Seumas O’Kelly – The Haven

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Il lungo viaggio sulla palude stancava gli uomini. Sedevano là, malinconici e silenziosi, per le ore che durava. Hike arrancava lungo il percorso sulla riva, inciampando sul terreno accidentato, borbottando e pregando mentre camminava. Calcutta faceva la sentinella accanto al fumaiolo. Il Capo canticchiava monotonamente gironzolando sulla barca.

Vi fu un po’ di movimento, segni di rinnovato interesse per il mondo, quando il marrone del terreno paludoso cominciò a fondersi nei pascoli verdi. Un uomo fischiò quando passarono da zone boscose. La barca sembrava scivolare più velocemente sotto i grandi rami degli alberi sovrastanti. Gli zoccoli del cavallo risuonavano secchi dalla strada di granito, si stagliavano case nel paesaggio, si vedevano uomini sulle colline, lungo le strade rumoreggiavano i carri. Il canale faceva una curva; gli uomini allungarono gli occhi per girarle intorno, perché superata quella curva c’era la civiltà e The Haven.
Prima di tutto, gli occhi degli uomini colsero le tegole rosse che coronavano il tetto; lentamente tutto il tetto divenne visibile, poi si dispiegò il timpano giallo con la finestra aperta, la ben nota facciata con gli spigoli dipinti di verde scuro con sottili linee dorate, e l’insegna bianca sopra la porta, “The Haven” brillò agli occhi affamati dell’equipaggio. Persino Hike, il conducente, fu visto alzare la testa a quella curva del canale.
La barca avanzò scivolando sull’attracco di calcare, e venne manovrata con il timone più dolcemente che in qualunque altro posto. Calcutta fece qualche passo leggero sulla spiaggia con una corda in mano, la avvolse attorno a un palo e la barca, tirando forte, venne fermata. Quando srotolò la corda dal palo, strofinò la bocca secca con la mano e alzò amichevolmente gli occhi verso The Haven. Nello stesso momento in cui la figura grottesca lasciò il timone, il Capo arrivò da dietro il fumaiolo; i piedi di entrambi toccarono terra con precisione militare. Hike stava conducendo via il cavallo sciolto dal giogo verso le scuderie sotto il villaggio, la stanga dava scossoni alle grandi cosce della bestia. Quando i tre dell’equipaggio attraversarono la strada verso The Haven, il Capo canticchiava piacevolmente, gli occhi sulle dita di Calcutta che facevano tintinnare delle monete.
Mazzi di cipolle e alcune spazzole creavano un drappeggio attorno alla porta, dondolando nella brezza. Quando gli uomini entrarono, la bottega diffuse un aroma di semi. Erano avvolti in sacchi, la bocca di un sacco era ripiegata indietro. Un contadino ci stava sopra, rigirandosi un tubero fra le mani, la mente dedicata alle cose buone della stagione. Una donna con uno scialle grigio stava maneggiando alcuni pezzi di pancetta sul banco, i freddi occhi pallidi pieni di quella luce da battaglia che abbrevia le vite dei commessi nelle botteghe lungo la strada.
Stoviglie, vasellame, scatole di biscotti, barilotti di lardo, piramidi gialle di formaggi emersero dagli spazi soprastanti debolmente illuminati. Ma gli uomini della barca passarono attraverso il divisorio di quercia dipinto, con alte luci di vetro colorato. Dietro questo luogo dorato vi era il santuario che cercavano.
Era un bar lungo e stretto. Il banco era alto e di quercia. L’esposizione di gallerie di bottiglie dava al luogo un’aria di opulenza che agli uomini piaceva. La circonferenza delle botti cerchiate d’oro era rassicurante. Gli uomini sedettero seguendo una forma estetica, di fronte a questa esposizione, i piedi nella segatura, i cuori pieni della generosità di The Haven.
