Arthur Conan Doyle – L’imbuto di cuoio

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Il mio amico, Lionel Dacre, abitava in Avenue de Wagram a Parigi. La sua casa era quella piccola, con le cancellate di ferro e il giardinetto sul davanti, che si incontra sulla sinistra venendo dall’Arco di Trionfo.
Immagino che essa esistesse già molto tempo prima che la strada fosse costruita, poiché le tegole grigie erano macchiate di licheni e i muri erano ammuffiti e scoloriti dal tempo. Vista dal viale sembrava una casa piccola, con cinque finestre sul davanti, se ben ricordo, ma sul retro si estendeva in un’unica, lunga sala.
Era lì che Dacre teneva la sua singolare collezione di libri di letteratura occulta e quei bizzarri oggetti che costituivano il suo passatempo e il divertimento dei suoi amici. Uomo ricco dai gusti raffinati ed eccentrici, aveva speso gran parte della sua vita e della sua fortuna collezionando e riunendo quella che veniva definita una raccolta privata, unica nel suo genere, di opere talmudiche, cabalistiche e di magia, molte delle quali assai rare e di gran valore.
I suoi gusti tendevano al soprannaturale e all’orrido e ho sentito dire che i suoi esperimenti nel campo dell’ignoto abbiano oltrepassato ogni limite di civiltà e di decoro. Con i suoi amici inglesi egli non alludeva mai a tali argomenti, anzi, si atteggiava a studioso e a grande esperto; ma un francese dai gusti affini mi ha assicurato che in quella sala ampia e maestosa, le cui pareti erano tappezzate di scaffali di libri e delle vetrine del suo museo, si erano svolte le più macabre messe nere.
L’aspetto di Dacre bastava a dimostrare che il profondo interesse che egli nutriva per questi argomenti era di natura più intellettuale che spirituale. Non vi era alcuna traccia di ascetismo su quel volto massiccio, ma l’enorme cranio a cupola che spuntava al di sopra dei capelli ormai radi, simile a una cima innevata che svetta su una frangia di abeti, rivelava una grande forza mentale.
La sua sapienza superava la sua saggezza e la sua volontà era di gran lunga superiore al suo carattere. Gli occhi piccoli e vivaci infossati nel viso carnoso scintillavano di intelligenza e di un’insaziabile curiosità per la vita, ma erano gli occhi di una persona sensuale ed egoista.
Ma ora basta parlare di lui, poiché ormai è morto, povero diavolo, morto proprio quando era convinto di aver infine scoperto l’elisir di lunga vita. Non è della sua complessa personalità che devo parlarvi, bensì della strana e inspiegabile vicenda che avvenne durante la visita che gli feci all’inizio della primavera dell’82.
Avevo conosciuto Dacre in Inghilterra, poiché le mie ricerche nella Sala Assira del British Museum si erano svolte nello stesso periodo in cui egli stava tentando di attribuire un significato mistico ed esoterico alle Tavole Babilonesi: fu questa comunanza di interessi a unirci.
Eravamo passati da commenti sporadici a conversazioni quotidiane e infine a qualcosa che assomigliava all’amicizia. Gli avevo promesso di fargli visita quando sarei tornato a Parigi. Quando fui in grado di mantenere la mia promessa abitavo in una villetta a Fontainebleau e, poiché i treni serali avevano orari scomodi, mi offrì di trascorrere la notte a casa sua.
«Non ho che un letto per gli ospiti», disse accennando a un ampio divano nel suo grande salone. «Spero che riuscirete a stare comodo».
Era una camera da letto singolare, con alte pareti tappezzate da scuri volumi, ma un topo di biblioteca come me non avrebbe potuto desiderare arredamento migliore: non c’è profumo più gradevole per le mie narici di quel leggero e sottile odore acre che emana un libro antico.
Lo rassicurai che non avrei potuto desiderare una camera più affascinante né un arredamento più congeniale.
«Se l’arredamento non è né pratico né convenzionale, perlomeno è costoso», commentò Dacre lanciando un’occhiata agli scaffali. «Ho speso circa un quarto di milione per questi oggetti che vi circondano. Libri, armi, gemme, arazzi, sculture, pitture: difficilmente troverete un oggetto privo di storia e in genere si tratta di storie che meritano di essere raccontate».
