Italo Calvino e il fascino delle storie

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Non credo alla biografia, ché un autore non parla con la sua vita ma con le opere; per questo gioco a imbrogliare le acque per tutta la vita e ogni volta riferisco dati anagrafici diversi. Sarà perché ho un rapporto nevrotico con l’autobiografia: mi angoscia molto leggere la mia vita trasformata dagli altri, che mica possono sapere quanto pesa un evento e quanto può continuare a essere importante. Niente possono sapere, ed è la mia condanna che gli altri indaghino con gusto pettegolo forse più sulla mia biografia che sulle mie opere.

Nasco a Cuba il 15 ottobre del 1923, per la precisione all’Avana, quartiere di Santiago de Las Vegas, dove mio padre Mario fa l’agronomo,  proviene dal Messico – dove ha vissuto per vent’anni –, ai Caraibi dirige una stazione sperimentale di agricoltura e una scuola agraria. Eva Mameli, mia madre, è di Sassari, laureata in scienze naturali, fa l’assistente di botanica all’Università di Pavia. Due genitori austeri e severi, sia mia madre sarda che mio padre ligure giramondo, due persone forti dalle quali un figlio deve difendersi per non essere schiacciato. Ma non dite che sono cubano, non ricordo niente dell’Avana, ché son venuto via solo a due anni per tornarmene in Liguria.

Son cresciuto a San Remo, provincia nobile, piena di vecchi inglesi e granduchi russi, cosmopoliti; allevato in una famiglia mazziniana, anticlericale e anarchica, di fatto laica, pacifista, piena di senso del dovere, in giusta dose sia paterna che materna. Cresco tra Villa Meridiana e la campagna di San Giovanni Battista, mio padre fa il floricultore, botanico, scienziato puro, così diverso da me, unico letterato di famiglia.

È il 1926, non è facile avere un giudizio negativo sul fascismo, ma in casa mia l’abbiamo, specie dopo aver visto un socialista manganellato da un gruppo di squadristi. Ricordi infantili sono il St. George College, asilo dove comincio i primi studi; poi nasce mio fratello Floriano, che diventerà un geologo importante, professore universitario a Genova. Scuole valdesi, ma mi tocca lo stesso diventar balilla, alle elementari, anche se vivo in un mondo dorato, agiato e piccoloborghese. Scuole superiori al ginnasio-liceo, esonerato dalla religione, come vuole la mia famiglia, cosa non vista bene dal regime, isolato, ma questo non fa di me un anticlericale, tutt’altro, forse lo sarei diventato se mi avessero educato i preti.

Il primo libro che mi prende davvero lo leggo a dodici anni ed è di Kipling, meglio son due, gli affascinanti Libri della Giungla, che adesso non ricordo se regalati o presi a prestito in una biblioteca. Leggo molte riviste, cose popolari come il Bertoldo e il Marc’Aurelio, pure il Settebello, amo le strisce a fumetti, mi piace l’ironia, la satira che sbeffeggia la seriosità imperante del regime. Amo il cinema, ci vado quasi tutti i giorni, pure due volte al giorno, tra il Trentasei e la Guerra, ma nell’estate del Trentotto, a quindici anni, quando comincio a prender gusto alla giovinezza sento tuonare il rombo del cannone e finisce la belle époque della Riviera.

San Remo torna provincia depressa, non più cosmopolita, noi liguri ci rinchiudiamo in casa, scoppia la guerra con tutti gli odi furibondi collegati. E io non so ancora chi sono, anarchico radicale, intellettuale dialettale, legato alla mia provincia; è presto per capire, tra i racconti che scrivo e i tentativi di lirica poetica, il teatro, il disegno, la vignetta comica. Mi firmo Jago quando faccio satira sul Bertoldo di Guareschi ed è l’estate del 1940. Mi diplomo in piena guerra e – visto il mestiere di mio padre, incaricato di Agricoltura tropicale – mi iscrivo ad Agraria, a Torino, supero qualche esame ma non mi ambiento né alla città, né al genere di studi.

Il cinema, invece, resta la mia passione; scrivo recensioni di film sul Giornale di Genova, tra queste una critica al San Giovanni decollato con Totò. E mi piacerebbe pubblicare i racconti giovanili di Pazzo io o pazzi gli altri, ma non riesco, come scrivo commedie (La commedia della gente) e le iscrivo ai concorsi banditi dal famigerato Guf.

