Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani: il piacere di scrivere – parte II

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Intervistare due scrittrici come Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani è un autentico piacere; e, quando sono insieme, danno il meglio di se stesse, come potrete leggere poche righe più avanti. Le abbiamo incontrare a Brescia, durante la serata conclusiva della rassegna letteraria itinerante Libri In Movimento, che siamo stati lieti di organizzare presso il Caffè Letterario Primo Piano.

SECONDA PARTE
Si può leggere la prima parte qui: PRIMA PARTE

Fra le varie tematiche portanti dei libri di Barbara c’è la relazione, sempre presente anche nei noir; anzi, spesso è il motore della storia. Sei molto attenta alle relazioni, ai risvolti psicologici, alle strane dinamiche che possono nascere all’interno delle situazioni più disparate. Non parliamo solo di  rapporti amorosi o di legami di matrimonio, anche se di matrimoni tremendi ce ne sono parecchi, ma anche di rapporto madre-figlia, piuttosto che di rapporto tra amiche e così via. Come mai quest’attenzione così forte, così acuta verso le relazioni?

B.G. Secondo me è legato al discorso che fa Nicoletta, anche se non sembra, perché io sono molto più claustrofobica, quindi centrata sui rapporti familiari, sulle relazioni. Credo che il modo di relazionarsi, la cultura della famiglia, le dinamiche che ci sono in un paese siano strettamente legati con quello che c’è nel mondo. In Non ti voglio vicino ci sono due strade, due mondi paralleli: uno, che è quello della guerra vera, la seconda guerra mondiale; e l’altro, quello di una guerra intestina in una famiglia. Queste secondo me sono strettamente legate.
Mi è capitato di leggere un libro, tra l’altro curato da Nicoletta, che si intitola Dissolvenze, che ha a che fare con il corpo, che è un altro dei punti cruciali, focali, sui quali lavoro molto. E in uno di questi saggi, non ricordo più di chi, si parlava proprio di questa cosa, della relazione che intercorre tra le persone e poi della relazione che intercorre nel mondo. Se la tua cultura è quella, per esempio, per rimanere incentrati sul tema forte di questi anni, quello della supremazia del maschio sulla femmina, per come sono io te la racconto in una famiglia, ma questo si allarga al mondo. Quindi per me le cose sono strettamente legate. Poi io, probabilmente per il fatto di essere su una sedia a rotelle, quindi di essere più ferma degli altri, ho sviluppato una particolare capacità di osservazione, di interesse verso alcune dinamiche che mi ruotano attorno. Per questo sono molto affascinata dalle relazioni all’interno della famiglia che poi, secondo me, sono replicate nel mondo, per cui c’è davvero una grande corrispondenza. A me interessano di più certe storie rispetto ad altre, però credo che il legame comunque ci sia. La famiglia italiana non è un’isola rispetto alle famiglie nel mondo, anche se la cultura è diversa, anche se tutto è diverso. I rapporti umani comunque ci sono, ci sono dei valori, ci sono dei temi che sono fondamentali e che appartengono a tutti e sui quali in teoria dovremmo ritrovarci, anche se invece spesso ci dividono.

Restando sulle relazioni e sulle relazioni difficili, uno dei temi molto sondati da Nicoletta è quello dell’infanzia incompresa e spesso maltrattata. Qui veniamo anche a Cordelia, dove c’è una bambina che, attraverso i colori, cerca di comprendere se stessa e che un giorno decide di scappare di casa per una giornata e di fare un’esperienza singolarissima; è appena stato ristampato da Prospero Editore.