Parlava seduto a un lato del caminetto e io all’altro. Alla sua destra si trovava lo scrittoio, sul cui piano una lampada proiettava un vivido cerchio di luce dorata. Un palinsesto semi arrotolato giaceva al centro, circondato da una serie di strani oggetti e cianfrusaglie. Fra questi notai un grande imbuto, come quelli usati per riempire le botti di vino. Sembrava fatto di legno nero e aveva il bordo di ottone scolorito.
«Che oggetto curioso!», commentai. «Qual è la sua storia?».
«Ah! Questo è il problema. Non so cosa darei per conoscerla. Prendetelo in mano ed esaminatelo».
Feci come mi disse e mi resi conto che ciò che mi era sembrato legno era in realtà cuoio, benché  asciugato e indurito dal tempo. Si trattava di un grande imbuto della capienza di circa un litro. Un bordo di ottone cingeva il capo più largo, ma anche quello più stretto era bordato di metallo.
«Che ne pensate?», mi chiese Dacre.
«Penso che sia appartenuto a qualche vinaio o a qualche maltatore del Medioevo», risposi. «In Inghilterra ho visto boccali di cuoio risalenti al diciassettesimo secolo, chiamati black jack, dello stesso colore e della stessa consistenza di quest’imbuto».
«Suppongo che la datazione sia più o meno la medesima», confermò Dacre. «Indubbiamente serviva a riempire qualche recipiente con del liquido. Tuttavia, se i miei sospetti sono fondati, era uno strano vinaio che se ne serviva e insolita la botte che egli riempiva.
Non notate nulla di strano nella parte terminale dell’imbuto?».
Non appena lo sollevai verso la luce constatai che in un punto, a una decina di centimetri sopra il bordo inferiore di ottone, il collo stretto dell’imbuto era graffiato e rigato, come se qualcuno lo avesse inciso tutto intorno con un coltello affilato. Soltanto in quel punto l’opaca superficie nera presentava una certa ruvidezza.
«Qualcuno ha tentato di tagliarne via il collo».
«Lo definireste un taglio?».
«È strappato e lacerato. Ci deve esser voluta una certa forza per lasciare questi segni su un materiale così duro, qualunque fosse lo strumento. Ma voi che ne pensate? Sono certo che ne sappiate più di quanto non diciate».
Dacre sorrise e i suoi occhi brillarono divertiti.
«I vostri eruditi studi includono la psicologia dei sogni?», chiese.
«Non sapevo neppure che esistesse una simile psicologia».
«Mio caro signore, quello scaffale sopra la vetrina delle gemme è pieno di volumi, da Albertus Magnus in poi, che trattano unicamente quest’argomento. Si tratta di una scienza a sé stante».
«Una scienza da ciarlatani».
«Il ciarlatano è sempre il pioniere. Dall’astrologo è nato l’astronomo, dall’alchimista il chimico, dal mesmerista lo psicologo sperimentale. Il ciarlatano di ieri è il professore di domani. Persino cose lievi e sfuggenti come i sogni col tempo saranno ordinate e classificate. Quando arriverà quel momento, le ricerche dei nostri amici su questi scaffali non saranno più il mero passatempo del mistico, bensì le solide basi di una scienza».
«Anche ammettendo che sia così, qual è il nesso tra la scienza dei sogni e un grande imbuto nero bordato di ottone?».
«Ve lo spiegherò subito. Voi sapete che ho un agente che è costantemente alla ricerca di pezzi rari e curiosi per la mia collezione. Alcuni giorni fa egli ha sentito parlare di un commerciante lungo uno dei Quais che aveva acquistato delle vecchie cianfrusaglie rinvenute nella credenza di una vecchia casa dietro Rue Mathurin, nel Quartiere Latino.
La sala da pranzo di questa vecchia casa è decorata con uno stemma, scaglioni e sbarre rosse su un campo d’argento, che risulta essere, dopo un’indagine accurata, il blasone di Nicholas de la Reynie, un alto ufficiale di Luigi XIV. Non vi è alcun dubbio che anche gli altri oggetti contenuti in quella credenza risalgano ai primi anni del suo regno.