Un amico come Eugenio Scalfari mi è utile per maturare la complessità politica, una visione di tipo socialista, un aiuto a leggere Vittorini, Huizinga, Montale, Pisacane, in modo disordinato – questo è vero – ma è il solo modo che possiedo per capire.

Nel 1943 vado a Firenze, sempre Agraria, frequento la Biblioteca Viessieux, supero qualche esame, ho solo ventun anni che Badoglio diventa Primo Ministro e arrestano Mussolini; torno nella mia Liguria, ma mi nascondo dalla leva per Salò, non voglio mica sostenere i fascisti. È così che divento comunista: tra letture solitarie e la morte del giovane medico Cascione, mi unisco con mio fratello alla brigata Garibaldi e vado sulle Alpi Marittime a lottare, mentre i miei genitori sono sequestrati dai tedeschi e resistono in silenzio, coraggiosi. Son comunista perché amo l’azione, pure se l’ideologia non mi appartiene, e in questo preciso momento della storia i soli a combattere sono i comunisti.

La Resistenza mi segna per sempre, amo quella fierezza guerriera, quel senso di rivolta e opposizione teso a cambiare il mondo, ed è così che diventa mia quella causa generosa, un atteggiamento umano senza pari. Galera, fuga, rischio di morire, ma tutto dura troppo poco, vorrei rischiare ancora, immergermi nei pericoli, sognare di vincere battaglie come quella di Baiardo, che diventerà un tema letterario.

Nel dopoguerra sono attivista del Partito Comunista in provincia d’Imperia, anche se il mio vero sentire resta anarchico. Scrivo per La Voce della Democrazia, La nostra lotta e Il Garibaldino. E finalmente abbandono lo studio dell’Agraria che non fa per me (non l’ha mai fatto!) e, visto che son reduce, mi permettono di iscrivermi al terzo anno di Lettere a Torino, dove vado a vivere.

Torino è per me un luogo importante dove ricominciare, qui conosco Cesare Pavese, il mio primo lettore, quello che alla fine di un racconto era sempre il primo a giudicare. Ah, quanto mi è mancato dopo morto! Son rimasto senza il mio lettore, senza colui che mi spingeva a scrivere, a essere migliore. Angoscia in caserma esce su Aretusa, proprio grazie a Pavese, mentre Liguria magra e ossuta va sul Politecnico di Elio Vittorini. Lavoro per Einaudi, vendo libri a rate, scrivo molti racconti (Ultimo viene il corvo), pubblico la rubrica Gente nel tempo su L’Unità, giornale del Partito, scrivo il primo romanzo: Il sentiero dei nidi di ragno, ma tiro la cinghia, vivo di collaborazioni, attendo sempre il vaglia di mio padre. Il romanzo non va avanti nel Premio Mondadori per giovani scrittori, ma lo pubblica Einaudi ne I coralli, vince il Premio Riccione, niente male, mentre sono ufficio stampa per Einaudi e divento amico di Natalia Ginzburg, Bobbio, Balbo, Cantimori e Venturi.

La guerra è finita, lascia dietro sé uno strascico indelebile di lutti, di ricordi; vivo a Torino e scrivo su L’Unità, nella famosa terza pagina, quella culturale, e anche su Rinascita, il mensile politico ma anche letterario. Conosco Hemingway, che è in vacanza a Stresa, vado a fargli visita insieme con Natalia, mentre un anno prima ero stato a Praga, per il festival della cultura giovanile, poi vado in Francia come partigiano per la pace (e i francesi mi danno l’ostracismo), infine a Budapest per un nuovo festival della gioventù. Mi divido tra Einaudi e Unità ma non son molto soddisfatto di quel che faccio, vorrei avere di meglio, scrivere cose diverse, sentirmi libero fino in fondo; intanto escono i racconti di Ultimo viene il corvo, ma non il romanzo Il Bianco Veliero, che non piace a Elio Vittorini.

