Adolfo Bioy Casares – L’invenzione di Morel

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Direi quasi che ho sempre visto gli specchi come finestre che si aprono su avventure fantastiche, felicemente nitide. La possibilità di una macchina che conseguisse la riproduzione artificiale di un uomo per i cinque o sei sensi che possediamo, con la nitidezza con cui lo specchio riproduce le immagini, fu dunque il nucleo del libro[1].

Il romanzo L’invenzione di Morel narra le avventure di un fuggiasco che sbarca su un’isola deserta per evitare la condanna all’ergastolo. Incurante delle leggende che descrivono il luogo come il focolaio di una misteriosa malattia, il fuggitivo si accorge di non essere solo. Aveva già trascorso delle notti sull’isola, aveva scoperto dei macchinari nelle cantine di un museo, ma non aveva ancora incontrato altri esseri umani. C’è una donna, Faustine, che ogni sera guarda il tramonto dalla scogliera. L’uomo la segue attraversato da un’emozione a metà strada tra la paura di essere scoperto e il desiderio di svelarsi. Prova a parlare in più occasioni con Faustine, ma è come se lei non lo vedesse e non lo udisse: non risponde ad alcuna sollecitazione.
L’uomo nota che nel cielo il sole e la luna sono sdoppiati, che c’è un motore che si muove con la forza cinetica data dalle maree e che il gruppo di essere umani presente sull’isola compare e ricompare. Folgorato dalla visione di Faustine, che ormai lo ossessiona, decide di spiare il gruppo di persone per risolvere il mistero di quel luogo.

L’invenzione di Morel sfugge a un’interpretazione univoca e si apre a diverse chiavi di lettura. Non classificabile in un genere letterario chiuso e definito, mescola elementi di fantastico con il romanzo d’avventura e quello psicologico. Riflessioni e rimandi sulle visioni che popolano l’isola sono la componente centrale del testo: immagini che sono in grado di catturare la vita di persone vive e vegete e di trasformarle e riprodurle in immagini tridimensionali grazie alle macchine presenti nell’isola, sulle quali il protagonista concentrerà la sua attenzione e le sue ricerche per tentare di scoprirne il funzionamento.
Lo scrittore argentino, in questo testo degli anni Trenta del Novecento, anticipa tematiche dei nostri giorni come la pervasività e il controllo dei media e l’avvento della realtà virtuale. Il fuggiasco, circondato da immagini irreali che all’inizio scambia per vere, è immerso in una metafora sull’impatto del cinema e vive un’anticipazione degli effetti della realtà virtuale. L’isola, che nelle prime pagine del romanzo è il luogo della salvezza, si trasformerà in una prigione di inquietudini e dubbi.

È soprattutto la figura femminile di Faustine a esercitare un fascino spettrale sul galeotto: sfuggente e imprendibile, è solo un’immagine, ma il protagonista faticherà a comprendere che è irreale. E, per riuscire a ricongiungersi con lo spettro di cui si è innamorato, dovrà scegliere tra la realtà del proprio corpo e della propria vita o il consegnarsi alla finzione e alla ripetizione.

Senso di smarrimento dell’individuo contemporaneo, impossibilità dei rapporti umani, crisi della percezione del reale: sono innumerevoli le riflessioni che la lettura di questo romanzo ci offre. Da sottolineare anche le descrizioni e costruzioni di edifici e luoghi che lo scrittore argentino ha concepito: un’enorme biblioteca, un gigantesco acquario e un’isola-tempio che custodisce un segreto tecnologico; architetture e simbologie ideate con accortezza e che permettono al paesaggio di prendere parte alla narrazione.
L’invenzione di Morel è un viaggio in un sogno scomodo, nel quale gli echi di un sospiro suscitano sospetti e, quando non ci sono echi, il silenzio è orribile come il peso che impedisce la fuga.


[1] Adolfo Bioy Casares, Memorias: infancia,adolescencia y como se hace un escritor, Tusquets, Barcellona 1994 (traduzione di Francesca Lazzarato).

 

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