Se ne deduce, pertanto, che tutti gli oggetti appartenevano a Nicholas de la Reynie, il quale era, a quanto mi risulta, un gentiluomo incaricato di applicare e far rispettare le leggi draconiane dell’epoca».
«E con ciò?».
«Vi chiederei di prendere in mano l’imbuto ancora una volta e di esaminarne il bordo di ottone superiore. Riuscite a distinguervi alcune lettere?».
Vi erano senza dubbio degli scarabocchi, quasi cancellati dal tempo. Sembrava vi fossero varie lettere, l’ultima delle quali assomigliava a una B.
«Non vi sembra una B?».
«Sì».
«Anche a me. Anzi, sono certo che si tratti di una B».
«Ma il cognome del gentiluomo di cui mi avete parlato inizia per R».
«Esattamente! Ed è proprio questo il bello! Egli possedeva questo strano oggetto eppure vi sono incise le iniziali di qualcun altro. Perché?».
«Non ne ho idea, e voi?».
«Beh, forse posso provare a indovinare. Riuscite a vedere qualcosa inciso un po’ più in là lungo il bordo?».
«Direi che si tratta di una corona».
«È senza dubbio una corona. Ma se la guardate sotto una buona luce vi renderete conto che non è una corona qualsiasi, bensì una corona araldica, un emblema nobiliare, che consiste in quattro perle e foglie di fragola alternate. Ne possiamo quindi dedurre che la persona le cui iniziali terminano con una B aveva diritto di fregiarsi della corona nobiliare».
«Quindi questo comunissimo imbuto di cuoio apparteneva a un marchese?».
Dacre fece uno strano sorriso.
«Oppure a un membro della famiglia di un marchese. Ciò è quanto abbiamo chiaramente appreso da questo bordo inciso».
«Ma qual è il nesso con i sogni?». Non so se dipendesse dall’espressione sul viso di Dacre oppure dal suo atteggiamento ma fui percorso da un brivido di repulsione, da un irragionevole moto d’orrore mentre guardavo quel vecchio pezzo di cuoio consumato.
«Più volte i miei sogni mi hanno fornito informazioni importanti», rispose il mio amico assumendo quel tono didattico che amava ostentare.
«Per me ormai è la prassi: ogni qualvolta ho qualche dubbio su qualcosa colloco l’oggetto in questione vicino a me mentre dormo e confido in qualche illuminazione. Il meccanismo non mi sembra poi tanto oscuro, sebbene non abbia ancora ricevuto il crisma della scienza ufficiale.
Secondo la mia teoria, qualsiasi oggetto che sia stato intimamente legato a qualsivoglia supremo parossismo di emozione umana, sia essa di gioia o di dolore, rimarrà impregnato di una certa atmosfera o associazione che esso è in grado di comunicare a una mente sensibile. Per mente sensibile non intendo una mente deviata, bensì istruita e colta come quella che possediamo io e voi».
«Intendete dire, ad esempio, che se io dormissi vicino a quella vecchia spada appesa al muro potrei sognare qualche sanguinoso evento al quale la stessa spada prese parte?».
«Un ottimo esempio, poiché, a dire la verità, ho utilizzato appunto la spada in quel modo: durante il sonno ho assistito alla morte del suo proprietario, ucciso durante uno scontro armato che non sono stato in grado di identificare, ma che ebbe luogo all’epoca della Fronda.
Se ci pensate, alcune delle nostre usanze popolari dimostrano come già i nostri antenati conoscessero tale fenomeno, sebbene noi, nella nostra saggezza, le abbiamo etichettate come superstizioni».
«Ad esempio?».
«Ebbene, l’usanza di mettere un pezzo della torta nuziale sotto il cuscino per far sì che chi dorma faccia sogni piacevoli: questo è soltanto uno dei tanti esempi che troverete in un piccolo opuscolo che io stesso sto scrivendo sull’argomento. Ma torniamo a noi: ho dormito una notte con questo imbuto accanto e ho fatto un sogno che certamente getta una luce curiosa sul suo uso e sulla sua origine».