Un giovane dai capelli scuri stava dietro il banco con attenzione professionale, la mano lievemente appoggiata sulla maniglia color crema del cavaturaccioli brevettato. Alcune piume gli aderivano ai capelli. I suoi occhi davano un’impressione di stanchezza. Aveva l’aria di uno che si era alzato presto e frettolosamente in una qualche soffitta. La pelle del suo viso era scesa fino al livello inferiore della mascella. Indugiava là in uno sbiadito splendore viola.
Una persona sottile, sparuta, con le spalle cadenti, stava al banco guardando vagamente in una pinta mezzo vuota. I suoi pensieri erano chiaramente di rammarico; non alzò neppure lo sguardo quando Calcutta fece la prima ordinazione. Quando gli uomini ebbero le pinte in mano vi guardarono dentro e dimenticarono il lungo viaggio sulla palude. Il Capo stirò lussuriosamente le gambe davanti a sé, i suoi tacchi tracciarono due piccole strisce scure nella segatura sul pavimento.
Il muro opposto al bar era occupato da roba che sembrava traboccare da traffici esterni. Grandi pentole nere pendevano da alcuni uncini. Rotoli di corde, reti metalliche, colini per il latte, barattoli di latta, rastrelli per il fieno, ganci per la mietitura, falci, pacchi di polvere antiparassitaria per fare il bagno alle pecore salivano fino al soffitto. Suggerivano agricoltura, persino industria. Di fronte ad essi sfavillavano gli scaffali di bottiglie, le botti cinte da grandi cerchi dorati.
Ma sugli uomini il senso di questi antagonismi si perdeva. Essi avevano la schiena saldamente appoggiata ai simboli dell’industria. Avevano già in mano la seconda pinta, le dita intorno ai bicchieri in una sorta di dolce estasi, occhi devoti rivolti agli sfavillanti scaffali di fronte, sopra di loro un silenzio sacro.
La porta del tramezzo in quercia dipinta si aprì dondolando sui cardini silenziosi ed entrarono alcuni uomini. Erano di un’altra barca che era appena arrivata. Il conducente aveva la frusta, che non usava mai, avvolta intorno al corpo. Uno del gruppo fece un passo avanti sul pavimento, le gambe ben aperte, si strofinò il mento con la mano, guardò contemplativamente al di sopra del barista per un po’ e poi ordinò, come se avesse avuto un ripensamento, la più ovvia delle bevande.
Uno di questi uomini indossava un’incerata molto grande. Il profilo della sua figura era simile a una chiatta. Il suo viso scrutava fuori da sotto un cappello da pilota con quello sguardo intenso rivolto in avanti acquisito da chi ha navigato a lungo. Gli altri uomini sapevano che aveva lavorato su un battello alla foce di un fiume. Le circostanze lo avevano costretto ad andare alla deriva fra le sponde più appartate del canale. Ora aveva in carico una barca di torba. Gli uomini ammirarono il modo in cui consumò il suo primo drink.
«Ebbene, uomini, il tempo passa. Venite», disse, la cerata gli sventolava intorno mentre usciva dondolando.
Nessuno lo seguì.
Una porta che dava su un inaspettato cortile e su molti piani venne aperta con una spinta ed entrò un uomo con un sacco avvolto intorno a sé come un grembiule. Era un carpentiere. Ordinò dei chiodi. Mentre l’assistente andò fuori a prenderli, il carpentiere con un esperto doppio strascichio dei piedi si mosse verso la fine del bar dove la luce era più romantica. Simultaneamente il barista si concentrò sulla stessa cosa, e riempì un bicchiere; dalla sua mano, questo balzò sul banco, venne afferrato nello stesso balzo dal carpentiere, e il suo contenuto gli sparì in gola prima che il barcaiolo avesse realizzato cosa fosse successo. Un momento dopo venivano portati da fuori i chiodi e in cortile si sentì la voce del carpentiere che gridava al suo apprendista: «Tommy, su con la vita; cosa aspetti?» Poi si sentì un suono di assi che cadevano da un carro.
«Un trattamento terribile da riservare alla bevanda benedetta», disse uno dei barcaioli, riprendendo la contemplazione della sua pinta.
