Emmanuel Carrère – Vite che non sono la mia

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Vite che non sono la mia appartiene al filone della narrativa testimoniale, documentaria; come già suggerisce il titolo, Carrère sceglie di mettere al centro del romanzo le vite degli altri e di assumere la posizione di testimone, narrando eventi ai quali ha assistito in prima persona. L’opera funziona come controcanto de L’avversario, che narra la vicenda dell’assassino Jean-Claude Romand; se in quest’ultimo Carrère si è dedicato all’esplorazione degli aspetti più oscuri dell’essere umano, nel primo narra invece di persone che rappresentano il meglio dell’umanità.

Il libro è diviso in due parti, connesse dal tema della tragedia che colpisce inaspettatamente gli esseri umani. La prima, su cui si apre il romanzo, racconta lo tsunami che ha investito le coste dello Sri Lanka nel 2004, proprio quando Carrère si trovava lì in vacanza con la famiglia. Il passaggio dell’onda segna una netta distinzione tra il paesaggio devastato e quello rimasto immutato, che si riflette anche nell’umanità stessa, divisa tra chi è stato risparmiato e chi è stato colpito dalla catastrofe. Di quest’ultima categoria fa parte una coppia che deve far fronte a una serie di questioni burocratiche per far rimpatriare il corpo della figlia morta a soli quattro anni, che Carrère e la compagna Hélène cercano di aiutare.

La seconda parte si svolge a distanza di appena pochi mesi, quando Carrère viene sfiorato da un’altra tragedia, la lotta contro il cancro di Juliette, sorella di Hélène, che si concluderà con la sua morte a soli trentatré anni. Il dramma collettivo lascia così spazio a una tragedia privata. Cercando di stare vicino alla compagna in un momento difficile, Carrère incontra Étienne, figura cardine di questa parte del romanzo e collega di Juliette, che vuole parlargli del lavoro che hanno svolto insieme al tribunale di istanza di Vienne, prima che lei si ammalasse.
L’autore narra il coraggio di questi personaggi, che riescono a sopravvivere al senso di perdita e di dolore, per ricominciare a vivere trovando perfino la felicità.
Queste qualità positive degli esseri umani spiccano nelle figure di Juliette e di Étienne, che nel loro lavoro giudiziario cercano di difendere i diritti dei più deboli di fronte ai soprusi delle grandi società finanziarie.

Anche quando la materia potrebbe sfociare nel patetismo, lo scrittore francese narra queste vite segnate dal dolore con grande sensibilità ma anche con uno stile estremamente asciutto e rigoroso, rifuggendo la retorica persino quando è la realtà stessa che sembra volerla imporre. Quando l’agonia di Juliette prosegue in parallelo con lo spettacolo scolastico delle figlie, Carrère commenta che sembrava che lo sceneggiatore avesse davvero calcato la mano[1].

Ben lontano dal disturbante L’Avversario, Vite che non sono la mia è un romanzo avvincente e commovente, che ci aiuta a riflettere su ciò che conta veramente nella vita.


[1] E. Carrère, Vite che non sono la mia, Adelphi, Milano 2019, p. 77.

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Dopo gli studi in Lettere, Alessandra Vitali si è laureata in Editoria, culture della comunicazione e della moda. Ha una passione per la lettura, la scrittura e il mondo della comunicazione. Il suo interesse per la sostenibilità e per la tutela dell’ambiente l’ha portata a scrivere per la rivista online Nature Defence, contribuendo a promuovere la consapevolezza su queste tematiche. Attraverso la collaborazione con Inkroci Magazine ha l’opportunità di esprimere il suo amore per la scrittura e per il mondo dei libri, che ha sempre guidato la sua vita e il suo percorso professionale. Ama l’arte e nel tempo libero le piace dedicarsi al disegno.

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