«Che cosa avete sognato?».
«Ho sognato…», si interruppe e uno sguardo concentrato di interesse apparve sul suo volto massiccio. «Per Giove! Questa sì che è un’idea! Sarà davvero un esperimento oltremodo interessante! Voi stesso siete un soggetto psichico con nervi che rispondono prontamente a qualsiasi impressione».
«Non mi sono mai sottoposto a una prova di questo genere».
«Allora vi metteremo alla prova stanotte. Vi posso chiedere l’enorme favore di dormire con il vecchio imbuto di fianco al vostro cuscino quando occuperete questo divano stanotte?».
La richiesta mi parve grottesca ma anch’io, nella mia complessa natura, ho una propensione per il bizzarro e il fantastico. Non credevo affatto alla teoria di Dacre e nutrivo scarse speranze circa il successo dell’esperimento, ma al tempo stesso mi divertiva l’idea di tentare. Con aria solenne Dacre avvicinò uno sgabello alla testa del divano e vi collocò sopra l’imbuto. Poi, dopo una breve conversazione, mi augurò la buona notte e se ne andò.
Rimasi seduto per un po’ a fumare vicino al fuoco morente, ripensando alla bizzarra situazione in cui mi trovavo e alla strana esperienza che forse mi attendeva. Per quanto fossi scettico, vi era un che di impressionante nella sicurezza dei modi di Dacre: l’ambiente straordinario e l’imponente sala piena di oggetti strani e a volte sinistri mi colpivano per la loro solennità. Alla fine mi spogliai, spensi la lampada e mi sdraiai. Dopo essermi rigirato a lungo, finalmente mi addormentai.
Tenterò di descrivere nel modo più accurato possibile la scena che sognai. Ancora adesso è vivida nella mia memoria, più chiara di qualsiasi altra cosa che io abbia mai visto da sveglio. Vi era una stanza che aveva tutta l’apparenza di essere un sotterraneo. Quattro timpani convergevano dagli angoli e formavano una cupola acuta.
L’architettura era rozza ma possente. La stanza faceva evidentemente parte di un grande edificio.
Tre uomini in nero, con strani cappelli a punta in velluto nero, erano seduti in fila su una pedana rivestita da un tappeto rosso. I loro volti avevano un’espressione molto solenne e triste. Alla loro sinistra vi erano due uomini che indossavano una lunga tunica e tenevano in mano alcune cartelle che sembravano piene di documenti.
Sulla destra, rivolta verso di me, vi era una donna minuta e bionda, con strani occhi azzurri, gli occhi di una bambina. Non era più giovanissima ma non aveva ancora raggiunto la mezza età. La sua figura era leggermente appesantita ma il suo portamento era orgoglioso e fiducioso. Il suo viso era pallido ma sereno. Un viso particolare, avvenente e al contempo felino, con un accenno di crudeltà intorno alla piccola bocca sottile e forte e alla mascella paffuta. Era avvolta in un’ampia vestaglia bianca.
Un prete magro e ansioso le stava accanto, bisbigliandole nell’orecchio e alzando ripetutamente un crocefisso davanti ai suoi occhi. La donna volse la testa e fissò lo sguardo oltre il crocefisso in direzione dei tre uomini in nero, che erano, lo intuivo, i suoi giudici.
Mentre guardavo, i tre uomini si alzarono e dissero qualcosa, ma non fui in grado di distinguere le loro parole, sebbene fossi consapevole che era l’uomo al centro quello che stava parlando. Poi uscirono dalla stanza, seguiti dai due uomini con i documenti.
In quello stesso momento alcuni individui dall’aspetto rozzo vestiti con robusti farsetti entrarono rumorosamente e tolsero dapprima il tappeto rosso e poi le assi che formavano la pedana, in modo da svuotare completamente la stanza. Una volta rimossa questa barriera, riuscii a vedere alcuni strani elementi d’arredo in fondo alla stanza. Uno sembrava un letto con rulli di legno a ogni estremità e con il manico di un argano per regolarne la lunghezza.
