Seumas O’Kelly – Il derelitto

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Il Capo della Barca Dorata fu molto contento quando riuscì a riprendere le attività sul suo ponte. Era altrettanto contento che l’uomo dal volto butterato fosse scomparso e che il Pagliaccio Billy fosse disponibile a prendere il suo posto.
Il Pagliaccio Billy era ovviamente una persona socievole, interessato quasi a tutto e talvolta il Capo aveva voglia di parlare. Spiegò a Billy che aveva sempre provato un pesante attacco di bile quando era stato costretto a lasciare la Barca Dorata per altri lavori sul canale. C’era, disse, una certa qualità nel legname della Barca Dorata che lo medicava immediatamente non appena saliva a bordo. Era ansioso di trasmettere questa conoscenza a Billy mentre vagavano attraverso la campagna piacevole, grandi alberi i cui rami pendevano al di sopra del canale, ampi pascoli verdi visibili tra gli alberi, mucche rosse e bianche che pascolavano sulle terre ricche di erba.
Billy puntualizzava dolcemente che una barca da canale era come un’altra barca da canale, così come un corvo era come un altro corvo o un cinese come un altro cinese.
Silenzio! Il Capo non voleva e non poteva sentirlo. Il confronto, come astutamente venne posto da Billy al Capo, non stava in piedi. Le barche da canale, per l’intelletto del Capo, erano piene di individualità «come giovani lepri»: era ancora Billy che suggeriva il confronto.
Il Capo continuò a parlare di barche da canale con un’intimità e una mancanza di umorismo tali da renderle cose umane. Calcutta ascoltava, sopra un mucchio di scatole di sapone, e dopo aver sbadigliato tornò di vedetta vicino al fumaiolo; i suoi occhi ardenti mostravano il loro eterno bagliore di odio cattivo, vigili come si fissarono su Hike, che inciampava e pregava sull’argine.
Il Capo aveva raggiunto l’argomento dell’età delle barche quando tirò fuori lo storia del Derelitto. Il Pagliaccio Billy aveva sentito parlare del Derelitto? Il Pagliaccio Billy non aveva mai sentito parlare del Derelitto. E, oltretutto, il Pagliaccio Billy dichiarò di non avere alcun interesse in derelitti, in vecchie rovine, pietre tombali, fortezze da fata o mummie. A lui non importava di non aver mai visto una Round Tower[1].
«Il Derelitto non è una barca», lo interruppe il capo. «È un uomo».
«Un uomo vero?» chiese Billy con cautela.
«Sì, un uomo vero». Il Capo girò il timone un po’ da un lato. «Ed è ancora vivo, fra l’altro. È stato il primo Capo della Barca Dorata, e la ragione per cui l’ho citato è perché ci stiamo avvicinando a casa sua e ti capiterà di vederlo».
Rimasero in silenzio per qualche tempo; le bolle d’acqua risuonavano piacevolmente sulle tavole della Barca Dorata, la campagna diventava sempre più serena, le rive si abbandonavano allo starnazzare di piccoli gruppi di anatre bianche e fulve. Il Capo dopo un po’ continuò a parlare, ma la sua voce era un mormorio piacevole e Billy si sentiva così sicuro che quello di cui parlava non fosse più importante delle bolle d’acqua sul ciglio della barca, che la sua voce non riusciva veramente a infrangere la bella pace, lo squisito senso di indolenza dell’insieme.
Stava parlando da molto tempo quando Billy si rese conto che aveva imboccato di nuovo la strada che lo riportava alle epoche delle barche da canale. No, stava dicendo: la Barca Dorata era una cosa giovanile rispetto a certi altri vecchi arnesi truffaldini che si potevano incontrare. Perché il Capo aveva detto così?
Quando aveva posto la domanda lui aveva sollevato la mano grassa. Ne aveva la prova. Il Capo gli aveva abbassato la mano grassa con un colpetto sulla barra del timone quando aveva detto di avere la prova. Aveva sempre portato avanti grandi prove di cose insignificanti, confermando sempre punti di nessuna importanza. Ma, mentre proseguiva, i riferimenti al Derelitto divennero sempre più frequenti. Billy colse, dopo molto tempo, dopo averlo lasciato cadere e averlo pigramente ripreso, che il Derelitto era un soprannome dato a un certo James Vasey, che James Vasey era il primo uomo ad aver messo nell’acqua il naso della Barca Dorata e che, siccome James Vasey era ancora vivo ancorché vecchio, dunque la Barca Dorata non poteva essere vecchia come la gente poteva benissimo pensare. James Vasey o il Derelitto non era sempre stato vecchio, non più di chiunque altro, insistette il Capo. Ci fu un tempo in cui era giovane, giovane come nessun altro, se arrivò a farlo.
