Jorge Luis Borges – Borges ed io

0
1176

L’altro, Borges, è quello cui accadono le cose. Io cammino attraverso Buenos Aires e mi passa il tempo, forse ormai meccanicamente, osservando l’arco dell’ingresso e la porta interna; Di Borges ho notizie per la posta e perché vedo il suo nome su una lista di professori o in un dizionario biografico. Mi piacciono le clessidre, le mappe, la tipografia del secolo XVII, le etimologie, il sapore del caffè e la prosa di Stevenson; l’altro condivide queste preferenze, ma in un modo vanitoso che le trasforma in attributi di un attore. Sarebbe esagerato dire che il nostro rapporto è ostile; io vivo, mi lascio vivere in modo che Borges possa escogitare la sua letteratura, e questa letteratura mi giustifica. Non mi costa nulla confessare che è riuscito ad ottenere alcune pagine valide, ma quelle pagine non mi possono salvare, forse perché il buono non appartiene più a nessuno, nemmeno all’altro, ma alla lingua o alla tradizione. D’altronde, io sono destinato a perdermi, definitivamente, e soltanto qualche istante di me stesso potrà sopravvivere nell’altro. Gradualmente sto cedendo tutto all’altro, nonostante la sua abitudine perversa di falsificare e di ingigantire. Spinoza aveva capito che tutte le cose vogliono perseverare nel loro essere; la pietra vuole eternamente essere una pietra, e la tigre una tigre. Io dovrei restare in Borges, non in me (se sono qualcuno), ma mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nel laborioso strimpellare di una chitarra. Anni fa ho cercato di liberarmi di lui e sono passato dalle mitologie dei sobborghi ai giochi con il tempo e l’infinito, ma quei giochi sono ora di Borges, e quindi dovrò inventare qualcosa d’altro. Così la mia vita è una fuga e ho perso tutto e tutto è dell’oblio, o dell’altro.
Non so quale dei due scrive questa pagina.

Traduzione di Elena G. Del Pino


Testo originale:

Jorge Luis Borges – Borges y yo

Al otro, a Borges, es a quien le ocurren las cosas. Yo camino por Buenos Aires y me demoro, acaso ya mecánicamente, para mirar el arco de un zaguán y la puerta cancel; de Borges tengo noticias por el correo y veo su nombre en una terna de profesores o en un diccionario biográfico. Me gustan los relojes de arena, los mapas, la tipografía del siglo XVII, las etimologías, el sabor del café y la prosa de Stevenson; el otro comparte esas preferencias, pero de un modo vanidoso que las convierte en atributos de un actor. Sería exagerado afirmar que nuestra relación es hostil; yo vivo, yo me dejo vivir para que Borges pueda tramar su literatura y esa literatura me justifica. Nada me cuesta confesar que ha logrado ciertas páginas válidas, pero esas páginas no me pueden salvar, quizá porque lo bueno ya no es de nadie, ni siquiera del otro, sino del lenguaje o la tradición. Por lo demás, yo estoy destinado a perderme, definitivamente, y sólo algún instante de mí podrá sobrevivir en el otro. Poco a poco voy cediéndole todo, aunque me consta su perversa costumbre de falsear y magnificar. Spinoza entendió que todas las cosas quieren perseverar en su ser; la piedra eternamente quiere ser piedra y el tigre un tigre. Yo he de quedar en Borges, no en mí (si es que alguien soy), pero me reconozco menos en sus libros que en muchos otros o que en el laborioso rasgueo de una guitarra. Hace años yo traté de librarme de él y pasé de las mitologías del arrabal a los juegos con el tiempo y con lo infinito, pero esos juegos son de Borges ahora y tendré que idear otras cosas. Así mi vida es una fuga y todo lo pierdo y todo es del olvido, o del otro.
No sé cuál de los dos escribe esta página.