Un altro era un cavallo di legno. Vi erano molti altri curiosi oggetti e un certo numero di corde oscillanti agganciate a carrucole. Il tutto assomigliava vagamente a una palestra odierna.
Dopo che la stanza fu sgombrata, una nuova figura apparve sulla scena. Era un uomo magro e alto, vestito di nero, con il viso smunto e austero. Il suo aspetto mi fece rabbrividire.
I suoi abiti luccicavano di grasso ed erano cosparsi di macchie. Aveva un portamento lento e molto dignitoso, come se avesse assunto il comando della situazione nel momento stesso in cui era entrato nella stanza. Nonostante l’aspetto rozzo e gli abiti sudici, adesso quella era una faccenda sua, la stanza era sua: deteneva il potere. Trasportava un rotolo di corde sottili sull’avambraccio sinistro.
La donna lo scrutò dalla testa ai piedi con uno sguardo penetrante, ma la sua espressione rimane immutata. Appariva fiduciosa, addirittura insolente. Non si poteva dire lo stesso del prelato: il suo viso era mortalmente pallido e vidi il sudore brillare e scorrere sulla fronte alta e inclinata. Sollevò le mani in preghiera, chinandosi a borbottare parole frenetiche all’orecchio della donna.
Ora l’uomo in nero avanzava e, dopo aver preso una corda dal braccio sinistro, legò insieme le mani della donna, la quale gliele porse docilmente. Poi le afferrò energicamente il braccio e la condusse verso il cavallo di legno, che oltrepassava di poco la vita della donna.
Fu sollevata e vi fu sdraiata supina con il viso rivolto verso il soffitto, mentre il prete, sopraffatto dall’orrore, fuggiva correndo dalla stanza. Le labbra della donna si muovevano rapidamente e, sebbene non riuscissi a udire nulla, sapevo che stava pregando. I suoi piedi penzolavano da ambo i lati del cavallo e vidi che i rudi valletti le avevano legato altre corde alle caviglie e ne avevano assicurato l’altro capo agli anelli di ferro infissi nel pavimento di pietra.
Il cuore mi saltò in gola nel vedere quei funesti preparativi, eppure ero inchiodato dal fascino dell’orrore e non riuscivo a staccare gli occhi dal macabro spettacolo. Entrò nella stanza un uomo con un secchio d’acqua in ognuna delle mani. Lo seguiva un altro con un terzo secchio. I tre secchi furono posti ai lati del cavallo di legno. Il secondo uomo teneva nell’altra mano un mestolo di legno – una ciotola con un manico dritto – che consegnò all’uomo in nero. In quello stesso momento, uno dei valletti si avvicinò con un oggetto scuro in mano che perfino in sogno mi diede una vaga impressione di familiarità: era l’imbuto di cuoio.
Con estrema forza lo conficcò… ma non riuscii a sopportare oltre. I capelli mi si rizzarono in testa per l’orrore. Mi contorsi, lottai e riuscii a divincolarmi dalle braccia di Morfeo, ritornai con un grido alla vita reale e mi trovai a giacere in preda al terrore nell’imponente libreria, con la luce della luna che filtrava ampiamente attraverso le finestre, disegnando sinistri decori neri e argentei sul muro opposto.
Oh, che immenso sollievo sapere di essere ritornato nel diciannovesimo secolo, via da quella cripta medievale, e trovarmi di nuovo in un mondo in cui gli uomini avevano un cuore umano in petto. Mi misi a sedere sul divano, tremante da capo a piedi, con la mente divisa tra gratitudine e orrore. E pensare che queste cose erano davvero accadute ed erano state fatte senza che Dio incenerisse questi criminali!
Ma erano frutto della mia fantasia oppure avevo assistito davvero a un evento realmente accaduto nei giorni oscuri e crudeli della Storia? Affondai la testa che mi pulsava tra le mani tremanti. In quel momento, all’improvviso, il cuore sembrò arrestarmisi in petto e non riuscii nemmeno a urlare, tale era il mio orrore.
Qualcosa avanzava verso di me attraverso l’oscurità della stanza.