Nel 1950 il mio amico Cesare Pavese si suicida e non riesco a capire, ma sono soltanto io a non sapere, ché i suoi amici di vecchia data conoscono bene quel vizio assurdo, le sue crisi suicide; per me Pavese era una roccia, un uomo duro, uno su cui fare affidamento, la sua debolezza l’ho scoperta dopo. Raccolgo la sua grande eredità, mi dedico ai libri degli altri più che ai miei, lavoro in un ambiente editoriale che penso utile, direi fondamentale. Scrivo I giovani del Po (esce su Officina) e (di getto) Il visconte dimezzato, ma nello stesso anno – è il 1951 – muore mio padre mentre sono in Unione Sovietica per scrivere sopra L’Unità cosa ne penso di una società di stampo nuovo, di tipo comunista. Di mio padre, invece, scrivo ne La strada di San Giovanni, lui è il protagonista, con la sua vita da grande viaggiatore di mondi e culture, con la sua scienza agraria da insegnare.

Il visconte dimezzato – specie a sinistra – mica tutti lo comprendono; me ne faccio una ragione, capiranno, intanto seguo le Olimpiadi di Helsinki per La Stampa e pubblico reportage vestiti da racconto su L’Unità e su Botteghe Oscure.

Marcovaldo, con le sue novelle, comincia a prender forma nella carta, ma ce l’ho tutto in testa mentre scrivo cose che non pubblicherò mai come La collana della regina, storia grottesca che resta in un cassetto. Le Fiabe italiane è un progetto che m’interessa molto, lo seguo con passione mentre collaboro a Il Contemporaneo e a Nuovi Argomenti, raccolgo oltre duecento racconti popolari da tutta Italia e li commento. La mia idea di letteratura non è molto ordinaria, cerco di farlo capire con alcuni scritti come Il midollo del leone, spesso contestati a sinistra dove tutto è impegno, forse non sono proprio come loro, non mi sento un hegelo-marxiano.

Fine anni Cinquanta, conosco Elsa De Giorgi, una bella attrice, me ne innamoro, restiamo insieme qualche tempo, senza una donna non ci so proprio stare. E in quel tempo divento dirigente Einaudi e vengo nominato membro della Commissione Cultura Nazionale del Partito Comunista. Il mio rapporto col Partito è sempre più strano, quando viaggio nei Paesi comunisti mi sento a disagio, non riesco a giustificare Stalin in nome d’una causa, non sono schizofrenico come molti miei compagni; ma quando torno in Italia mi dico che nel mio Paese potrei esser solo comunista, ché noi comunisti italiani siamo diversi, possiamo scegliere una via alternativa al socialismo. Credo in una trasformazione del PCI, sto con Giolitti, dopo la morte di Stalin penso che possiamo fare cose importanti abbandonando l’ideologia rivoluzionaria. Ma alla fine non ce la faccio più, denuncio la falsificazione del PCI durante l’invasione dei carri armati in Ungheria, sto con i dissidenti, con coloro che non lasciano solo il popolo, col movimento polacco e ungherese che chiede un rinnovamento.

Qui la sinistra fa discorsi strani, essere impegnato significa occuparsi solo di roba un po’ pesante, se escono le favole italiane con la mia cura, pare una cosa fuori luogo e invece quello è il mio concetto di cultura, la mia letteratura. Non capiscono ma io vado per la mia strada, pubblico Il barone rampante e su Città aperta – giornale dei dissidenti comunisti – La gran bonaccia delle Antile, che mette alla berlina il PCI.

Quando se ne va Giolitti non mi resta che fare come lui, pur con sofferenza, pur con dispiacere, con il rimpianto di tutte le lotte giuste combattute. La milizia comunista è stata la mia formazione culturale, non rinnego le battaglie coi compagni, così come credo in un socialismo democratico internazionale, ma nel Partito più non posso stare. La politica non viene prima di altre cose, ormai nella mia vita non è totalizzante, il mio mondo è la letteratura, magari una nuova sinistra socialista al fianco di Giolitti, anche se il mio tempo migliore lo dedico a scrivere Il cavaliere inesistente, che esce nel 1959.