Perché il Capo aveva detto questo? La mano grassa si alzò. Quando il Capo portò la mano grassa del Pagliaccio sul timone, un’anatra con la testa di un verde intenso e bianca, con un riflesso d’oro che le scintillava sopra, si alzò sulla riva, aprì le ali e gridò senza vergogna che era un’anatra buona come qualsiasi altra anatra che avesse mai guidato una fila di anatre lungo il canale.
Il Capo, ignorandola, aveva portato avanti la sua prova che il Derelitto fosse una volta giovane come nessun altro; il peso delle prove a sostegno di questa stupenda affermazione si trovava nel fatto che una volta, dal ponte di quella barca, dal punto in cui il Capo aveva piantato i suoi piedi piatti, James Vasey, il Derelitto, aveva gettato occhi amorosi su una giovane ragazza con le guance di un ricco incarnato. Non solo, ma era noto che la Barca Dorata fosse rimasta con la prua sulla riva aspettando pazientemente James Vasey, il Derelitto, che aveva rischiato la sua posizione come Capo della barca, portandola laggiù e comandando agli uomini di tenere la bocca chiusa mentre lui era in cerca di una giovane femmina lungo un sentiero. Se il Derelitto non fosse stato giovane come nessun altro, come avrebbe potuto fare una cosa del genere?
E perché il Capo disse che il Derelitto era andato lungo un sentiero dietro a una giovane ragazza? Lo disse perché ne aveva la prova. Questa prova non risiedeva solo nell’esistenza di James Vasey, il Derelitto, ma nella continua esistenza del sentiero, o viottolo, lungo il quale ai tempi che furono aveva percorso passi desiderosi. E per di più, il giorno in cui vi si fossero trovati, il Capo avrebbe indicato con la mano il vero e identico sentiero su cui il Derelitto aveva trascorso il tempo in cui era stato preso dalla calda fantasia per la giovane femmina ansimante. E perché disse che avrebbe potuto indicarlo con la mano?
Il Capo continuò con le sue interminabili prove che non erano in grado di dimostrare nulla; un gruppo di oche sulla riva improvvisamente proruppe in un caloroso starnazzare di risate che venne ripreso da altri gruppi lungo il canale, finché l’intera via d’acqua ne risuonò.
Arrivarono al sentiero romantico nel corso della giornata. Il Capo andò sul ponte della barca con i suoi piedi piatti per indicarlo a Billy. Niente che avesse la forma di un veicolo era passato attraverso quel sentiero, o lungo la strada, da anni. Era coperto di gramigna rossa, rovi, foglie di lapazio, ortiche, edera. Su ogni lato di questa ricca crescita le siepi avevano lottato finché non si erano prese per mano, abbracciandosi, stringendosi l’un l’altra, diventando un groviglio di germogli e foglie. Era più una giungla che un sentiero.
Per puro caso, mentre passava la barca, un vecchio si stava aggirando per questa giungla. Si avvicinò. Il viso lungo, segnato, brizzolato; ciuffi di capelli arruffati intorno alle mascelle; la testa appesa al livello delle spalle cadenti, gli occhi piccoli e affilati, una certa furtività nella loro espressione, le mani come artigli nervosi, gli conferivano un aspetto completamente animale. Ci fu un crepitio di arbusti quando uscì dalla sua tana.
«Buon giorno, James», disse il Capo a voce alta.
«Buon giorno, Martin», rispose il vecchio. Tremava di febbre malarica seguendo l’imbarcazione sulla banchina, arrancando come uno che ci fosse abituato e traesse piacere da uno sforzo difficile.
«Come va la salute, James?».
«Abbastanza bene, a parte la pressione sul petto. Di notte mi fa sentire insicuro». Ansimava mentre parlava.
«Beh, stai su con il cuore. È il cuore che dice l’ultima parola».
