedusa. Ma noi? Margaret Mazzantini ha scritto un insieme di storie molto bello, Mare al mattino, veramente molto bello; dopodiché c’è Giuseppe Catozzella, e non mi viene in mente nessun altro. Di che cosa parliamo quando raccontiamo storie? Perché non ci compromettiamo un po’ di più, perché non prendiamo una posizione, noi scrittori? Oppure, se lo facciamo, perché gli editori non compiono un atto di coraggio e pubblicano questi libri anche se non sono così popolari? Personalmente fatico a pubblicare esattamente per questo motivo, però magari sono io che non so scrivere; altri, invece, magari potrebbero farlo. Di fatto non escono libri che abbiano a che fare con il reale; io li propongo ai miei studenti per questo motivo.

Queste sono tematiche che invece sono molto presenti nei tuoi romanzi. Da sempre, direi…
N.V. Insomma, è solo un argomento, quello che interessa a me in questo momento, e che mi ha interessato negli anni; personalmente credo che se uno ha un talento di scrittura, piccolo o grande che sia, comunque costruisce un ponte. Come dice Jeanette Winterson, la scrittura è una corda per funamboli tesa tra due mondi. Se parlo solo di me che ponte è? Mi ci impicco con quella corda lì, non mi interessa quella roba lì. Dopodiché so benissimo che parlare di letteratura che può cambiare il mondo, come facciamo Barbara e io, è un’utopia ma, come dice un grande filosofo nordafricano, sì, è un’utopia cambiare il mondo con la letteratura, ma senza utopia non si è mai fatto mai nulla di buono.

FINE PRIMA PARTE
La seconda parte si può leggere qui: SECONDA PARTE

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Heiko H. Caimi
Scrittore e sceneggiatore, insegna scrittura creativa dal 1999. Ha collaborato con la casa editrice Tranchida dal 2007 al 2009 come docente di Scuola Forrester e come membro del CdA e redattore del comitato editoriale, nonché come autore sulle riviste telematiche “Gluck59” e “Tenekè”. Ha collaborato come autore di novelle con gli editori Mondadori e GVE e pubblica racconti, articoli, recensioni e poesie con diverse riviste telematiche. Ha partecipato come poeta alla VII Edizione della Carovana dei Versi nel 2012-2013, e sue opere sono state pubblicate nel 2013 all’interno dell’antologia edita dalla Casa Editrice Abrigliasciolta di Varese. Ha tenuto corsi di scrittura e di sceneggiatura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano, presso l’I.I.S. A. Lunardi di Brescia, in svariate biblioteche e associazioni del comprensorio bresciano e in alcune scuole svizzere. Un film per cui ha scritto la sceneggiatura è stato opzionato due volte e ha collaborato come sceneggiatore a una produzione internazionale (“Haiti Voodoo”, 2011). In un lontano passato ha suonato in svariati gruppi musicali e ha collaborato a numerosi cortometraggi. Attualmente vive e lavora a Brescia. Dal 2002 è Presidente di Magnoliaitalia e dal 2013 è docente e direttore della Bottega della Scrittura di Brescia, scuola professionale per scrittori.