Mi occupo anche di teatro, il mio racconto Allez-Hop vien rappresentato alla Fenice di Venezia, mentre trovo un finanziamento e vado in giro per gli Stati Uniti; vedo New York e m’affascina a tal punto che ci resto a vivere per quattro mesi. Amo New York, l’amore è cieco, come Stendhal amava Milano (perché proprio Milano?), amo questa città d’un amore profondo e irrazionale. Un ottimista in America è il mio libro di viaggio, alla scoperta d’un mondo affascinante, mi chiameranno poi l’americano, potrebbe essere un buon epitaffio anche per la mia tomba.

Sono ormai famoso, uno scrittore celebre, mi cercano per fare un po’ di tutto, dal cinema alla televisione, pure il teatro e scriver sui giornali, ma non vorrei essere effimero come tanti miei colleghi, vorrei potermi ancora concentrare su quel che vale, sulle cose importanti. Dico di no persino al Corriere della Sera, ma non lo so se faccio bene a rifiutare, alla fine mi pare di non scrivere niente, né per me, né per gli altri.

Conosco Chichita, traduttrice argentina che sposo nella mia Avana – Esther Judith Singer –, ma nessuno la chiama col suo nome, il mio amore, la donna che vive con me e mi dà coraggio. Periodo di viaggi incostanti, da Roma a Torino, da Parigi a San Remo, la voglia di rivedere spesso la mia terra. Vado anche in Libia, visito L’Avana quando mi sposo, scopro i luoghi paterni, d’un’infanzia ormai dimenticata, Santiago de Las Vegas, la casa dei genitori, incontro Che Guevara, un indimenticabile colloquio personale.

Alla fine di tutto il mio peregrinare vado a vivere a Roma con mia moglie e suo figlio sedicenne, in via Brianzo, ma non dimentico la mia vecchia Liguria, neppure Torino, i luoghi della mia vita, del lavoro, della giovinezza. Sono pur sempre un ligure, non taglio le radici.

Mi divido ancora tra politica sociale e gusto del fantastico, passo dal ruolo della classe operaia nella storia (Una pietra sopra) a Le Cosmicomiche, il mio ultimo modo di narrare.

Nasce mia figlia nel 1965, per la prima volta padre a 42 anni, provo un grande senso di pienezza, la cosa mi reca un inaspettato divertimento.

Un anno dopo muore Vittorini e non mi so capacitare, non riesco ad associare l’idea della morte a un grande scrittore sempre in cerca di immagini di vita. Non son più giovane, perdo la voglia d’esser sempre in mezzo a quel che accade, senza Vittorini pure l’impegno politico è di troppo. Meglio gli amati libri, meglio le biblioteche, di fatto comincio prima la vecchiaia – non ho che 43 anni! – con la speranza di allungarla molto. E il Gruppo 63, la neoavanguardia, seguo tutto, chiaro, ma non fa per me, non è il mio modo di far letteratura.

A giugno del 1967 decido di andare a vivere a Parigi, con la famiglia, in una villetta in Square de Châtillon, da principio vorrei starci solo cinque anni, ma mi trovo bene, finisce che ci vivo fino al 1980, anche se in Italia rientro spesso, soprattutto per le vacanze estive. Qui traduco Queneau, I fiori blu, che conosco e frequento, amo i suoi divertissement, al punto che un poco contagiano la mia scrittura adulta. Ho amici francesi, scrittori come Perec e Fournel, ma i miei contatti sociali e culturali non son poi così fondamentali, vivo nell’isola della mia scrivania, qui come in un altro Paese, non importa, faccio lo scrittore e la parte che conta del lavoro la svolgo in solitudine, in una villa parigina o in una casa in campagna non fa differenza.

La politica m’incanta sempre meno, seguo i movimenti studenteschi, il Sessantotto e quel che viene dopo, ma non li condivido mica troppo, mi chiedo le istanze che li muovono, m’interessa capire, ma i metodi di lotta non fanno parte del mio modo di pensare. Invece rifletto sul tema dell’utopia, rileggo Fourier, indago i suoi temi fino in fondo, pubblico infine un’antologia di scritti. E il Premio Viareggio se lo possono tenere, il mio Ti con zero non l’ho scritto per ricevere l’ultimo inutile attestato d’una stagione da tempo superata, quella dei premi senza significato. La contraddizione costante d’una vita che invece mi porta ad accettare, pochi anni dopo, il Premio Asti, il Feltrinelli, il Città di Nizza, il Mondello e molti altri.