N.V. C’è una questione sul rapporto di maternità che finisco per declinare sempre, mio malgrado e praticamente in tutte le storie che scrivo, in modo più o meno visibile, una questione che salta fuori in modi completamente diversi ed è al centro della narrazione in due romanzi: uno è Cordelia e l’altro è Le madri cattive, tutta un’altra storia che non racconterò qui. Cordelia è un’altra creatura di Luigi Bernardi, nel senso che è uscita con lui per primo, con Flaccovio Editore, e lui lavorava lì. È un romanzo particolare, perché non è né un noir, né un poliziesco, né fantascienza, né un romanzo per ragazzi; è quello che in Italia si chiama Letteratura, con la L maiuscola, qualunque cosa voglia dire; in Francia si chiama letteratura bianca, e in Inghilterra mainstream. Questa Letteratura risponde a una mia necessità personale di declinare il rapporto tra una madre e una figlia in un contesto come quello milanese, dove ho avuto entrambe le mie figlie; se qualcuno di voi frequenta Milano per lavoro, si sarà reso conto di che cosa significhi avere un lavoro e una vita familiare in questo contesto urbano, quale sia la qualità della vita. Quando le mie figlie erano piccole vedevo tanti ragazzini o ragazzine pienamente accuditi dal punto di vista pratico, muniti di tutto, ma emotivamente abbandonati a loro stessi da madri o padri che, loro malgrado, avevano poco tempo, poca energia, poca volontà e anche poca percezione di quello che stava succedendo. Questo non è stato il nostro caso, anche perché sia io che l’uomo della mia vita lavoriamo tanto, però ci dividiamo tanto i compiti, quindi non è successo che le figlie siano state abbandonate quand’erano piccole. In ogni caso, ho provato a raccontare la storia di questa bambina, che si chiama Cordelia, dal suo punto di vista. Pur non essendo una storia narrata in prima persona, lo sguardo dominante è quello di questa bambina di otto anni, che a un certo punto decide di non andare a scuola; una bambina che, appunto, è dentro a una famiglia di questo tipo, in cui il padre è una figura assolutamente assente e la madre non si è mai ripresa dalla maternità, nel senso che non ha mai amato davvero questa bimba, che le è sempre sembrata una ragazzina strana; non se ne è mai occupata, pur provvedendo alle sue necessità. Cordelia ha un rapporto complicato con le parole, parla poco o niente e le sembra che le parole la tradiscano continuamente, anche perché lei è tutta sua madre, e le parole sono scatole di cui Cordelia non possiede la chiave. Dopo la morte del nonno, che le aveva insegnato il linguaggio dei colori, decide di partire per un viaggio attraverso Milano, saltando la scuola senza che sua madre se ne accorga, alla ricerca del proprio colore; quindi è un viaggio attraverso la città.
È un romanzo che ho amato tantissimo, perché dà un minimo di concretezza anche a una cosa inconfessabile per le madri, soprattutto per le madri italiane, ovvero che per ogni madre ci sono momenti in cui i figli li odi, nel senso che vorresti non averli mai avuti. Raccontare questa storia mi ha aiutato a fare i conti con questa emozione che comunque ho registrato in me, ma sono certa di non essere la sola. Questa fase c’è stata, pur avendo io un rapporto molto bello con le mie figlie, ormai grandi; insomma, siamo una famiglia normale, è tutto sereno. L’altro aspetto del romanzo è provare a mettersi nella testa di una bambina che non riesce a uscire dalla bolla di sapone in cui è stata collocata da sua madre, per cui qualunque parola lei dica la madre la prende nel modo sbagliato.
Concludo con un aneddoto curioso: proprio per il fatto di parlare di una ragazzina, di parole, del linguaggio dei colori, siccome viviamo in un’industria culturale in cui uno legge la quarta di copertina e crede di aver capito tutto, quando il libro è stato caricato su IBS, in fondo alla descrizione della storia c’era scritto “per bambini fino ai 14 anni”: perché si suicidino, evidentemente! È stato curioso che sia stato preso come libro per ragazzi.

Barbara, c’è una differenza fondamentale, secondo me, fra te e Nicoletta, rispetto a una cosa: tu ogni volta cambi i personaggi, Nicoletta invece per un po’ li mantiene, poi li abbandona e ne adotta degli altri. Anche lei scrive storie assolutamente indipendenti, però tu lo fai ogni volta. Forse perché ami il racconto, forse perché…

B.G. No, perché mi annoio dei personaggi seriali, brutalmente…

N.V. Tranne i miei!