«Il cuore è molto sano, Martin. Hai visto tracce di puckaun[2] venendo qui?».
«No, mi dispiace, nessuna traccia, James. Hai perso la capra?».
«Sì. É un diavolo. Mi sono rotto la milza cercando di tenerla entro i confini. Mi sta costando una fortuna in corde. Salta di qua e di là fino a quando prego il Signore che possa sbattere la testa nel fosso. Ora non so dove girarmi per ritrovarla, perché i quattro quarti del mondo sono lontani da me».
La barca era passata, l’antica istituzione non era più in grado di tenere il passo: quell’artiglio gli prendeva il petto affannoso. Non fu possibile continuare la conversazione.
Billy non riuscì a evitare di voltarsi indietro a guardare la figura del vecchio sulla banchina, con lo sguardo che vagabondava impotente. Billy aveva difficoltà a immaginarlo come comandante, il primo comandante della Barca Dorata. Ma come Derelitto era perfetto e magnifico. «Ora non ha interesse per il canale», disse Billy al Capo. «La sua mente si è persa dietro alla capra smarrita».
«Non pensarlo», disse il Boss. «Quel vecchio non potrebbe vivere a un miglio dal canale. Ogni giorno è giù per vedere la barche che passano. La vita ha ancora presa su lui, e la manterrà finché non gli metteranno la banda di morte attorno alla mascella».
Proseguirono per un po’ di tempo in silenzio. La figura del vecchio che zoppicava lungo la banchina diventava via via più vaga. Il Capo cominciò la morale. «Ricordati» disse, «il canale ha un richiamo. Il vecchio soldato ha un gusto per le caserme, l’agricoltore ha una predisposizione per i campi, e il marinaio può parlare con i venti. Quel vecchio, James Vasey, ha lo stesso amore per il canale di un ratto d’acqua nascosto fra i giunchi». Il Capo cominciò a mormorare con la sua voce monotona mentre carezzava la barra del timone, la stessa barra che James Vasey aveva carezzato anni prima. «Hai preso in considerazione quella piccola casa accanto al sentiero?» chiese dopo un po’ di tempo.
Billy disse al Capo che prendere in considerazione le cose era quasi il suo lavoro. Ricordava la casa come un piccolo relitto di posto, senza tetto, la spalletta della porta che sopravviveva annerita, due spazi finestrati quadrati che si aprivano accanto ad essa come cavità di occhi nella testa di un cranio. Ma il Capo aveva un altro ricordo. La sua descrizione era elaborata. Tuttavia ne aveva un’immagine creata col tempo. Billy cominciò a vedere la paglia sul tetto, il fumo che usciva dal camino, pannelli di vetro lucido alle finestre e, dietro, schermi puliti, bianchi; un certo ordine sul fronte, persino un sentiero ricoperto di sabbia, e cespugli di rose sulla porta. Seguiva la figura di una giovane ragazza che si affaccendava davanti alla casa, tagliava e controllava. Poi, come James Vasey, cominciò a seguirne i movimenti per memorizzare il suo fascino e per lanciarle occhiate da pecora dal ponte della Barca Dorata. Tutto culminò con la fermata della barca e lo scandalo, dato all’equipaggio, di inseguire la ragazza lungo il sentiero. Ma l’impresa di James Vasey ebbe successo. Alla ragazza piaceva il modo in cui lui si era avventurato, e sorrise alle sue avances.
Al Capo piaceva soffermarsi sui successivi sviluppi. Così si addentrò sempre più nella tradizione del racconto amoroso. Chiuse la storia con una voce che suonava come “vissero felici e contenti”. Ma al Pagliaccio Billy rimase l’impressione che quello che valeva la pena di raccontare della vita di James Vasey non fosse stato detto. Di tanto in tanto i modi del Capo tradivano un disprezzo sotto traccia per l’eroe del romanzo.
Mentre forzava il primo comandante della Barca Dorata dentro un storia all’acqua di rose, il Capo non riuscì tuttavia a evitare di ricordarlo per qualcos’altro. Messo sotto pressione, lo tirò fuori a spizzichi e bocconi. Cerchiamo di metterli insieme.