È l’orrore successivo a un altro orrore che spezza lo spirito di un uomo. Non ero in grado di ragionare, di pregare. Riuscivo solo a stare seduto come una statua di ghiaccio, con lo sguardo fisso rivolto verso l’oscura figura che percorreva la sala buia. Poi la figura entrò nel bianco cono di luce lunare e io ripresi a respirare.
Era Dacre e il suo viso dimostrava che era spaventato quanto me.
«Siete stato voi? Per l’amor di Dio, che cosa è successo?», chiese con voce roca.
«Oh, Dacre, sono così felice di vedervi! Sono sceso all’inferno. È stato terribile».
«Quindi siete stato voi a urlare?».
«Presumo di sì».
«Il vostro urlo è risuonato in tutta la casa. I domestici erano terrorizzati». Strofinò un fiammifero e accese la lampada. «Penso che possiamo riaccendere il fuoco», aggiunse mentre metteva dei ceppi sulle braci. «Santo cielo, amico mio, come siete pallido! Si direbbe che abbiate visto un fantasma».
«E infatti ne ho visti più d’uno».
«Quindi l’imbuto di cuoio ha sortito il suo effetto?».
«Non dormirei di nuovo accanto a quell’oggetto infernale neanche per tutto l’oro del mondo».
Dacre sogghignò.
«Avevo previsto che avreste trascorso una notte agitata», disse. «Ma sono stato punito, perché quel vostro urlo non era affatto piacevole da udirsi alle due del mattino. Da quanto mi dite evinco che abbiate visto tutta la spaventosa vicenda».
«Quale spaventosa vicenda?».
«La tortura dell’acqua o l’“Interrogatorio Straordinario” come veniva chiamata ai tempi del Re Sole. Siete riuscito a resistere fino alla fine?».
«No, grazie a Dio mi sono svegliato prima che iniziasse».
«Ah, tanto meglio per voi. Io ho resistito fino al terzo secchio. Beh, è una vecchia storia e i protagonisti sono ormai tutti nella tomba, perciò che importanza ha il modo in cui ci sono arrivati? Suppongo che non abbiate alcuna idea di cosa fosse quello che avete visto!».
«La tortura di qualche criminale. Quella donna dev’essere stata davvero una delinquente terribile se è vero che la pena è commisurata al crimine commesso».
«Infatti abbiamo questa piccola consolazione», rispose Dacre, avvolgendosi meglio nella vestaglia da camera e accucciandosi più vicino al fuoco. «Era, in effetti, commisurata ai suoi crimini. Se non m’inganno sull’identità della donna, s’intende».
«Com’è possibile che ne conosciate l’identità?».
Per tutta risposta, Dacre prese da uno scaffale un vecchio volume ricoperto di pergamena.
«Ascoltate questo», disse. «È scritto nel francese del diciassettesimo secolo, ma ve ne farò una traduzione approssimativa mentre leggo. Giudicherete voi stesso se io abbia risolto l’enigma oppure no.
«La prigioniera fu condotta davanti alla Grande Camera e Camera Penale del Parlamento riunita come Corte di Giustizia, con l’accusa di aver assassinato il Signor Dreux d’Aubray, suo padre, e i suoi due fratelli, i Signori d’Aubray, l’uno luogotenente e l’altro consigliere del Parlamento.
A giudicare dall’aspetto sembrava difficile credere che avesse potuto commettere atti così malvagi, poiché aveva un’apparenza mite ed era di statura minuta, con la pelle chiara e gli occhi azzurri. Tuttavia la Corte, avendola giudicata colpevole, la condannò all’Interrogatorio Straordinario per costringerla a confessare i nomi dei suoi complici. In seguito sarebbe stata condotta su un carro a Place de Grève, dove le sarebbe stata mozzata la testa, il suo corpo sarebbe stato bruciato e le sue ceneri sparse al vento.
«Questa nota è datata 16 luglio 1676».
«Interessante», dissi, «ma non del tutto convincente. Siete in grado di provare che le due donne siano la medesima persona?».