B.G. Tranne i tuoi (ride).  No, mi annoio a scriverli, quindi non mi interessano. Ci sono temi ricorrenti, che sono quelli della famiglia, di solito famiglie disturbate, persone disturbate nelle quali mi riconosco molto. C’è il cinismo, ma credo anche molta partecipazione affettiva, pietas. Secondo me noi esseri umani ne abbiamo bisogno: visti da fuori siamo un po’ scarruffati. Quindi no, semplicemente non mi piace, non ne sarei capace. Poi non ho memoria, quindi dovrei scrivere degli schemi, e io detesto fare gli schemi. È raro che mi innamori di un personaggio, anche di altri autori: mi fa proprio piacere girare per le varie storie, cambiare vari personaggi.
Invece Nicoletta ogni tanto si affeziona, si stufa anche lei e poi passa a nuovi personaggi È il caso di DR, è il caso della zia Spazzini investigatrice, il caso dei personaggi del ciclo di Sur, e anche di alcuni personaggi che tornano nella squadra Allegroni nei romanzi per ragazzi.

N.V. Sì, in realtà io non mi annoio, a volte mi affeziono ai personaggi e alle persone, però la responsabilità della continuità è stata degli editori più che mia. Nel caso di Zoe Libra, che è stato il personaggio più fortunato, in realtà alla fine del terzo libro non ne potevo più, infatti l’avevo fatta morire; poi però l’editore mi ha detto: “no, mettiamola in coma, così può sempre resuscitare”, e infatti c’è stato un quarto romanzo in cui Zoe Libra in qualche modo torna in vita, in maniera un po’ fantasmatica, ma l’atmosfera lo consentiva abbastanza. In realtà è forse più esatto dire che mi innamoro dei luoghi, delle ambientazioni, nel senso che, per esempio, nel quarto romanzo mi è piaciuta tantissimo l’idea di descrivere una Milano un po’ periferica, un po’ meticciata, molto buffa, in cui le etnie vivono bene assieme, mettendo a frutto la loro capacità di ironia rispetto a un contesto in cui è economicamente difficile sopravvivere. Lo stesso vale per la fantascienza de Il cuore finto di DR: mi piaceva una Milano che ha avuto soltanto due puntate e che, però, in qualche modo viene ripresa da Eva; un’immagine di una Milano futura: mi piace immaginare come sarà, o come potrebbe essere a distanza di molti anni. I personaggi sono un accessorio. Ad esempio, la cosa che mi sono divertita di più a fare è stata, nel passaggio da Eva al romanzo successivo, che non è ancora uscito e non so se mai uscirà, il riprendere gli stessi personaggi cambiando gli equilibri: quello che era un personaggio secondario diventa un personaggio protagonista e si impadronisce della storia. Anche questo è un giochino divertente. Mi serve. Sì, mi affeziono ai personaggi, ma mi servono soprattutto perché non voglio lasciare quello spazio lì, quel luogo lì che è un luogo immaginario e reale al tempo stesso e che ancora non ho capito come mappare.

B.G. Una cosa molto diversa tra me e Nicoletta è la velocità di scrittura: io sono lentissima, scrivo molto meno, mentre lei ogni tanto mi telefona e mi dice: “sto finendo un romanzo”. “L’hai iniziato un mese fa!” Io ci metto anni a scrivere qualcosa, è sconvolgente per me la sua velocità.

N.V. Ma è diverso, perché io quando comincio a scrivere scrivo sotto dettatura, nel senso che la storia deve essere pronta nella testa, altrimenti non esiste.