La vita coniugale di James Vasey era la vita coniugale di tutti i barcaioli. Si faceva vedere a casa quando poteva. Provava una grande gioia nella piccola casa accanto al canale. I genitori della ragazza che aveva sposato morirono nel corso del tempo, lasciando la casa a James Vasey. Gli nacquero un figlio e una figlia. Il figlio se ne andò a Liverpool e non tornò mai più indietro. Di lui si disse che si rivelò un poco di buono. La figlia andò in America e si tenne in contatto con la patria. Frequentemente ricevevano sue lettere che esprimevano per i genitori un grezzo ma sincero affetto.
Era un vita solitaria quella che i vecchi trascinavano nella casa sul sentiero. Questa solitudine ricadeva più pesantemente sulla madre, perché James Vasey aveva la distrazione della sua vita e del suo lavoro sul canale. Fu comunque un grande shock e un grande cambiamento per lui quando sua moglie morì dopo poche settimane di malattia. James Vasey scrisse a sua figlia in America annunciandole la morte della madre. Il ricordo del vecchio solitario, senza dubbio, commosse la ragazza, così tornò in Irlanda. Portò qualche soldo con sé. Con questi furono in grado di assicurarsi un po’ di terra e un po’ di bestiame. La figlia era una brava donna, un’amministratrice capace, e riuscirono a vivere con un certo comfort. Quando per James Vasey arrivò il momento di lasciare per sempre la Barca Dorata, essendo incapace di lavorare ulteriormente, ebbero un piccolo posto in cui stare. Fu allora che lui divenne noto ai suoi ex colleghi viaggiatori come il Derelitto.
L’opinione del Capo era che il Derelitto fosse sempre stato uno spilorcio. Come prova, citò il suo modo di garantirsi il tabacco e altri piccoli lussi nella vita a scapito di altri barcaioli. Può essere vero, ma era anche vero che James Vasey non aveva alcuna possibilità di accumulare ricchezza. La sua professione non glielo permetteva. Ma la sua passione per i prestiti di tabacco, insieme al fallimento nel fare la sua parte per coprire la spesa per i divertimenti a The Haven, lo aveva reso impopolare nella democrazia del canale.
Aveva effettivamente messo insieme una somma di dieci sterline. Su questo aveva mantenuto il segreto persino con sua figlia. Diventando vecchio, possiamo immaginare che abbia gestito i soldi con le mani contratte, con un riso nella vecchia voce; che li abbia segretamente coccolati e vi fosse affezionatissimo, come il vecchio plateale in “Les Cloches de Corneville”. Se non raggiunse quel drammatico entusiasmo, possiamo presumere la visione più familiare che li avesse legati nell’angolo di una vecchia calza, nascondendoli in posti diversi come una gatta con il proprio cucciolo. Probabilmente sarebbe morto tenendoli sotto il cuscino, ossessionato dal suo segreto, giustificando infine la morte solo per difendere il suo gruzzolo, visto quello che accadde.

Era una notte all’inizio dell’inverno. Le foglie erano cadute dagli alberi, il vento le aveva spazzate in un mucchio nel sentiero. Esse avevano avuto un brivido, come anime impazienti che volevano essere a riposo. Il canale aveva dato un’aria fredda al paesaggio, e la desolazione del terreno paludoso a ovest sembrava una ferita aperta nel fianco della campagna. La nota triste di un chiurlo in cielo era come la voce di una terra sofferente. Un germoglio pendulo di rosa rampicante scendeva sopra il portico e creava un costante ondeggiamento accanto a una delle finestre della casa del Derelitto. Tutto, all’interno, era in silenzio.
Era sua abitudine, e abitudine di sua figlia, andare a letto presto ed essere in giro presto. Le ore della notte trascorsero in una grande pace, salvo per un bagliore tenue che, dal focolare della cucina, si fece furtivamente strada verso il mucchio marrone delle zolle accanto al muro. In quel periodo il Derelitto era turbato dalle prime fasi della sua asma. La “compressione sul petto” rendeva il suo sonno inquieto quando si avvicinava l’alba. Venne afflitto da una tosse persistente, finché non perse il sonno. Tirò su la sua vecchia carcassa nel letto, spingendo le spalle sui cuscini, e abbaiò per un po’. Si rese conto che l’atmosfera era pesante, che gli era difficile riuscire a respirare.
«Sara», chiamò rivolto alla figlia.