«Ci sto arrivando. Il racconto prosegue descrivendo il suo comportamento durante l’interrogatorio. Quando il boia le si avvicinò, lei lo riconobbe dalle corde che teneva in mano e immediatamente gli tese le mani, guardandolo dalla testa ai piedi senza proferire parola. Che ve ne pare?».
«Sì, andò proprio così».
«Guardò senza battere ciglio il cavallo di legno e gli anelli che avevano distorto così tante membra e avevano provocato tante urla di agonia. Quando i suoi occhi si posarono sui tre secchi d’acqua pronti per lei, disse con un sorriso: “Tutta quell’acqua dev’essere stata portata qui con l’intento di affogarmi, signore. Non avrete intenzione, spero, di costringere una persona di così piccola statura come me a ingoiarla tutta”. Devo leggervi i dettagli della tortura?».
«No, per l’amor di Dio, ve ne prego».
«Vi leggerò una frase che fugherà ogni vostro dubbio e che vi dimostrerà che quanto vi sto leggendo si riferisce alla medesima scena alla quale avete assistito stanotte: Il buon abate Pirot, incapace di assistere allo strazio inflitto alla sua penitente, uscì correndo dalla stanza. Questo vi convince?».
«Assolutamente. Non vi è alcun dubbio che si tratti della stessa persona. Ma chi è dunque questa donna il cui aspetto era così attraente e la cui fine fu tanto orribile?».
Per tutta risposta, Dacre mi si avvicinò e appoggiò la piccola lampada sul tavolo accanto al mio letto. Sollevando il nefasto imbuto ne voltò il bordo di ottone in modo che la luce lo illuminasse completamente. Vista in questo modo, l’incisione sembrava più chiara di quanto non lo fosse stata la sera precedente.
«Abbiamo già convenuto che questo è lo stemma di un marchese o di una marchesa», disse. «Abbiamo anche appurato che l’ultima lettera è una B».
«Tutto ciò è indubbio».
«Mi permetto ora di suggerirvi che le altre lettere, da sinistra a destra, sono rispettivamente M, M, una d minuscola, A, una d minuscola e poi la B finale».
«Sì, sono sicuro che abbiate ragione. Riesco a distinguere chiaramente le due d minuscole».
«Ciò che vi ho letto stanotte», disse Dacre, «è il resoconto ufficiale del processo a Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa di Brinvilliers, una delle più famose avvelenatrici e assassine di tutti i tempi».
Stavo seduto in silenzio, sopraffatto dalla natura straordinaria della vicenda e dalla completezza della prova con cui Dacre ne aveva rivelato il vero significato. Ricordavo vagamente alcuni particolari della carriera della donna, la sua infinita depravazione, la fredda e prolungata tortura del padre ammalato, l’assassinio dei fratelli per meschine ragioni di interesse.
Rammentai anche che il suo coraggioso comportamento di fronte alla morte aveva in qualche modo fatto ammenda dell’orrore della sua vita e che tutta Parigi era stata solidale con lei nei suoi ultimi istanti, benedicendola come una martire, dopo averla maledetta qualche giorno prima come un’assassina. Mi venne in mente una sola obiezione.
«Come sono finite le sue iniziali e il suo stemma su quest’imbuto? Malgrado la loro deferenza medievale verso la nobiltà, i loro giustizieri non si spingevano certo fino a decorare gli strumenti di tortura con i loro titoli!».
«Anch’io mi sono posto la stessa domanda», replicò Dacre, «ma credo che ci sia una spiegazione semplice. Il caso suscitò un enorme interesse all’epoca e pertanto non deve stupire che La Reynie, il capo della polizia, abbia conservato questo imbuto come macabro ricordo. Non accadeva spesso che una marchesa di Francia fosse sottoposta all’Interrogatorio Straordinario.
Che egli abbia deciso di incidervi le iniziali della donna per farlo sapere ai posteri mi pare un atto del tutto normale da parte sua».
«E questi?», chiesi indicando i segni sul collo dell’imbuto.
«Era una tigre feroce», disse Dacre mentre si voltava. «Mi pare evidente che, come tutte le tigri, i suoi denti fossero forti e affilati».

FINE

Traduzione di Barbara Pellegrini

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