I due mondi di Charly

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I due mondi di Charly è una toccante trasposizione cinematografica del celebre racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes. Diretto da Ralph Nelson, cattura con maestria l’essenza dell’opera letteraria, ampliandola e trasportandoci in un viaggio emozionante attraverso la mente e le emozioni di Charly Gordon, un uomo con disabilità intellettive che accetta di sottoporsi a un esperimento scientifico sperimentale per aumentare la sua intelligenza, interpretato in modo magistrale da Cliff Robertson[1]. Il film cattura perfettamente la sua esperienza, dalle prime sfide e frustrazioni fino alla rapida crescita intellettuale di Charly: la sua trasformazione è rappresentata efficacemente, grazie a un’interpretazione sincera e commovente e a una regia molto poco invadente, che non è interessata a celebrare se stessa e lascia spazio al personaggio, guidandoci attraverso un viaggio emotivo travolgente. Impeccabile anche la sceneggiatura di Stirling Silliphant, che gli valse un Golden Globe.

La narrazione è costruita intorno al diario che Charly tiene durante il suo progresso intellettuale, elemento che aggiunge profondità al film, consentendoci di entrare intimamente nella sua mente. Questa prospettiva interna offre un’intensa connessione emotiva con il personaggio, facendoci condividere il suo cambiamento da persona vulnerabile e affettuosa a individuo consapevole delle complessità della vita e delle relazioni.

La colonna sonora di Ravi Shankar sottolinea con delicatezza le emozioni in gioco, creando un’atmosfera coinvolgente che amplifica l’impatto emotivo. La regia di Ralph Nelson, come già accennato, riesce a tradurre abilmente l’evoluzione del personaggio attraverso il linguaggio visivo e la messa in scena, senza bisogno di spettacolarizzazioni, se si eccettua l’uso dello split screen, molto comune all’epoca, per “mostrare simultaneamente le reazioni di due persone che si fronteggiano e conversano” e all’uso di “piccoli inserti di immagini della dimensione di un francobollo all’interno della cornice dello schermo più grande” (Vincent Canby).

“La relazione tra Charly (Cliff Robertson) e la ragazza (Claire Bloom) è gestita delicatamente”, scrive Roger Ebert. “Lei si preoccupa per lui, ma non comprende adeguatamente i problemi che sta affrontando. Questi diventano più gravi quando lui supera il QI normale e passa alla categoria dei geni; il suo sviluppo emotivo rimane indietro. È questa storia, che comporta una crisi personale, a rendere Charly un film caldo e gratificante”.

Alcuni considerano I due mondi di Charly fantascienza, e in effetti il suo nucleo narrativo è basato su un’idea scientifica avanzata e futuristica, che rientra nei canoni del genere (e del resto in Italia il racconto da cui è tratto venne pubblicato da Einaudi nell’indimenticabile raccolta del 1959, ristampata ancora oggi, Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza, a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero). In effetti la premessa chiave del film riguarda l’esperimento scientifico che sottopone Charly Gordon a una procedura medica sperimentale per aumentare la sua intelligenza. Inoltre, la storia esplora le implicazioni etiche e morali di questo tipo d’intervento scientifico, altro tema comune nella fantascienza, e mette in luce le conseguenze della procedura sia su Charly, sia sulle persone che lo circondano, il che solleva domande profonde sulla natura umana e sulla nostra relazione con la tecnologia e la scienza.
Il film, tuttavia, è principalmente una storia emotiva che si concentra sulle esperienze e sul viaggio personale del protagonista, il che ne fa, a nostro parere, un film drammatico: le premesse scientifiche non sono la sostanza di questo lungometraggio.

I due mondi di Charly è un film che solleva importanti domande sulla natura dell’intelligenza, dell’identità e dell’umanità stessa. Ci costringe a riflettere su come le persone vengano trattate in base al loro intelletto e su come la società possa spesso ignorare o sottovalutare il potenziale di chi ha disabilità intellettive. Un’opera che tocca il cuore e la mente, lasciando un’impronta indelebile, un piccolo capolavoro minore che affronta temi profondi con sensibilità ed empatia.


[1] Cliff Robertson ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista durante la 41ª edizione dei Premi Oscar, che si è tenuta nel 1969. La sua interpretazione è stata ampiamente acclamata dalla critica e dal pubblico, e la vittoria è stata un riconoscimento ben meritato per la sua straordinaria performance nel film. La sua abilità nel trasmettere la trasformazione del personaggio, dall’innocenza e vulnerabilità iniziali alla comprensione e alla disperazione che seguono il suo progresso intellettuale, è davvero memorabile.

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