Non ci fu risposta. L’aria divenne più soffocante. Lui lottò per uscire dal letto, e impiegò un po’ di tempo, perché le sue gambe sottili erano rigide e riluttanti. Chiamò ancora il nome della figlia. Brontolò quando lei non rispose. Come tutti coloro che lavorano sodo, Sara Vasey dormiva profondamente. Non c’era alcun segno che si stesse muovendo, nella piccola stanza all’altra estremità della casa.
Il Derelitto lottò per raggiungere la porta che conduceva alla cucina centrale e l’aprì. Il posto era pieno di fumo, fumo pungente, pesante. Un lampo di luce lo attraversò scendendo dal tetto al pavimento, diffondendo alcune scintille quando colpì il terreno. Egli rimase a guardarlo per qualche tempo, stupidamente. Poi un crepitio sopra il camino e un altro turbinio di scintille catturarono il suo sguardo. Emise un piccolo grido, si voltò indietro, cercò a tentoni i suoi vestiti ed entrò in cucina. Il rumore di piccole fratture e di scatti minacciosi crebbe in volume fino a quando non si fece un tono sordo, quando raggiunse la porta d’ingresso e uscì nel portico. Un vento tagliente lo passò e riempì la cucina, e lui vide le fiamme attraversare le travi.
Si infilò alcuni dei suoi vestiti; le gengive gli martellavano una contro l’altra, le mani tremavano. Gridava e piangeva mentre arrancava alla finestra della stanza di sua figlia. Si incrinò le nocche sul vetro. «Sara!» gridò.
Un flusso di fiamma si fece strada attraverso la paglia sopra di lui, e lui si tirò indietro con un grido. Poi sua figlia corse fuori nel portico con la camicia da notte, invocando il suo nome. «Padre!» gridò, «siete salvo?» Si precipitò verso di lui, stringendolo fra le braccia istericamente, tenendovrlo per proteggerlo dalla calamità che li aveva improvvisamente colti nel silenzio di una notte d’inverno.
Fu mentre la figlia lo teneva fra le braccia e lui guardava terrorizzato oltre le sue spalle la casa che andava a fuoco, che la mente del Derelitto tornò indietro al pensiero dei suoi soldi. «Sara», disse, «io sono salvo e tu sei salva».
«Grazie a Dio, grazie a Dio», gridò lei battendo i denti, gli occhi sulle fiamme che lambivano la paglia.
«Ma ho lasciato qualcosa dietro di me, figlia». Si ritirò dall’abbraccio. Cominciò a torcersi le mani. «Sono perduto, sono sicuramente perduto se non recupero la piccola scorta di denaro».
«La scorta di denaro?» Non ne aveva mai sentito parlare fino ad allora.
«Sì, figlia mia. Ne avevo messo da parte un po’. È nel baule di latta sotto il letto».
«Oh, padre!».
«Pensavo che forse potresti raggiungerlo. Sei vigorosa sulle gambe, Sara. Salvalo per me».
«Ma guarda il fumo, le fiamme. Sono inciampata in cucina per uscire. Era come se un peso morto mi spingesse verso il basso».
«Sara, prima che sia troppo tardi, mio Dio, la mia piccola scorta di denaro! Quello di cui mi importa di più!».
«Chiamiamo i vicini, forse potrebbero fare qualcosa».
«I vicini!» esclamò il vecchio guardandosi intorno con un’improvvisa paura. Poi si rivolse alla figlia, con la voce carica di risentimento: «Intendi portare Tom Nolan in questo posto e dirgli dei miei soldi? Dannazione! Oh, ci andrò io stesso». E fece alcuni passi verso la casa, gemendo a voce bassa.
«Padre, non tentare di entrare, ti brucerai», disse la ragazza, mettendoglisi a fianco.
«Dio mio!» gridò, «le fiamme stanno entrando nella stanza. Deliberatamente. Guarda il vento che le soffia lungo la paglia. I miei piccoli soldi verranno persi. Me ne sono preoccupato per tutti questi anni… Sara, non fare che si dica che tu li lasci distruggere davanti ai miei occhi. Fai come ti dico!».
Una nota di comando, di durezza, si infilò nella sua voce. La ragazza si ritrasse da lui.
«Mi senti?» gridò. La sua voce cambiò in una disperazione improvvisa. Lei si limitò ad allontanarsi da lui, che arrancò dietro di lei. Lei fece uno sforzo per evitarlo.