Entrò a passo di danza un ragazzo giovane, con un terrier Irlandese alle ginocchia, portando con sé una zaffata di catrame e guano. Gli uomini lo conoscevano come una sorta di dio, il figlio del proprietario di The Haven. Era stato in giro tutto il giorno, ascoltando le chiacchiere proibite degli uomini al lavoro, cacciando i topi con il terrier, intagliando tacche col temperino in posti illeciti. Alzò il gomito del braccio che reggeva una pinta spumeggiante e sparì sotto una ribalta nel banco.
Il capitano con il cappello da pilota tornò con alcuni guardiani delle chiuse. Accettò di riposare su loro richiesta. Poi disse:
«Ebbene, uomini, il tempo passa. Venite», e uscì di nuovo.
Nessuno lo seguì.
Una ragazza giovane, tenendo per mano un bambino piccolo, passò dirigendosi verso qualche recesso privato di The Haven. Le teste di tutti gli uomini scattarono su e seguirono la visione femminile che passava. I loro occhi si soffermarono sulla folta chioma nera, fermata con un nastro chiaro che le ricadeva sulla schiena. Al primo sguardo capirono che, secondo il calendario e le abitudini della campagna, questa chioma avrebbe dovuto essere stata raccolta da tempo. Capirono quindi che la visione era qualcuno che voleva rimanere sospeso nella giovinezza attraverso i capelli del capo.
«La sorella più giovane del proprietario», disse un uomo che aveva conoscenza del locale. «Portata qui per badare ai bambini».
Il barista aveva osservato la visione con un certa ambizione pensierosa e un leggero innalzamento della pelle del viso sopra il livello inferiore della mascelle. Il Capo della Barca Dorata si domandò vagamente se il barista dai capelli corvini avrebbe avuto successo.
Tornò l’uomo dal cappello da pilota, sorridendo radiosamente intorno a sé. Aveva portato alcuni carrettieri. Uno di loro gridava l’inevitabile ordine. Il capitano della barca di torba fece ciò che ci si aspettava da lui. Quindi attraversò il tramezzo con disinvoltura come prima, dicendo: «Ebbene, uomini, il tempo passa. Venite».
Nessuno lo seguì.
Gli uomini sedevano sul banco in un lungo silenzio. Vi era una grande pace in quel luogo. Un bollitore di ottone cantava delicatamente su una lampada a spirito. Sopra ronzavano alcune mosche. Il barista si sedette e riprese la lettura di un romanzo intitolato “Anastasia e il Duca”. Il silenzio dorato veniva rotto solo di tanto in tanto dal delicato palpitare di una gola lungo la quale passava una bevanda. Poi una voce disse: «Cosa ha detto?»
«Ha detto: ‘Il tempo passa’».
Riprese il silenzio. Il bollitore cantava e sopra ronzavano le mosche. Quindi vi fu una lagna in fondo al banco. Seguì un altro periodo di silenzio, durante il quale si poté udire perfettamente il respiro del barista, mentre si curvava sul libro, poiché il romanzo aveva raggiunto il capitolo in cui Anastasia era in mortale pericolo per amore del Duca.
«Cosa hai detto?» La domanda venne biascicata nell’oscurità. L’uomo alla fine del banco girò lentamente la testa e disse:
«Ho detto, chi se ne fotte del tempo?» e volgendo il capo intorno appoggiò bene la schiena contro il muro.
Il proprietario attraversò The Haven. Il barista immerse le mani in un lavandino pieno d’acqua, e fece gran mostra di lavare i bicchieri, la mente distolta con violenza dalla grande scena della tentazione di Anastasia. Il proprietario era elegante, si lisciava i baffi impomatati, la testa leggermente piegata, l’aspetto preoccupato.
«Buona giornata agli uomini» disse, senza alzare lo sguardo. Un momento più tardi, nel cortile, si sentì la sua voce gridare bruscamente alcuni ordini.
Dopo un po’ di tempo venne rotto ancora il silenzio.
«Un grande», disse uno del gruppo, tirando un sorso della sua pinta.