Barbara, tu hai scritto più di un testo teatrale; uno di questi, recentemente, è approdato anche in Spagna, a Madrid, e speriamo che sbarchi anche altrove…

B.G. No, non sbarcherà mai da nessun’altra parte. È stata un’esperienza bellissima. Il testo Sex & disabled people è nato da una mia idea. Un giorno ho cominciato a scrivere post sul mio diario di facebook. Amo molto facebook, quindi lo uso tantissimo. Trovo che sia un modo bello di comunicare: su facebook sono nate tantissime idee. Io ho un blog che si chiama Sdiario dove, pur essendo mio, scrivo poco; accolgo molto di più le scritture degli altri. Ci sono scritture bellissime che non trovano sbocco editoriale e, quando le incontro, offro quel pochissimo spazio e quella poca notorietà che ho perché queste scritture vedano la luce. Questo mi piace molto. Quindi un giorno ho cominciato a scrivere dei post intitolandoli Sex & disabled people: erano lezioni di sesso per disabili. Hanno avuto un successo strepitoso, e mi sono accorta al terzo o quarto post che le condivisioni erano centinaia. Subito dopo La Stampa, il Corriere della Sera mi hanno telefonato, e allora mi è venuto in mente che forse avrebbe potuto diventare qualcosa di più grande. Quindi ho contattato un’autrice italiana che si chiama Alessandra Sarchi, anche lei sulla sedia a rotelle, e le ho chiesto se le andava di partecipare, di scrivere con me questa cosa che non si configurava ancora bene. Lei ha accettato e diceva: “però io la parte comica non so scriverla”; e io le dicevo: “va beh, tu fai la parte poetica, drammatica”, quindi lei ha scritto questo controcanto alle mie lezioni; poi abbiamo chiesto a un’amica lettrice strepitosa, e a un musicista che si chiama Luca Garlaschelli, che non è mio parente e, dal niente, l’anno scorso a Piacenza abbiamo messo in scena questo reading musicale. Alessandra ha cominciato a farlo girare, l’ha mandato a Luciana Littizzetto, che se ne è innamorata e ci ha voluto incontrare, ha fatto delle note di regia e poi l’ha mandata a Laura Cuneo, che lavora al consolato italiano in Spagna, e siamo arrivati a Madrid. È stata un’esperienza fantastica che però è finita, come tutte le cose belle: c’è un momento in cui nascono e c’è un momento in cui finiscono perché le persone fanno altro. Però è stato fantastico anche perché io e Alessandra eravamo sul palco, quindi eravamo noi a leggere. Le stesse autrici su una sedia a rotelle che scrivevano e parlavano di sesso erano sul palcoscenico. Io mi sono divertita come una pazza, Luciana si è divertita come una pazza, Alessandra forse un po’ meno, perché poi ognuno di noi ha il suo modo, ma io sono una che “datemi un palcoscenico!” Forse dovrei far l’attrice al posto della scrittrice, soprattutto comica: è stato bellissimo. E magari ci sarà qualcos’altro.

Che è poi un inno alla vita. questa cosa…

B.G. Un inno alla vita. Adesso devo rompere qualcosa alla Vallorani, in modo da scrivere qualcosa di “disabled” con la Vallorani.

N.V. Però se vedete ballare me e Barbara, la disabile sono io, sicuramente. Non sono capace.

B.G. Su quello non c’è dubbio. Ma anche cantare…

Una domanda da traduttrice: Italo Calvino diceva che tradurre è il vero modo di leggere un libro; tu sei d’accordo?

