Mattia Di Carlo – Piccioni – 2: Due piccioni con una fava

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Gli ultimi giorni di agosto, a Padova, scorrevano fiacchi, pachidermici. Molti amici non erano ancora tornati dalle ferie tardive, molti altri si concedevano momenti familiari per scroccare un po’ di aria condizionata ai genitori e altri ancora uscivano solo quando il sole era completamente calato.
La noia aveva il profumo delle spinacine precotte di Francesco e la voce del gommista all’angolo, da cui spesso provenivano bestemmie che superavano di gran lunga il rumore del grosso compressore con cui gonfiava ogni suo lavoro.
Il rapporto con i piccioni si stava inasprendo sempre più: svolazzavano e scagazzavano sul mio terrazzo come se fosse il loro parco giochi. Il vicino di sotto li viziava con riso e mais in ciotole grandi abbastanza da farcene entrare a beccare venti contemporaneamente. Dopo il delizioso banchetto gratuito, si appollaiavano sul mio cornicione a tubare e cagare. A volte si cimentavano in bizzarre danze di accoppiamento. Dopo qualche giravolta maschile, la femmina si allontanava sul tetto della palazzina di fronte e lì, se decideva che quello era il piccione giusto, si faceva ingroppare per pochi secondi dal pennuto gonfio e fiero. Pochi istanti e la routine riprendeva il suo corso.

Un pomeriggio mi decisi: scesi in via Tiziano Aspetti e andai al negozio Tutto Cina, certo di trovare quel che cercavo.
“Buondì”.
“Ciao” disse freddamente una commessa sulla cinquantina, senza distogliere lo sguardo dal banco.
“C’è un reparto giocattoli e cose per bambini?”.
“In fondo a sinistra” fece lei con la tipica “r” mutata in una “l” aspirata.
Ringraziai e mi avviai quasi correndo verso il lungo corridoio di sinistra. Secchielli di plastica, palettine, set in rete completo di rastrello, palla da beach volley, racchettoni, mini biliardo da tavolo, carte da uno, carte da gioco, pennarelli, pastelli colorati, materassino gonfiabile, macchinine, set di micromachine, modellini di camion e auto della polizia, bambole, trucchi per bimbi, fucili ad acq… eccoli.
Fucile ad acqua Powerwater pro5: doppio spruzzo, getto fino a cinque metri, capienza un litro, dodici e novantanove. Lui!
Pagai alla svogliata cassiera e non pretesi nemmeno il sacchetto. Con la confezione sotto braccio, tornai a casa: eccitato, scosso, euforico.
Caricai il fucile e feci una prova: aveva un getto doppio molto potente, che superò di gran lunga il terrazzo del vicino di sotto e fece schiantare l’acqua sull’asfalto. Lo appoggiai sul mobile vicino alla finestra della cucina, come un killer, un cecchino vietcong.
Abbassai la tapparella all’altezza della mia testa, calcolata meticolosamente sulla seduta della sedia. Mi feci un caffè e, nel tempo del richiamo della moka sistemai ogni minimo dettaglio. Spostai la sedia di qualche centimetro. Abbassai e rialzai la tapparella fino al punto in cui mi sembrò perfettamente allineata. Misi perfino delle briciole sul cornicione, vicino alla pianta di basilico. Osservai attentamente il territorio attorno a me studiando possibili mosse nel caso i pennuti non fossero a tiro della mia arma. Bevvi il caffè e fumai una sigaretta.
La tensione stava man mano calando mentre la noia riprendeva il suo normale ritmo. Passarono altri dieci minuti e mi stufai, anzi mi sentii un completo idiota. Tornai in camera davanti al pc e mandai qualche mail alle scuole della zona e una all’amministratore, cui dovevo chiedere di riparare la chiave che apriva il cancello dei garage. Non appena la inviai, udii il tubare tipico di quegli insulsi ratti con le ali. Andai quatto quatto verso la cucina, presi il fucile ad acqua e mi misi silenziosamente sulla sedia.

Erano due. In amore.
Dalla finestra vedevo i movimenti del maschio. Era goffo e non ancora totalmente gonfio di virilità. La femmina però non era a tiro, coperta dalla parte destra della mia porta-finestra. Aspettai qualche secondo e caricai lentamente la pompetta vicino al grilletto della mia nuova arma ad acqua. I piccioni erano a meno di tre metri da me. Mi affacciai. Non mi videro, ma la femmina svolazzò per un attimo sopra il cornicione e si posò di nuovo, questa volta a sinistra del maschio. Il maschio fece una danza di due o tre giri su se stesso e poi le si avvicinò di due passi. Lei sembrava calma e pronta per l’accoppiamento. Ora erano entrambi a tiro. Misi il fucile in posizione orizzontale, per provare a sfruttare entrambi i getti. Presi la mira e sparai.
“Sì. Beccati! Fanculo. Stronzi!”.
Corsi sul balcone perché li vidi sparire entrambi, mentre nell’aria spiumava un cumulo di piume. Il getto fu abbastanza potente e discretamente precisa fu la mira. Non si alzarono in volo e caddero sul terrazzo di sotto. Quando mi affacciai si stavano entrambi riprendendo dallo shock. Uno dei due, il maschio, camminò zoppicando per qualche metro e poi entrambi presero il volo. Solitamente li vedevo cambiare tetto o balcone, ma rimanevano sempre nella corte, a non più di qualche decina di metri da casa. Non quella volta: li vidi volare ad ali levate verso sud. Impauriti, inebetiti, palesemente terrorizzati. Li seguii con lo sguardo fin dove arrivavano i miei occhi. Superarono la cupola della chiesa del Carmine e ancora più in là, verso le piazze del centro.
Ebbi un’estasi prestazionale. L’adrenalina scorreva avanti e indietro nel mio sangue a velocità inaudita. Mi venne la pelle d’oca e mi sentii un vincente. Urlai come un pazzo dal balcone, con lo sguardo verso il cielo: “Sììì! Tremate, schifosi uccelli! Voi che tutto beccate e ovunque cagate. Tremate di fronte ad Antonio, vero custode di questa città. Andate, voi copulanti uccelli portatori di malattie, e diffondete il verbo: “Che nessuno più abbia il coraggio di appoggiarsi sul balcone del potente Antonio, persecutore di tutti i piccioni. Che a nessuno più venga in mente di scacazzare sul balcone del quarto piano di via Toti 9. Andate e tubate ai vostri simili di questa guerra e della vostra sconfitta. Delle gesta del potente Antonio, Re dell’ansa Borgo Magno e incubo di tutti i vostri simili!”.
Un signore cinese, che avevo conosciuto in ascensore prima di partire per le ferie, mi guardava attonito dal suo piccolo balconcino sul lato sinistro del nostro condominio. Fumava aspirando solamente con la bocca e rimanendo statuario, con entrambe le braccia appoggiate al cornicione. I nostri sguardi s’incrociarono e capii che stava dalla mia parte. Con un lievissimo cenno del capo ci salutammo e io rientrai, fiero ed esausto.

(continua)


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