«Un grande», concordò un altro, dopo qualche riflessione. Poi, dopo una lunga pausa:
«Già, un grande»; e la persona incerta che per tutto il tempo era rimasta a meditare sul suo bicchiere in evidente isolamento, si svegliò, finì la sua pozione, e uscì, strofinandosi le labbra con il dorso della mano.
Vicino al tramezzo incontrò l’uomo col cappello da pilota, seguito da un assortimento di ex-marinai e carrettieri. Irruppe in uno splendido sorriso quando un carrettiere diede l’ordine inevitabile.
«Ebbene, uomini, il tempo passa» disse, sporgendosi per la prima pinta. Sparì.
La porta del tramezzo venne aperta timidamente, e il viso tirato di Hike guardò dentro. Poi sgattaiolò verso gli uomini all’estremità del banco. Là bevve la sua pinta dando le spalle agli altri. Calcutta seguì i suoi movimenti con un luccichio negli occhi. Il Capo aggrottò le sopracciglia, quindi si alzarono tutti in piedi come per protesta.
Sputarono nella segatura e si strinsero i pantaloni intorno ai fianchi con l’aria di uomini che si preparano ancora una volta ad affrontare un mondo difficile. Attraversarono il tramezzo.
La donna nello scialle grigio era ancora appoggiata al bancone, ma il bacon era stato accantonato, e ora le sue mani sottili si muovevano con cura su alcune matasse di fili di lana. L’assistente la stava ancora servendo, un’espressione di stupore sul viso esausto.
Gli uomini uscirono da The Haven, un vago odore di cipolle li seguì attraverso la strada. L’acqua gialla del canale fiancheggiava la strada. Accostate all’argine stavano alcune barche cariche; sembravano pittoresche nella luce chiara della giornata primaverile.
Quando salirono a bordo della Barca Dorata, il Capo camminava avanti e indietro sul ponte mentre gli altri si sdraiarono intorno, fumando. Dopo poco, Hike uscì da The Haven e passò corrucciato lungo la strada. Improvvisamente risuonò la voce di Calcutta, che comandava, insolente.
«Hike!» gridò.
A quelle parole Hike si fermò, obbediente come un soldato richiamato all’ordine. Una risata rauca di derisione accolse la sua azione.
Allora il Capo vide la figura grottesca di Hike ciondolare sulla strada. Il suo viso, malvagio e ripugnante, guardò su lascivo verso la barca, fra le gobbe sulle spalle. I grandi occhi brillarono di una luce sinistra quando si alzarono sulla figura di Calcutta. Le labbra della sua lunga bocca si separarono, mostrando immensi denti gialli. Vi era qualcosa di demoniaco, orribilmente infernale e cattivo nell’espressione di Hike. Il Capo notò che Calcutta scattò in piedi dalla cassa su cui si stava reclinando.
Hike venne all’argine proprio sotto la Barca Dorata, conservando sul viso uno sguardo lascivo.
«Pensavi di possederla, vero?» domandò a Calcutta. «Doveva stare con te per sempre, vero? Eri una tale bellezza che nessuno si sarebbe intromesso». La voce di Hike era roca di un’orrenda emozione.
Calcutta misurò la figura del mezzo nano e sputò giù verso di lui. «Vattene a grattarti le gobbe, figlio di un dromedario», gridò.
«Eravate così felici insieme, vero? Una coppia di colombi che tubavano?» Hike strascicava le parole, coprendo e scoprendo i denti gialli. «Lei non avrebbe guardato assolutamente nessun altro! Nessun uomo le sarebbe piaciuto tranne te! Lei amava te, Mollie la Sirena!»
A quel nome, Calcutta balzò sul lato della barca, ma il Capo gli stette di fronte.
«Vai alla cabina», ordinò.
«Lasciami andare giù dallo storpio», gridò Calcutta. «Gli stringerò la mano».
Ma Hike se n’era andato, la testa a forma di pallottola tremava fra le spalle ingobbite, la sua bizzarra risata schiamazzante si spegneva lungo la strada verso il villaggio.