N.V. No. È un bell’esercizio, è interessante, è una sfida: più il testo è difficile e più è contemporaneo, che è un ulteriore elemento di complessità, più sei lì che cerchi di inventare un’equivalenza; perché tradurre non è soltanto un’operazione meccanica di trascrizione e corrispondenza delle parole -a questo ci arriviamo tutti quanti-, si tratta di restituire la musica del testo. Bisogna essere capaci, senza troppe spiegazioni, senza note, senza indicazioni, di far capire a un lettore di una cultura diversa che quella storia lì ha un determinato senso.
Nel mio caso ci sono state due esperienze di traduzione importanti e significative. La ritraduzione de I sotterranei di Jack Kerouac, un librettino che penso conosciate già, scritto nel linguaggio che allora, negli anni Sessanta, era considerato giovanile. Era uscito con Feltrinelli e il traduttore, che credo fosse Fernanda Pivano, è anonimo. Traduttore astuto, che sapeva benissimo che sarebbe diventato ridicolo dopo pochi anni, e in effetti a leggerlo oggi è vero. Il curatore dei Meridiani aveva deciso di farlo riscrivere e si era orientato verso di me perché, diceva, “tu hai un tipo di scrittura che secondo me può restituire il significato”. Proprio come scrittrice mi aveva scelto. Lui è un americanista ora in pensione, Mario Corona. Era un’esperienza breve, settanta pagine, ma ci ho messo un’eternità. Era terrorizzante. Kerouac è stato uno dei miti della mia vita, era una grande responsabilità. Poi in realtà non sono stata mai sola perché, anche se non si sa, il traduttore è spesso accompagnato: c’è un revisore editoriale che, in collane come i Meridiani, è una persona molto esperta che rimaneggia il tuo lavoro in modo importante, e spesso molto utile.
L’altra esperienza interessante è stata la traduzione di Will Self, che è un autore contemporaneo inglese molto interessante, reso famoso dalla riscrittura de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, riambientato alla fine del Novecento: un libro di grande complessità. Lui è forse l’autore britannico più intelligente, e il suo è un libro che ho amato tantissimo come lettrice: tradurlo lo ha un po’ ammazzato, poiché comunque tu fai l’anatomia del testo e spesso sei anche costretto a rivolgerti allo scritto perché ci sono cose che non capisci e non sei in grado di tradurre, che è anche un po’ umiliante; la poesia del testo, che pure ricostruisci in un’altra lingua, un po’ la perdi. Per questo dico che leggere il testo è leggere il testo, tradurre è un’altra questione, molto più complessa, più interessante, più formativa, ma entriamo in un altro ambito, che non è la lettura. La lettura è passione, è farsi tirar dentro, è diventare i personaggi; come traduttore non puoi diventare personaggio: devi essere più lucido, più razionale, se no poi viene fuori una schifezza.

Quindi tradurre è un po’ tradire il testo? E la traduzione è stata formativa per te come scrittrice?

N.V. Sì, è stata formativa, proprio perché rispetto alla lettura era un passo più razionale. Per esempio, Will Self è un autore che amo moltissimo come scrittore, mi piace come scrive; avvicinarsi così tanto dopo esserselo goduto come lettrice, per capire quali sono le strategie, per usarlo, soprattutto in Dorian, per me è stato utile: ho capito una serie di meccanismi della scrittura e ho capito una volta di più che non è vero che uno scrive perché è ispirato; uno scrive perché ha un talento, piccolo o grande che sia, però ce lo deve avere -c’è un mestiere che deve imparare. Per esempio, l’intreccio e le soluzioni di intreccio le ho imparate, non sono capace mia sponte, tantomeno quelle funzionali al genere noir; anzi, vi direi l’assassino nella prima pagina. Però mi vengono bene i personaggi. È raro che uno scrittore riesca a fare bene tutte le cose.

B.G. Io ho fatto più di qualcosa di traduzione. Stupisciti, a me viene bene tutto, sì. Che ti devo dire?

Dicevi che in Italia si scrive poco sulla realtà dei nostri giorni e sull’immigrazione. In Inghilterra e negli Stati Uniti è diverso?

N.V. Sì, assolutamente sì. Bisogna dire che sono Paesi con storie diverse, e letterature diverse: gli Stati Uniti hanno una tradizione di narrazione che è antichissima; ci sono grandi narratori; non è un caso che Stephen King sia nato negli Stati Uniti, che abbia sviluppato il suo talento lì. L’Inghilterra, dall’altra parte, ha una storia diversa, perché con la migrazione ha avuto a che fare sin dall’inizio del Novecento, con il processo di decolonizzazione. Resta il fatto che in Francia, che non ha una storia di questo tipo, scrittori che comunque hanno sentito la necessità di occuparsi di questa tematica ce ne sono stati tanti. E l’ultimo, discutibile quanto si vuole, romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, è comunque un romanzo sulla paura dell’islamismo. In Italia non c’è niente del genere: se vai in libreria a vedere quali sono i libri più venduti, ti sfido a trovare qualcosa che abbia un impegno, un commitment con la realtà attuale che vada oltre il rapporto di coppia. Non c’è niente di male nel rapporto di coppia o nell’intrattenimento, ma mi piacerebbe che ci fosse anche qualcosa d’altro. Se cerco romanzi italiani che abbiano a che fare con queste tematiche posso trovare solo Mazzantini e Catozzella: uno l’ho amato tantissimo, l’altro l’ho detestato. Però sono solo quei due lì.

