Quindici Milioni di Meriti (Black Mirror S01E02): senza lieto fine

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Black Mirror è una serie televisiva inglese creata da Charlie Brooker, le prime due serie sono andate in onda per Channel 4 dal 2011 al 2014.[1] Ogni episodio è autoconclusivo, ma il comune denominatore è un’evoluzione angosciosa della convivenza umana con la tecnologia.
Ho deciso di considerare nello specifico Fifteen Million Merits[2], secondo episodio della prima serie, in quanto dopo anni dalla messa in onda continua a ripresentarsi nei miei pensieri come elemento di disturbo riguardo a un’ampia serie di caratteristiche della società delle Information Communication Technologies.

Si tratta di un episodio interessante in quanto presenta un sistema chiuso che rappresenta a mo’ di metafora alcuni tratti dell’era moderna. Mi spiego: per guadagnare denaro (o ‘merits’) col quale acquistare cibo, applicazioni, dentifricio, il diritto di saltare un annuncio pubblicitario ecc. ogni giorno i personaggi si presentano alla loro postazione, montano sulla cyclette e iniziano a pedalare. Possono parlare tra loro ma lo fanno raramente, più spesso sono concentrati sullo schermo che hanno di fronte, con molti canali a disposizione, dai videogame al talent show Hot Shot (a cui i protagonisti prenderanno parte) ai negozi virtuali ecc.
Finito di ‘lavorare’ (ed è importante notare che il lavoro in questo sistema chiuso è completamente inutile, serve solamente a guadagnare denaro per portare avanti il sistema stesso) i personaggi tornano ai loro cubicoli dotati di letto, bagno ma soprattutto schermi che ricoprono tutte le pareti. Qui possono riesumare le attività d’intrattenimento virtuale che svolgevano sulla bicicletta.
In questo sistema chiuso la funzione degli esseri umani non pare molto diversa dalla funzione delle biciclette, sono ingranaggi che si muovono per far funzionare il sistema stesso, un sistema che si autoalimenta e auto limita.
Ne L’uomo a una dimensione Marcuse cita Perroux:

Gli schiavi della civiltà industriale sviluppata sono schiavi sublimati, ma sono pur sempre schiavi, poiché la schiavitù è determinata ‘non dall’obbedienza, né dall’asprezza della fatica, bensì dallo stato di strumento e dalla riduzione dell’uomo allo stato di cosa’.
[Perroux, F. (1958): La Coexistence pacifique, Paris: Press Universitaires de France. (Trad. it. [1961]. La coscienza pacifica. Torino: Einaudi)]

Nel caso di Fifteen Million Merits questo tema si unisce alla distopia tecnologica per cui il corpo umano viene ridotto a un tramite per accedere alla realtà virtuale. Il mondo reale è grigio, gli indumenti sono tutti uguali e grigi. La personalizzazione, per gli individui semplici che lavorano alla cyclette, avviene solo nella vita virtuale dove possono costruire il proprio personaggio (‘avatar’).

Il protagonista, Bing, è silenzioso e piuttosto timido. Ha sufficiente denaro per mangiare ciò che vuole e anche saltare gli annunci pubblicitari che non l’interessano (frequenti e aggressivi, sopratutto quelli legati al canale erotico).
Tanto per rendere esplicito il parallelismo, vorrei fare una parentesi sulla muta accettazione degli annunci pubblicitari in televisione, alla radio, su internet. E’ mio dovere fruire gli annunci pubblicitari? E’ irrispettoso saltarli installando un apposito software?
Al momento, su internet almeno, la pubblicità è giustificata dalla disponibilità gratuita di un contenuto (video su YouTube, musica su Spotify ecc.). Questo episodio di Black Mirror propone un’aberrazione, un futuro o mondo parallelo in cui gli annunci sono parte integrante della vita delle persone e dove è necessario possedere un sostanzioso conto in banca per potersi permettere di vivere senza.

Se Black Mirror ci offre nero su bianco la prospettiva che questo accada, con una piccola astrazione ci offre anche la possibilità di immaginare lo scenario opposto: come sarebbe il mondo senza pubblicità? E aprire una serie di prospettive legate ai bisogni e al desiderio: acquisteremmo le stesse cose? Guarderemmo gli stessi programmi? Leggeremmo gli stessi libri?
Scrive Marcuse a proposito di bisogni falsi:

I bisogni ‘falsi’ sono quelli che vengono sovrimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione […] Il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni.
[Marcuse, R. (1964): One-Dimensional Man. Boston: Beacon Press (trad. it. [1999].  L’uomo a una dimensione. Torino: Einaudi)]

Bing non ha particolari interessi, pare anzi che viva in una condizione di apatia, finché nei bagni dell’ufficio non sente cantare Abi, alla quale proporrà di partecipare al talent show Hot Shot regalandole un biglietto costosissimo che acquista utilizzando quasi tutti i suoi risparmi.
Una di coloro i quali sono riusciti ad avere successo grazie al talent show rivela in un programma televisivo:

La cosa migliore del mio nuovo stile di vita? Da dove inizio? Adoro scegliermi i vestiti… e adoro l’oro. E’ come se esprimesse chi sono veramente.[3]

Di fronte a questo tipo di inautenticità, il personaggio di Abi risulta genuino ed è questo che attrae Bing. La canzone che lei canta l’ha imparata da sua madre, che l’ha a sua volta imparata da sua madre. Abi utilizza gli incarti del pranzo per fare origami, rappresenta un’apertura verso l’autenticità.
Proprio questa caratteristica di autenticità, tuttavia, sarà strumentalizzata dai giudici del talent show che assegneranno Abi al canale erotico, accompagnati da grida d’incitamento (Do it! Do it!) da parte dell’audience, rigorosamente virtuale, che segue la trasmissione. Abi accetta.