Si aggrappò alla sua camicia da notte, poi ficcò le dita dure nella carne delle sue braccia. «Dannazione», gridò, «ti farò fare quello che voglio. Non vedi come le fiamme stanno entrando nella stanza?» Le si aggrappava al collo. Il suo respiro era affaticato, gli occhi rivolti alla paglia che bruciava e il viso appeso sopra la sua spalla.
«Lascialo andare, padre. Ora non si può salvare. Non sapevo che l’avessi».
Le sue parole non facevano che incitare il Derelitto a nuova furia. Un aspetto torvo, predatore entrò nei suoi occhi. Spinse indietro la ragazza aggrappata a lui. «Lasciare andare il denaro, è così?» gridò. «È questo il rispetto che hai per i miei guadagni? Entra e portamelo».
«Più tardi, padre».
«Più tardi! La casa sarà bruciata fino al pavimento. Sarò un uomo rovinato per sempre».
«Si salverà, nel baule».
«Non è possibile… Sono banconote: ottime banconote fruscianti di cui conosco la sensazione nelle mie mani… potrei riconoscerle nell’oscurità della notte. Le conosco come le unghie sulle mie dita».
La sua voce si era trasformata in un rauco ronzio. Spinse la ragazza davanti a sé mentre parlava. Lei si aggrappò con le mani disperatamente, poi si voltò per allontanarsi da lui, che le barcollò dietro. Una ciocca di capelli sciolti volò dietro di lei mentre si scostava. Lui vi si aggrappò, e lei strillò, piegando le ginocchia quando la pressione dai capelli la portò a fermarsi. Quando lui posò di nuovo le mani sulle braccia della ragazza, lei stava singhiozzando. Erano sull’orlo del fumo che avvolgeva la casa in un vapore denso. Lui la spinse in avanti, e furono due figure vaghe che lottavano nel fumo. Uno stormo di uccelli selvatici girò sopra di loro, gridando con strane voci, poi sparì nella notte.
«Padre, per pietà! Siete folle, pazzo». La ragazza lo pregò.
«La mia piccola scorta di denaro!» gridò lui, e le diede una spinta davanti a sé. Lei sbatté contro il portico della casa. Un’esplosione di vento spinse il fumo che era intorno a loro in strisce lunghe e sinuose, ripulendo uno spazio. In quello spazio il Derelitto vide per un attimo la figura bianca di sua figlia, il suo volto spettrale nel vivido vortice giallo dalla casa. Pensò di cogliere un’occhiata di sfida, di disprezzo, di odio nei suoi occhi. Lei fece un rapido movimento e lui concluse che stava per sfuggirgli. Sollevò un braccio arrabbiato, con il pugno chiuso. «Dio Onnipotente!» gridò. Il pugno rimase sopra la testa per un attimo, poi cadde al suo fianco, perché la figura bianca era scomparsa attraverso il portico verso la casa. Rimase lì, mormorando e agitandosi, gli occhi ancora rapaci.
Il rumore di una trave che si spezzava all’interno lo fece zoppicare via, piagnucolando. Eliminò il fumo, quindi tornò alla casa con un grido. «Sara!» urlò, «che cosa ti sta trattenendo? Vieni velocemente con i soldi. Le fiamme gli saranno sopra».
Non ci fu risposta. Arrancò intorno fino alla finestra della stanza, le bretelle ciondoloni dietro di sé, i pantaloni che pendevano dalle gambe tremanti, piegate, mezze nude; un Derelitto umano su uno sfondo di fiamme spesse come all’inferno.
«Sara!» gridò alla finestra. Spinse vicino al vetro il suo volto coperto di cenere. Ebbe il senso confuso di un interno nebuloso con lingue di fuoco che vi si agitavano attraverso. Irruppero nella piccola finestra. Un flusso di spesso fumo lo colpì negli occhi, gli riempi la bocca. Si tirò indietro, ansimando. «Dio, mi ucciderà», esclamò. «Insomma che cosa la sta ritardando? Ha messo le mani sul mio denaro?».