B.G.  Per quanto riguarda me, l’esperienza di Madrid è stata interessantissima dal punto di vista teatrale. La sera prima del nostro reading, siamo stati invitati al teatro Valle-Inclán a vedere il lavoro di una compagnia scozzese che si occupa del tema della disabilità, e che in Italia non vedremo mai. Era la storia di una donna senza gambe: l’attrice è una donna senza gambe che, tramite chat, conosce un uomo che non capisce che lei è senza gambe, e viene a crearsi questo misunderstanding. Ma la cosa sconvolgente, a parte il lavoro in sé che noi, come dicevamo, in Italia non vedremo mai, perché lo censurerebbero subito, era anche il modo: c’erano i sottotitoli in spagnolo, loro parlavano in scozzese. Io capisco l’inglese, ma non capivo niente di come parlavano loro; e poi c’era sulla scena un televisore e c’era una donna che traduceva per i non udenti. Tutto fatto con una semplicità incredibile; ed era Madrid, non è New York! Noi in Italia non solo non vedremo mai questo lavoro, perché è troppo oltre. Perché parlare di disabilità e di sesso in quel modo, in questa maniera esplicita… Ad esempio, questa donna ad un certo punto si masturba, non esplicitamente, a livello visivo, ma era chiarissimo quello che stava facendo: io me la immaginavo in Italia e mi dicevo: “pensa, questa qua nessuno mai la metterebbe in scena”. Siamo sempre un po’ dormienti, sempre indietro.

N.V. Però, lo ripeto, io non penso che siano né il lettore, né l’ambiente, né necessariamente l’autore a determinare questa sonnolenza. Credo che semplicemente quest’atto di coraggio dovrebbe spettare agli editori. Poi se dovesse esserci questo atto di coraggio e fallisse, allora darei ragione a quelli che dicono che è colpa dei lettori: “un libro così coraggioso non si venderebbe mai, perché il lettore lo rifiuterebbe”.

Quindi non è detto che non esistano lavori così…

N.V. No, infatti secondo me ci sono, solo che non escono. Non credo di essere l’unica ad avere voglia di questa cosa. Ma del resto alcuni li conosciamo: noi abbiamo presentato, in uno dei buffet letterari che organizziamo come associazione cultural,e un libro di Deborah Gambetta che si intitola L’argine, che è stato rifiutato da alcuni grandi editori ed è stato pubblicato da un editore piccolissimo. Non  verte sull’immigrazione, ma su un’altra questione problematica, la violenza familiare,  la violenza contro le donne, ed è un libro strepitoso. Non è che non sia stato proposto ai grandi editori: gli è stato proposto  l’hanno rifiutato. Poi è uscito con quest’altro editore, Melville: chi lo conosce?

B.G. Poi noi ci proviamo, sia io, sia Nicoletta. Almeno, io sono una che crede molto nella scrittura degli altri, per cui, appena posso, faccio ciò che mi è possibile. Questo è davvero un libro meraviglioso.

N.V. Il problema è che manca un’idea di promozione culturale ed è passata da un po’ di tempo l’idea che la cultura non serva a niente: comunque è meglio se non ce l’hai. Se uno va in televisione, è una persona pubblica, visibile e gli viene chiesto “Qual è l’ultimo libro che hai letto?” e quello risponde “Non mi ricordo”, un tempo ci si sarebbe vergognati di una risposta del genere, adesso  invece non succede nulla; il prestigio della persona che ha dato questa risposta rimane assolutamente intatto. Non credo che siamo solo noi due a voler leggere dei bei libri di un certo tipo: credo che gli editori non li pubblichino perché pensano che non funzionerebbero. Poi è una semplificazione, però penso che sia questo.