Calcutta, il corpo contratto, andò giù nella cabina e bevve diverse tazze d’acqua in rapida successione, poi si gettò sulla schiena nella cuccetta, gli occhi sfolgoranti inchiodati sulla trave alcune spanne sopra di lui, la voce vigorosa scatenata in una serie di canzoni sguaiate, una dietro l’altra, sulla stessa aria stonata senza alcuna pausa.
Il Capo stette sopra il boccaporto per un po’ di tempo, ascoltando il rimbombo che riempiva la cabina di sotto, il vocalizzo così violento di Calcutta che tutte le parole erano completamente incoerenti. Lentamente la voce entrò in una sorta di canto, e le parole divennero comprensibili. Calcutta, fissando la trave sopra di lui, ruggiva:
«Oh, oh, oh, mi rotolavo con l’amore mio nel fieno della luna nuova,
mi rotolavo con l’amore mio nel fieno della luna nuova
mi rotolavo con l’amore mio nel fieno della luna nuova
Oh, oh, oh, quando i galli cantavano al mattino!»
Il Capo si chiedeva dove Calcutta avesse preso queste canzoni; forse nel Black Hole1. Il Capo diede un calcio al coperchio sull’apertura della cabina e quindi riprese la sua camminata sul ponte della Barca Dorata chiedendosi, e chiedendosi invano, mentre la notte quieta scendeva su quel luogo tranquillo, perché due uomini dovessero odiarsi l’un l’altro così aspramente. Non riusciva a decidere se fosse molto tragico o molto comico che il ricordo di una donna mantenesse sempre viva la loro amarezza. Un uomo, il Capo lo sapeva, conservava nella memoria colei che gli aveva portato visioni di un angelo bianco splendente nella gioia e nella gloria del paradiso; l’altro uomo, la cui voce ora rimbombava di sotto in modo strano, ricordava talmente la propria passione che, esultando, si immaginava che lei bruciasse all’inferno per l’eternità.
Il Capo si arrese.
«Domani dobbiamo scaricare» disse, con gli occhi che vagavano sul carico.

Nota
1 Il Black Hole di Calcutta era una piccola prigione nel vecchio Fort William a Calcutta, dove le truppe del Nawab del Bengala, Siraj ud-Daulah, tennero i prigionieri di guerra inglesi, dopo la cattura del forte il 20 giugno 1756.

Traduzione di Anna Anzani

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Seumas O’Kelly
(Loughrea, contea di Galway 1881 – 1918). Drammaturgo, romanziere, autore di racconti e giornalista, dopo aver frequentato la scuola locale (St. Brendan's College), O’Kelly iniziò la carriera giornalistica al “Southern Star” di Skibbereen, quindi si spostò a Naas per il "The Leinster Leader", dove rimase in redazione fino a quando andò a lavorare per l'amico Arthur Griffith al "Nationality", organo del Sinn Féin fondato da Griffith stesso nel 1906. Suo fratello venne arrestato durante la Rivolta di Pasqua e Seumas tornò al "Leinster Leader” per un breve periodo. Davanti agli uffici del “Leader” una targa in suo onore riporta 'Seumas O'Kelly - un rivoluzionario gentile'. Morì prematuramente, nel novembre 1918, negli uffici del “Nationality”, per un’emorragia cerebrale a seguito di violenze compiute all’interno del giornale da parte di truppe inglesi anti-Sinn Féin che festeggiavano la fine della prima guerra mondiale. Nella sua breve vita ebbe un’intensa produzione letteraria, in buona parte pubblicata postuma, e scrisse per numerosi giornali, tra cui il Saturday Evening Post e il The Sunday Freeman di Dublino. Scrisse diversi racconti, romanzi e commedie. Il suo The Weaver's Grave è considerato tra i racconti irlandesi più famosi. Una versione radio di questo racconto, adattata e prodotta da Mícheál Ó hAodha, ha vinto nel 1961 l'ambito Premio Italia per teatro radiofonico.

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