Milan Kundera – L’arte del romanzo

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L’arte del romanzo è un volume che raccoglie sette saggi a tematica letteraria scritti da Kundera nel 1986, uscito in prima edizione italiana nel 1988, soltanto oggi ristampata in economica nella collana Gli Adelphi.

Si parte con La denigrata eredità di Cervantes, nel quale lo scrittore boemo (attenzione, non cecoslovacco, Kundera non amava tale definizione geografica) si professa seguace del Don Chisciotte come forma di romanzo avventuroso europeo del Novecento, padre di tutti i romanzi perché il viaggio del folle cavaliere è prima di tutto una ricerca di se stesso. L’avventura è il primo grande tema narrativo, adesso disgregato in mille rivoli di ricerche interiori, con lo spirito del romanzo che resta complesso e aspira a non finire: anche dopo la fine della storia del romanzo, deve continuare a vivere senza aspirare a pacificazioni con lo spirito del nostro tempo. Kundera ci fa sapere che tiene a una sola cosa: in definitiva, da buon romanziere (pure qui attenzione: non scrittore tout court, ma romanziere), tiene soltanto alla denigrata eredità di Cervantes, quindi ha molto a cuore il romanzo e la sua esistenza.

Il secondo è scritto in forma di dialogo con un giornalista, il solo tipo d’intervista che Kundera a un certo punto della sua vita decide di concedere, non fidandosi dei trascrittori di parole, che spesso travisano i concetti. E allora leggiamo questo saggio, approvato parola per parola dal suo autore, come ogni vera intervista dovrebbe essere, per capire che un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’estrapolazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato. Kundera ci dice che la sua scrittura va oltre il romanzo psicologico, ma che al tempo stesso non intende privare i suoi personaggi di una vita interiore, spesso intensa. Ci spiega anche che cosa sia per lui la tenerezza, quel sentimento che nasce nel momento in cui, rigettati sulla soglia dell’età adulta, ci si rende conto con angoscia dei vantaggi dell’infanzia, i vantaggi che da bambini non si potevano capire. E ci spiega i suoi libri, i titoli poetici e controversi, ci dice – per esempio – che gli Amori ridicoli non sono gli amori che fanno ridere, ma si trovano nella categoria degli amori che mancano di serietà.
Sono molte le definizioni insolite di Kundera per parlare dell’ambiente letterario, come quando afferma che un poeta è un giovane che sua madre spinge a esibirsi di fronte a un mondo nel quale lui non è capace di entrare. Il romanzo è cambiato, non ha più niente a che vedere con l’avventura, con la narrazione pura, con il racconto di eventi nudo e crudo, perché dopo Musil niente è stato più come prima, se si vuole anche dopo Kafka e il suo Castello, la lotta contro la burocrazia, Gregor Samsa che diventa uno scarafaggio e teme soltanto di far tardi in ufficio… Per Kundera il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace. Ergo il romanziere non è né uno storico, né un profeta: è un esploratore dell’esistenza.

Il terzo saggio è composto da note ispirate alla lettura de I sonnambuli di Broch, una trilogia composta da Pasenov o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo. Un nuovo momento per parlare di quel che è diventato il romanzo dopo Kafka: l’esplorazione del ruolo dell’irrazionale nelle nostre decisioni, nella nostra vita e l’analisi della trappola del mondo, di un universo burocratizzato.

Quarto saggio: un nuovo dialogo, questa volta sull’arte della composizione, che per Kundera deve basarsi sullo sfrondamento radicale, sbarazzando il romanzo dall’automatismo della tecnica romanzesca, dal verbalismo romanzesco, per renderlo denso, perché la polifonia romanzesca, molto più che tecnica è poesia. Senza contare che in un romanzo ci sono le digressioni, i momenti in cui lo scrittore abbandona la storia romanzesca per andare ad affrontare i propri interrogativi esistenziali, i propri temi portanti. Kundera ci fa capire che i suoi romanzi sono tutti varianti matematiche della stessa architettura, fondata sul numero sette. E anche questo saggio, in definitiva, consta di sette sezioni.

Arriviamo al capitolo cinque: In qualche posto là dietro, dove apprendiamo che I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla, una verità assoluta, patrimonio del grande Jan Skacel, da oggi in poi condiviso. Ci perdiamo ancora nel labirinto interminabile della kafkianità per comprendere quanto nella Storia moderna la vita somigli ai romanzi di Kafka, visti come anticipazioni della società totalitaria.

Ma il capitolo più interessante sono le Sessantacinque parole, dove Pierre Nora, direttore della rivista Le Débat, convince Kundera a scrivere un piccolo dizionario di parole fondamentali della sua letteratura, dopo aver capito che l’amico stava perdendo troppo tempo dietro ai suoi traduttori-traditori che in certe lingue (inglese  e francese) distruggevano la poesia delle sue parole, la musicalità delle sue frasi, sostituendo intere espressioni, cambiando sostantivi con sinonimi e scorciando periodi, riducendo interi capitoli a macerie. Dovete comprare questo libro di Kundera solo per leggere questo straordinario capitolo, che va da Aforisma a Vita, passando per (indovinate un po’?) Romanzo.

Terminiamo la piacevole lettura con un capitolo che è una prolusione, il ringraziamento dopo aver ritirato un premio: Discorso di Gerusalemme: il romanzo e l’Europa. Kundera afferma che il romanzo deve rifuggire dai luoghi comuni come dalla peste, perché non è scrivendo quel che tutti vogliono leggere che si può pensare di fare letteratura. E conclude: mi diverte pensare che l’arte del romanzo sia venuta al mondo come eco della risata di Dio. Per poi ironizzare che Dio ride quando lo vede pensare. E deve aver riso molto e di gusto – aggiungiamo noi – vista la bellezza straordinaria che lo scrittore boemo ci ha regalato nel corso della sua vita.

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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