Lavoro alla mia idea di antologia scolastica, La lettura, che esce nel 1969 e riscuote interesse. Mi impegno per fare una rivista a larga tiratura, ben illustrata, impaginata a modo, una sorta di Linus senza fumetti, solo lettura popolare, di racconti, pensata per un pubblico che metta il fatto di leggere al posto principale. Non ci riesco e me ne dolgo molto, mi resta il lavoro per Einaudi con Gli amori difficili, le fiabe, Ludovico Ariosto, le Centopagine con i classici più cari, infine ancora America (ma per rinunciare a tenere un corso), Le città invisibili, che escono nel 1972, e poi Il castello dei destini incrociati, ormai definitivo.

Nel tempo libero mi faccio costruire una casa nella pineta di Roccamare, a Castiglion della Pescaia, verso Grosseto, dove comincio a trascorrere le estati in compagnia di amici come Carlo Fruttero e Pietro Citati.

Nel 1974 mi metto a scrivere per il Corriere della Sera, collaborazione che anni prima avevo rifiutato, argomenti dei miei articoli son racconti di viaggio e resoconti sulla realtà politica e sociale. I racconti del signor Palomar prendono il via proprio sul Corriere con La corsa delle giraffe, mentre Le interviste impossibili passano alla radio, cose come Montezuma e L’uomo di Neanderthal.

Viaggio in Iran per un programma Rai che non si farà mai, poi vado negli Stati Uniti per tenere conferenze sulle Cosmicomiche e i Tarocchi, leggo in pubblico Le città invisibili, quindi sono in Messico e in Giappone con mia moglie, viaggi forieri di spunti per articoli. Il signor Palomar in Giappone è uno dei racconti che esce sull’Approdo mentre pubblico La penna in prima persona, saggi autobiografici in forma di racconti sull’arte, note su De Chirico, Adami, Magnelli, Melotti, Paolini…

Nel 1978 assisto alla morte di mia madre, 92 anni, tempra forte. La Villa Meridiana resta vuota, alcuni anni dopo dovrò venderla, troppi ricordi, troppe cose da dimenticare.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è la pubblicazione dei quasi sessant’anni, mentre comincio a scriver su Repubblica, parto con un pezzo riflessivo: Sono stato stalinista anch’io?, ma soprattutto scrivo d’arte e cultura, poco mi occupo di politica e sociale.

Nel 1980 vado a vivere a Roma, finalmente, in una casa con terrazza vicina al Pantheon e mi metto a lavorare su Landolfi, uno scrittore che amo e che voglio ricordare, selezionando racconti per Rizzoli.

Un anno dopo ricevo la Legion d’onore, curo una raccolta di scritti di Queneau, infine mi fanno Presidente della giuria del cinema a Venezia, dove premio Nanni Moretti e Margarethe von Trotta, sono film importanti come Sogni d’oro e Anni di piombo.

Accadono tante cose nel 1983, ma la più grave è la crisi della mia casa editrice, quasi una famiglia; l’Einaudi mi pubblica Palomar, nonostante tutto. Un anno dopo vado in Argentina con Chichita per la fiera del libro a Buenos Aires e incontro Raúl Alfonsín, da poco Presidente della Repubblica. La crisi di Einaudi prosegue, al punto che mi tocca pubblicare con Garzanti sia la Collezione di sabbia che le Cosmicomiche vecchie e nuove.

Ancora mi affascina il fantastico, vado a Siviglia per un convegno, insieme a Borges. Siamo al 1985, passo l’estate a Roccamare, traduco La canzone del polistirene di Queneau (esce dopo la mia morte), sistemo un’intervista a Maria Corti, sto bene, chi se lo potrebbe immaginare a sessantatré anni quasi compiuti di dover questa terra abbandonare.

Ictus, dice il referto, è il 6 settembre, l’estate ormai finita a Roccamare, mi ricoverano a Siena d’urgenza in ospedale, al Santa Maria della Scala. Non passo la notte tra il 18 e il 19, siamo a settembre, tempo è di abbandonare il fascino suggestivo del racconto.

Riposo in Maremma in un piccolo cimitero dove di tanto in tanto gioco a dipanare il groviglio delle mie antiche storie da narrare.

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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