Mattia Di Carlo – Piccioni – 1: Una breve giornata di merda

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Alle 9.55 della mattina del 22 agosto, al primo giorno di rientro dalle ferie, scoprii di non avere più la mia bicicletta.
In quel momento avevo appena sceso, di corsa, le rampe di scale che dividevano l’asfalto dal mio appartamento condiviso, al quarto piano di una delle palazzine di Borgo Magno, in Arcella. Avevo aperto il portone ed ero rimasto immobile, incredulo, frastornato, di fronte alla vista del mio lucchetto rosso tranciato, a terra, sul ciglio del marciapiede – e il nulla attorno. Il telaio verde, i cerchi del ventisette da corsa, il manubrio con i freni a bacchetta e i pomelli di gomma consumati, l’adesivo della Palestra popolare Galeano sulla canna, il sellino alzato al massimo con la luce a intermittenza sotto, i pedali e la catena con il cambio a tre marce: niente di tutto quell’ammasso di gomma e acciaio aerodinamico era più dove l’avevo lasciato.
Ricordo distintamente tutti gli insignificanti dettagli che precedono e seguono la disgraziata scoperta.
Prima la mattinata afosa e tiepida si aprì con il sole che, a tratti, batteva sulla finestra della camera, a sudest. Il caldo torrido di quell’estate era stato placato da una breve e corposa pioggia notturna. L’aria era talmente rinfrescata che non mi svegliai sudato. Andai in cucina, caricai una moka da tre e accesi il giradischi. Charlie Parker esauriva i vuoti dei primi minuti di sveglia con leggerezza e il mondo mi sembrava per una volta girare in modo lento e costante, dandomi modo di gustare ancora di più le variazioni di ritmo e le improvvisazioni del sax e degli altri fiati. Nebulizzai il Ficus Ginseng, il mio stupendo bonsai, e annaffiai rosmarino e timo sul terrazzo a nord, quello che dal salotto dava sulla rotonda. Da lì avrei potuto guardare giù e notare se la mia Bianchi ci fosse ancora, ma non lo feci, richiamato dal gorgoglìo della moka che mi chiamava verso il piacevole conforto del caffè nero in tazza grande.
Mi fumai una Camel Blu che mi aveva lasciato Francesco, il coinquilino salernitano.
Il lavoro da supplente mi teneva in un vortice di precarietà che in alcuni giorni mi metteva ansia ma in altri, come quello, mi sussurrava come un diavolo sulla spalla sinistra in quei cartoni animati per bambini: “Tu sei nel giusto, Antonio. Guardali là quegli insetti al lavoro, nelle loro auto ferme sotto al semaforo, infelici e con la bestemmia sempre sulla punta della lingua. Tu no, tu sei qui a goderti la tua sigaretta e questa bella e fresca giornata di fine estate”.
Per arrotondare qualche soldo in più della misera disoccupazione estiva, nell’attesa di ricominciare la routine scolastica, tenevo per qualche ora a settimana i figli di due cari amici. Alle dieci sarei dovuto andare al quartiere San Carlo e tenere per quattro ore Samuel, il figlio di Giovanni e Silvia, un bambino irrequieto di due anni e mezzo.
Fatta infine l’amara scoperta, raccolsi da terra il lucchetto rotto e lo buttai in un cestino poco più avanti. Affranto, mi avviai a piedi e, ovviamente, tardai di circa quindici minuti.