Essere donna, rispetto al mercato editoriale, è uno svantaggio, un vantaggio o un fattore ininfluente?

B.G. Essere donna non è un vantaggio mai. Secondo me è un po’ più faticoso essere un’autrice. La cosa paradossale è che sono più le donne lettrici che i maschi. Dopodiché personalmente non l’ho mai percepito su di me, non posso dire: “sì, è svantaggioso”; però, siccome il mondo dell’editoria somiglia a tutti gli altri, in cui le donne fanno un po’ più fatica, secondo me è così anche in questo mondo. Devo dire una cosa che non rende onore a noi donne, e parlo dell’ambito dell’editoria, che è specchio di tanti altri: molto spesso non si è solidali. Un po’ perché gli scrittori sono comunque dei narcisi, sono e siamo centrati su noi stessi; ma poi c’è proprio questa mancanza: siamo un po’ miopi. Non so come funzioni negli altri paesi, ma in Italia non si capisce che invece lavorare insieme produrrebbe risultati positivi.

N.V. Sono abbastanza d’accordo con quello che dice Barbara. Dopodiché, se penso alla mia esperienza personale, ho iniziato nella fantascienza, che è un genere maschile. Si tratta anche di un genere poco diffuso, quasi una setta, una cricca, e quando sono entrata le donne che scrivevano erano pochissime, ma questa cosa mi è stata di grande aiuto, soprattutto perché non sono arrivata in quel contesto facendo una battaglia femminista, ma relazionandomi, perché così mi veniva, da pari a pari. In questo senso non siamo due donne, siamo due marinai; effettivamente non siamo tanto femminili o femministe, ma abbiamo entrambe una tendenza ad avere un rapporto paritario: o sai scrivere o non sai scrivere, ma che tu sia maschio o femmina non è che abbia una grande rilevanza.
In generale credo che nella scrittura e nell’editoria accada ciò che avviene anche negli altri ambiti e mestieri, come ad esempio all’università. Le donne partono magari molto determinate e arrivano fino ad un certo punto, ma le posizioni direttive sono sempre degli uomini. In cima non ci si arriva quasi mai, e questo accade anche nell’editoria. Quindi, come diceva Barbara, assolutamente si tende a fare più fatica. C’è una variazione tra generi letterari, in effetti. Nel senso che io ho scritto solo un romanzo che non entrava, neanche a forzarlo, in nessuna categoria di genere, e ho trovato tante porte chiuse. Credo che se fossi stato un promettente autore sarebbe stato un pochino diverso.

FINE

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Heiko H. Caimi
Scrittore e sceneggiatore, insegna scrittura creativa dal 1999. Ha collaborato con la casa editrice Tranchida dal 2007 al 2009 come docente di Scuola Forrester e come membro del CdA e redattore del comitato editoriale, nonché come autore sulle riviste telematiche “Gluck59” e “Tenekè”. Ha collaborato come autore di novelle con gli editori Mondadori e GVE e pubblica racconti, articoli, recensioni e poesie con diverse riviste telematiche. Ha partecipato come poeta alla VII Edizione della Carovana dei Versi nel 2012-2013, e sue opere sono state pubblicate nel 2013 all’interno dell’antologia edita dalla Casa Editrice Abrigliasciolta di Varese. Ha tenuto corsi di scrittura e di sceneggiatura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano, presso l’I.I.S. A. Lunardi di Brescia, in svariate biblioteche e associazioni del comprensorio bresciano e in alcune scuole svizzere. Un film per cui ha scritto la sceneggiatura è stato opzionato due volte e ha collaborato come sceneggiatore a una produzione internazionale (“Haiti Voodoo”, 2011). In un lontano passato ha suonato in svariati gruppi musicali e ha collaborato a numerosi cortometraggi. Attualmente vive e lavora a Brescia. Dal 2002 è Presidente di Magnoliaitalia e dal 2013 è docente e direttore della Bottega della Scrittura di Brescia, scuola professionale per scrittori.