Con un nuovo orrore in mente, tornò alla finestra. A quel punto udì, dal di sopra della casa, un basso rimbombo, il rumore acuto del baule di latta trascinato sul pavimento. Emise un piccolo grido trionfante. «Tu sia benedetta, ragazza», gridò. Batté le mani sottili, barcollando intorno nel fumo in un movimento strano, che era la tragica parodia di una danza di piacere. Le lacrime gli scorrevano sul volto. «Sara», disse, «tu sei sempre stata la figlia buona. Non c’è mai stato nessuno come te; per la bontà e per il coraggio eri la migliore. Tua madre in cielo ti sta guidando questa notte. Possa ogni benedizione riversarsi su di te, perché sei tu che quella che salverà il mio piccolo gruzzolo».
Un grido che era un mezzo urlo, un mezzo lamento, eruppe dalla casa. Egli rimase stupefatto per un po’, poi si trascinò alla finestra. Vide una figura vaga dentro, poi una mano diede una spinta cieca alla finestra. Fu in allerta in un attimo. Sapeva che la mano stava cercando di spingere le banconote verso di lui attraverso il finestra. Alzò il braccio e afferrò, ma la mano all’interno non arrivò mai oltre la sporgenza interna della finestra. Raschiò il muro e scomparve. Ci fu il tonfo di un corpo che cadeva a peso morto e poi un tocco improvviso di luce rese l’intero quadro accessibile al suo sguardo, vivido come un orribile incubo. Lui gridò, artigliando il muro della finestra con le mani, strappando con le unghie la malta calda dalle pietre. «Sara!» gridò. «Dammi i soldi. Cosa c’è che non va? All’inferno la tua anima, tira fuori i miei soldi. Guardali che saltano sul letto come diavoli. Cosa ti è successo?».
Stava ancora artigliando il muro quando dei passi si avvicinarono di corsa alla casa. Sentì una mano sulla spalla e, girandosi, vide Tom Nolan, il suo vicino. «James, si può sapere che cosa è successo?».
«La mia casa è in fiamme. Sono distrutto, Tom. Il mondo avrà pietà per me».
«Dov’è Sara?».
«È dentro la stanza, Tom. Mi stavo sforzando di indirizzarla. Che ne sarà di me dopo tutto questo? Sarò distrutto per sempre».
Tom Nolan non attese oltre. Passò dalla porta. Il vecchio arrancò dietro di lui, si fermò al portico, lo passò, mormorando, gridando. «Tom», disse, «aspettami. Sarò da te fra un momento». Fece piccoli cerchi davanti al portico, zoppicando sui vecchi arti, tirando su con le mani i pantaloni cadenti. Ma non si avventurò oltre.
Tom Nolan barcollò attraverso il portico, nelle sue braccia un carico bianco. «James!» gridò, «l’ho trovata sdraiata sotto la finestra».
Il vecchio lo seguì mentre portava la ragazza oltre il raggio del fumo e del calore, poi improvvisamente cadde sulla figura floscia. Prese una delle braccia ciondolanti, vi fece scorrere le sue dita tremolanti finché non raggiunse la mano, che era aperta e vuota. Il vecchio la lasciò cadere con un basso lamento.
Tom Nolan lasciò la figura inerte della ragazza sull’erba. Alla luce che ora squarciava il cielo orientale, appariva nera e terribile, una parte della sua camicia da notte mezzo bruciata era ancora in fumo.
Il vecchio si avventò sull’altro braccio; era nero dal gomito in giù.
«Temo, James, che sia bruciata», disse Tom Nolan. Ma James Vasey, il Derelitto, non lo stava ascoltando. Alzò la mano sbucciata. Il pugno era ben chiuso. Egli si sforzò di aprirlo, cadendo in ginocchio accanto alla figura della ragazza. «Lascialo, cagna!» gridò. Ficcò le sue nocche ossute tra le dita del pugno chiuso e le avvitò, gli occhi ardenti; le gengive cominciarono ancora una volta a martellare, un filo di saliva gli cadde dalle labbra, tutto il viso si contorceva mentre guardava con avidità la figura impotente. Il vicino che vide quella scena all’alba era troppo stupefatto per parlare.
Finalmente il pugno fu costretto ad aprirsi. Un po’ di ceneri fruscianti, per nulla somiglianti alla carta originale delle banconote, si trovavano nel palmo. Saltarono su quando venne rilasciata la pressione. Un vento vagante le soffiò dalla mano della ragazza lungo l’erba bagnata.