Silvia, in affanno, mi diede delle rapide dritte sul da farsi: “Gli prepari riso e piselli. Il riso è qui, i piselli qua, le pentole sono queste. Usa il suo piatto e il suo cucchiaio che trovi in lavastoviglie, altrimenti non mangia nemmeno un pisello. Se hai bisogno di cambiarlo, sotto il fasciatoio c’è tutto. Mi raccomando, il borotalco sempre e in abbondanza, a lui piace molto; ma sai già tutto. Ah, se fa i capricci leggigli un libro, e, se proprio non si calma ,c’è il Mac. La password è G grande, uno, r piccola, v piccola, zero, S grande, uno, punto esclamativo. Ciao, scappo, ci vediamo alle due… grazie”.
Fece un rapido saluto al pargolo e la porta si chiuse. Quello scoppiò a piangere immediatamente.
Ero solo, amareggiato per il furto subìto e con un infante piagnucoloso in piena crisi di nervi.
La prima mezz’ora fu lenta e terrificante. Avevo già fatto più di qualche giornata con il piccolo Samuel, ed entrambi stavamo bene insieme: si giocava, gli leggevo dei libri, lo portavo al parco… Non quel giorno. Quella mattina non la smise un secondo di piangere. Si sporcò di latte di mandorle, che dal bicchiere con il beccuccio schizzava ovunque nell’agitazione del suo pianto. Lo ripulii da quelle macchie bianche e lo presi in braccio per tranquillizzarlo, ma non ci fu verso. Provai con i biscotti, poi con i libri e poi ancora con le macchinine. Nulla lo smuoveva dalla sua isteria e le urla coprivano il silenzio di tutto il condominio. Presi il Mac e tentai di inserire la password, senza risultato alcuno. Scrissi a Silvia e me la feci ripetere. Il risultato fu immediato e sbalorditivo: Il pianto si spense di colpo e il calamitico interesse per degli stupidi pupazzetti che cantavano “Baby shark” riportarono la quiete nella casa. Spuntò perfino Tellina, la loro gatta schiva e bianca come una colomba pasquale, che si accoccolò accanto a noi, annoiata. Cucinai il riso e scaldai i piselli, che Samuel si mangiò di gusto e senza pastrugnare troppo. Poco dopo si addormentò e alle due, puntuale come un orologio svizzero, Silvia rientrò a casa.

Tornai verso casa e lungo la via provai a burlare la sorte al bar tabacchi Vittoria, in pieno Corso Tiziano Aspetti. Comprai tabacco, cartine, filtri, un caffè e un Gratta da cinque euro. Niente.
Arrivai al portone di casa, chiamai l’ascensore, che non arrivò mai, fermo al quinto piano, dove sentivo che stavano facendo dei lavori. Nel frattempo tutto il fresco del mattino e di qualche nuvola che copriva a tratti il sole era svanito. Il caldo canicolare di quella stramaledetta città mi entrava nelle ossa, facendomi sembrare le otto rampe di scale un’impresa alpina alla Walter Bonatti. Entrai a casa e per un attimo pensai di non voler più uscire per tutta la vita.
Avevo dimenticato di rimettere l’acqua in frigo, e l’idea di berla calda mi schifò. Andai verso il terrazzo, quello a sud, per fumarmi una sigaretta mentre aspettavo che si raffreddasse un poco in freezer.

Eccoli: “Maledetti piccioni di merda che cagate sul mio balcone, via, via, via!” feci loro battendo forte le mani. Uno dei tre, prima di salticchiare semplicemente dal mio terrazzo a quello di fianco, mi lasciò sul corrimano una cagata verde e marrone delle dimensioni del palmo di un bambino. Sembrava quella di uno struzzo, per quanto era grossa.  Adirato, rientrai, presi quattro pezzi di Scottex, tornai alla cagata, l’afferrai con lo Scottex e tentai di vendicarmi del vicino del secondo piano, il Pakistano che dava da mangiare il riso ogni mattina a quegli schifosi volatili. Non mi riuscì perché la cacca, densa e appiccicaticcia, si attaccò più del dovuto allo Scottex e cadde, dividendosi un po’ sul terrazzo e un po’ sulla mia gamba.
La faccia mi si fece rossa e gonfia di rabbia e dalla bocca mi uscì una bestemmia talmente lunga e piena che sono certo la sentì anche il santo con il mio stesso nome.
Sull’orlo di una crisi di nervi, andai a lavarmi, ripulii quello schifo dal terrazzo, mi chiusi in camera e mi feci una sega per calmarmi. Mi addormentai e mi svegliai che il sole stava tramontando. Andai in cucina, mi feci un toast e tornai in camera. Decisi di non uscire e che quella giornata doveva finire senza altre sfighe. Mi guardai due film di Spike Lee e mi riaddormentai.

(continua)

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