Ivan Graziani – Pigro

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Uscito a un anno da I Lupi – disco che ha fatto conoscere Ivan Graziani al grande pubblico grazie soprattutto al brano Lugano addioPigro è sicuramente il miglior prodotto del musicista di Teramo, quello detto “della maturità”. Eppure l’album ha ingiustamente vissuto di giudizi buoni ma tutto sommato non significativi: ottimo disco, certo, ma senza che fosse riconosciuto come un vero e proprio cambiamento, un passaggio dal cantautorato, che ha visto negli anni Settanta il suo periodo d’oro, al rock. Perché è indubbio che Pigro è un album totalmente e decisamente rock.

Sostenuto dalle sue indubbie qualità alla chitarra (è stato un session man molto richiesto), Graziani si è avvalso, in questo disco, della collaborazione di ottimi musicisti, tra cui Hugh Bullen al basso, Claudio Maioli alle tastiere e lo splendido Walter Calloni alla batteria, che potevano vantare collaborazioni eccellenti (Battisti, Finardi, Venditti, Area) ed estrazioni musicali differenti, cosa che ha portato a realizzare un album con metriche ed espressioni diverse, ma tutte di matrice rock. In questa scelta si può vedere la ricerca dell’autore, che ha personalmente curato ogni dettaglio per togliersi l’etichetta di cantautore e creare un disco che fosse la sua vera espressione, facendo uscire la chitarra dalla dimensione tipicamente acustica e creando sonorità inaspettate, se confrontate con i suoi lavori precedenti.

Accompagnato come sempre dal suo caratteristico falsetto, canta riportando nei testi la dimensione della periferia, dei perdenti, dei frustrati, dei disperati a lui tanto cara. Lontano dalle mode, che a breve (il decennio ’80) avrebbero preso il sopravvento sulla qualità della musica, e dalle imposizioni, presenta otto tracce dissacranti e genuine, partendo dalla martellante Monna Lisa, con uno splendido riff di basso di Bullen, in cui racconta di un goffo ladro che cerca di rubare la Gioconda ma resta intrappolato senza saper che cosa fare. Particolarità di questo pezzo è il ritornello, il cui giro di accordi di chitarra è lo stesso che suonava Jimi Hendrix in Hey Joe: infatti, nei suoi live, Graziani prima di iniziarlo urlava proprio il titolo di quel pezzo.
Si passa a Sabbia del deserto, in cui spiccano i passaggi di sassofono di Claudio Pascoli, immagine evocativa di un artista che però non sarà mai un artista e fa i conti con la sua consapevole frustrazione.
Paolina, brano che a suo modo anticipa il tipico schema dei lenti delle band heavy metal, parla di un trentenne che si dibatte tra la solitudine e l’incapacità di vivere, nascondendosi dietro mille paure e banali ammiccamenti, ed è accompagnato da variazioni strumentali che ne esaltano le emozioni, facendolo arrivare dritto al cuore: forse il brano più osannato dell’intero album.
La prima facciata del disco si chiude con Fango, che non ha niente da invidiare alle linee hard rock dei gruppi primi anni ’70, seppur con arrangiamenti più leggeri; è sicuramente il pezzo più dark dell’album, in cui si parla di un giovane assassino, ma sembra più una dichiarazione dell’artista su quel che vuole dire con questo lavoro (…come un ragno che sputa il filo dal proprio addome…).

La seconda facciata si apre con la title track, caratterizzata da un potente riff di chitarra acustica, ed è un violento rimprovero agli estremismi degli intellettuali, sottolineando il detto “predicare bene e razzolare male”. Un’altra ingiustizia patita da questo album è stata anche il fatto che, durante le apparizioni televisive per promuoverlo, a Graziani veniva chiesto di suonare quasi esclusivamente questo pezzo, omettendo troppo spesso le altre splendide canzoni: chi voleva conoscerlo doveva per forza comprarselo o avere qualcuno che glielo facesse ascoltare.
Al festival Slow folk di bi-Milano è un’irriverente presa in giro dei gruppi di musica Progressive dei primi anni Settanta, che spesso si perdevano in convulsioni musicali complicate, incomprensibili e fini a se stesse (…ma nessuno capì niente e la musica ruggiva sempre più forte): dall’enorme produzione di quella musica pochi sono emersi, e il motivo è in parte spiegato in questo pezzo.
A seguire Gabriele D’Annunzio, nome di un misero frustrato omonimo del poeta, schiavizzato dalla consorte, che spia le mogli degli altri all’acquasantiera e a casa rinnova un suo rito e stende sul letto le donnine di carta delle riviste porno. Pezzo, questo, in cui le melodie create dalle chitarre acustiche sono forse il momento migliore del disco.
Si conclude con Scappo di casa, racconto di un bamboccione che, succube della madre e incapace di arrangiarsi da solo, decide, appunto, di fuggire da casa, ma si trova a confrontarsi con il mondo, scoprendo la propria inettitudine a vivere al fuori delle regole materne. La sua fuga finirà nel bar sotto casa. A mio avviso, questo è uno dei testi più belli della canzone italiana.

Pigro è uno splendido disco, troppo spesso sottovalutato, come il suo autore, che al tempo ha dato lustro alla musica nostrana staccandosi da stereotipi e vecchi schemi, dando chiara dimensione di qualità musicale, strumentale, e composto da testi intelligenti e sinceri, senza scadere in invenzioni surreali e di difficile comprensione. Ivan Graziani continuerà su questa strada con gli album successivi, sempre di ottima fattura, ma è indiscutibile che Pigro sia uno di quei dischi che, come già sottolineato, hanno archiviato la dimensione del cantautore, fatta tipicamente di chitarra acustica, testi impegnati e poco altro, portandola in un contesto rock.

Un album che definirei storico ma anche di sorprendente attualità, che può stare tranquillamente nelle discoteche di amanti di differenti tipi di musica. Imperdibile.

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Fiorenzo Dioni nasce a Brescia nel 1963. Progettista di professione, scrittore per passione, scrive da sempre, ma ha cominciato a pubblicare solo pochi anni fa. Ama scrivere racconti ispirati a situazioni quotidiane, dandogli poi una veste surreale e di fantasia. Ha pubblicato tre libri: “Porte”, composto da tre racconti lunghi, “Riflessi”, un progetto in collaborazione con una fotografa in cui si sono incontrate e confrontate immagini e parole, “L’uomo in scatola”, pubblicato da Calibano Editore, composto da 19 racconti surreali. Da uno di questi è stato tratto il fumetto “Mio padre, il tango” (Calibano, 2023). Ha partecipato a varie antologie di racconti a tema, tra cui “Anch’io. Storie di donne al limite”, “Ci sedemmo dalla parte del torto”, “Nulla per cui uccidere” (Prospero Editore), e “I racconti della Leonessa” (Calibano Editore). Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Inkroci, con cui collabora anche per recensioni di libri e dischi nelle rubriche “Attenti al libro!” e “Formidabili, quei dischi!”. In passato ha scritto recensioni per le riviste NB e Dentro Brescia.

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