Bing torna alla vita di bicicletta e annunci pubblicitari, ma con pochissimo denaro. Questa volta, quando le pareti vengono invase dagli annunci erotici di Abi, non può più saltarli. Non può chiudere gli occhi, pena un suono sibilante e l’avvertenza: Resume viewing, resume viewing.
Perde il controllo, si lancia contro le pareti, spacca uno schermo e vede a terra il frammento di vetro che gli darà una ragione per andare avanti, lo renderà famoso e allo stesso tempo farà fallire il suo tentativo di bucare il sistema.

Bing inizia a pedalare ferocemente e risparmiare fino all’ultimo centesimo. Quando raggiunge i 15 milioni di crediti compra un biglietto per partecipare a Hot Shot, il talent show. Ci arriva come un automa, con il frammento di vetro che si porterà alla gola durante la performance. Quando arriva sul palco si presenta come un ‘entertainer’ e questo è il suo discorso:

Non ho un discorso, non ho pensato alle parole, non ci ho neanche provato. Sapevo solo che dovevo venire qui, davanti a voi, e volevo che mi ascoltaste.
Che ascoltaste veramente, non solo fare la faccia di chi ascolta, come fate sempre. La faccia di chi prova qualcosa, non di chi calcola. Fate una smorfia e la schiaffate verso il palco, e noi la la la, cantiamo, balliamo e saltelliamo qua e là, e voi qui non vedete persone, non vedete persone qui. È tutta merce.

E più falsa è la merce, più la amate, perché la merce falsa è l’unica cosa che funziona, la merce falsa è la sola cosa che digeriamo.
In realtà non è l’unica. Il vero dolore, la vera crudeltà, quello va bene. Sì, mettete un grassone su un palo e ci facciamo una risata feroce perché ne abbiamo il diritto, perché noi pedaliamo, e lui arranca, la feccia, e noi ah-ah-ah! Perché siamo così disperatamente fuori di testa che non facciamo niente di meglio. Non abbiamo che merce falsa e compriamo merda.
È così che parliamo tra di noi, così ci esprimiamo, comprando merda. Cosa, ho un sogno? Il massimo dei nostri sogni è un nuovo cappello per l’avatar, che non esiste! Non è neanche qui, compriamo merda che neanche è qui.
Mostrateci qualcosa di vero, libero e bello, non potete. Vero? Ci annienterebbe, siamo troppo inebetiti, potrebbe strozzarmi. Abbiamo un limite di meraviglia.
Quando trovate una qualsiasi meraviglia, la centellinate in porzioni scarse. Solo allora, finché non è aumentata, impacchettata, spremuta attraverso 10.000 filtri preassegnati, finché non è nulla più di una serie di luci senza significato, mentre pedaliamo da mattina a sera, ma per andare dove? Per alimentare cosa? Minuscole celle e minuscoli schermi, e celle più grandi e schermi più grandi e vaffanculo.
Vaffanculo, questo è il riassunto, vaffanculo. Vaffanculo per stare seduti lì a far peggiorare lentamente le cose. Vaffanculo voi, i vostri riflettori e le vostre facce ipocrite.
Vaffanculo tutti per aver pensato che l’unica cosa che mi stava a cuore non valesse niente. Per averla infangata, e averla ridotta uno scheletro, una beffa. Un’ennesima disgustosa beffa, in un regno di milioni di cazzo di scherzi. Vaffanculo perché esistete. Vaffanculo per me, per noi, per chiunque. Vaffanculo![4]

Bing ha creato il bisogno di ribellione e il sistema, immediatamente, lo soddisfa assegnandogli un programma televisivo dove gridare le sue invettive. I suoi ex colleghi ora lo guardano, a volte, sullo schermo mentre pedalano.

Una buona distopia fantascientifica è un campanello d’allarme, ci dice: forse non è ancora così, ma potrebbe diventarlo.
Questo episodio di Black Mirror mi ha particolarmente colpito perché riporta una vasta gamma di reali caratteristiche della società occidentale odierna, che non a caso ha il nome di società dei consumi o società delle Information Communication Technologies. Il consumo ossessivo, la graduale diminuzione del contatto reale con altri esseri umani, la vita sempre più piena di social networks e la pubblicità sempre più presente sono elementi reali.
La fantascienza può mettere in evidenza le possibili degenerazioni dei problemi reali. Sta poi all’egregio pubblico agire di conseguenza.

[1]     La terza stagione sarà distribuita da Netflix.
[2]     Diretto da Euros Lyn, scritto da Charlie Brooker e Konnie Huq. Vede come protagonisti Daniel Kaluuya (nel ruolo di Bing) e Jessica Brown Findlay (nel ruolo di Abi).
[3]     Black Mirror, stagione 1, Episodio 2. 00:12:22,283 → 00:12:33,060
[4]     Black Mirror, stagione 1, Episodio 2. 00:52:05,387 → 00:54:16,163

 

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Elisa Emiliani
Elisa Emiliani si è laureata in Filosofia e specializzata in Semiotica (con una tesi su La comunicazione del concetto di morte nella società delle ICT). E' nata in Romagna ma ha studiato a Torino, poi seguendo la passione per la comunicazione e l'educazione non formale ha vissuto e lavorato in Inghilterra e si trova ora in terra spagnola per un anno di volontariato. Ad oggi ha pubblicato due romanzi (Le guardiane, con Damster editore e Ibrido con editrice GDS) e un altro è in corso di pubblicazione, sul web c’è qualche suo racconto (Gaby, la morte e la lavanda, su Fantasy Magazine; Ibrido, su Effemme; La masca, su Speechless magazine) ma soprattutto cura il blog Maledetta Tastiera e si cimenta in nuove sperimentazioni narrative.