Il Derelitto sapeva, malgrado il suo delirio, cosa era successo. Sapeva che c’erano solo due banconote da cinque sterline nella scatola di latta, e sapeva che erano bruciate mentre la ragazza si sforzava di passargliele attraverso la finestra. La sua vecchia carcassa tremava, e lui gemette come per un dolore mortale; si alzò dal suolo battendo le mani, mentre il sudore gli rigava tutta la faccia. Poi, con un grido, cadde faccia a terra; le sue mani laceravano ciecamente le ceneri del tesoro perduto, con furiosi tentativi di seppellirlo nell’argilla rossa del terreno; la figura della ragazza giaceva sempre calma nell’erba splendente.

Sara Vasey si riprese, ma per il resto della sua vita ebbe il braccio destro inutilizzabile dal gomito in giù. Anche il Derelitto, suo padre, recuperò. Tutto nella casa sul canale era andato perduto. Tom Nolan diede loro tutto il riparo di cui avevano bisogno fino a quando non riuscirono a riorganizzare il loro modo di vivere. Tuttavia, la gente notò una grande stranezza nel modo di fare di Sara Vasey. Si dedicava a silenzi meditabondi e a improvvisi accessi di pianto isterico, incomprensibili per i suoi vicini, e per quanto possibile evitava il padre. Quando gli affari della piccola fattoria e un nuovo cottage furono riavviati, acquistò un biglietto per l’America. Se ne andò all’improvviso, in silenzio, senza alcun saluto o congedo.
Il Derelitto non sapeva che se ne stava andando. Una mattina, quando si svegliò, si trovò solo in casa. I vicini dissero che Sara Vasey era una figlia innaturale.

Quando il Pagliaccio Billy sentì questa storia del Derelitto raccontata con parole diverse dal Capo, ebbe un ricordo vivido del vecchio animale che era venuto aggirandosi furtivamente fuori dalla sua giungla, la mente disturbata per la perdita della sua capra. «Chi l’ha battezzato il Derelitto?» chiese.
«Calcutta», rispose il Capo.
Billy guardò la figura di Calcutta, nera e snella e sinistra, contro la pallida luce del cielo. Gli si avvicinò. «Stringi», disse porgendogli la mano.
Calcutta, un po’ sconcertato, la strinse, poi la sua testa si girò verso il fumaiolo, i suoi occhi foschi si chinarono su Hike, e Billy notò lo sputo di tabacco che sibilò come un proiettile in direzione del guidatore ricurvo.

[1] Torre medievale in pietra di cui sono presenti in Irlanda numerosi esempi.
[2] Puckaun è un villaggio nella contea di Tipperary

Traduzione di Anna Anzani

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Seumas O’Kelly
(Loughrea, contea di Galway 1881 – 1918). Drammaturgo, romanziere, autore di racconti e giornalista, dopo aver frequentato la scuola locale (St. Brendan's College), O’Kelly iniziò la carriera giornalistica al “Southern Star” di Skibbereen, quindi si spostò a Naas per il "The Leinster Leader", dove rimase in redazione fino a quando andò a lavorare per l'amico Arthur Griffith al "Nationality", organo del Sinn Féin fondato da Griffith stesso nel 1906. Suo fratello venne arrestato durante la Rivolta di Pasqua e Seumas tornò al "Leinster Leader” per un breve periodo. Davanti agli uffici del “Leader” una targa in suo onore riporta 'Seumas O'Kelly - un rivoluzionario gentile'. Morì prematuramente, nel novembre 1918, negli uffici del “Nationality”, per un’emorragia cerebrale a seguito di violenze compiute all’interno del giornale da parte di truppe inglesi anti-Sinn Féin che festeggiavano la fine della prima guerra mondiale. Nella sua breve vita ebbe un’intensa produzione letteraria, in buona parte pubblicata postuma, e scrisse per numerosi giornali, tra cui il Saturday Evening Post e il The Sunday Freeman di Dublino. Scrisse diversi racconti, romanzi e commedie. Il suo The Weaver's Grave è considerato tra i racconti irlandesi più famosi. Una versione radio di questo racconto, adattata e prodotta da Mícheál Ó hAodha, ha vinto nel 1961 l'ambito Premio Italia per teatro radiofonico.

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