Addio alle armi

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Già dalle prime scene del film di Frank Borzage è possibile intuire con quanta fedeltà verrà riportato sul grande schermo il romanzo di Ernest Hemingway: la pellicola si apre infatti con un episodio minore del libro, breve ma perfetto simbolo della violenza impietosa della guerra.

A bordo di un’ambulanza che attraversa le montagne, un ferito avverte il conducente che l’uomo accanto a lui sta sanguinando copiosamente. Il veicolo tuttavia non può fermarsi e subire un ritardo: il morente viene quindi lasciato in balia della sorte proprio da chi dovrebbe portarlo verso la salvezza.

Se però nella versione cartacea il protagonista era coinvolto in prima persona, nel ruolo del ferito che avvertiva il guidatore, qui ritroviamo il tenente Frederic Henri seduto al posto del passeggero, in un’altra delle ambulanze che avanzano verso la città.

Giunto all’ospedale, è testimone suo malgrado di un piccolo scandalo, aggiunto nella sceneggiatura hollywoodiana: una delle infermiere viene cacciata dall’ospedale perchè incinta e, per mettere fine ai pettegolezzi delle altre, soltanto una replica con dolcezza: «È la guerra, e lei lo amava». Lo spettatore conosce la protagonista femminile, Catherine Barkley, attraverso questo atto di solidarietà.

Il film sceglie da subito di approfondire la storia d’amore e di lasciare la guerra sullo sfondo, riassumendo il conflitto attraverso poche e brevi scene senza esplicitarne i dettagli: la disfatta di Caporetto, ad esempio, viene suggerita attraverso una sequenza di montaggio confusa e straziante, tra soldati e civili in fuga sotto il bombardamento degli aerei nemici.

La scelta fu dettata non solo dal volere del regista, ma anche dalla censura, che voleva minimizzare il taglio antimilitarista della storia.

D’altra parte anche il rapporto tra Frederic e Catherine risente del peso delle norme hollywoodiane: si indugia sul loro primo incontro, ma vengono ignorate le parti del romanzo in cui i due convivono a tutti gli effetti, pur senza essere una coppia sposata.

Addirittura viene aggiunta una scena riparatrice, in cui il sagrestano amico di Frederic recita per loro una benedizione, rendendo il loro amore meno illegittimo.

Purtroppo l’ottica scelta dal film impone che i personaggi minori, come il sagrestano, il maggiore Rinaldi e l’infermiera Ferguson perdano le loro sfaccettature caratteriali, trasformandosi in semplici aiuti od ostacoli sul cammino della coppia.

Laddove il libro era in grado di tracciare personaggi reali attraverso battute significative e gesti pieni di umanità, la pellicola offre soltanto una stilizzazione semplicistica o, nel caso dei protagonisti, un’iperbolica esaltazione.

Nel romanzo di Hemingway la rappresentazione impietosa dell’assurdità della guerra bilancia perfettamente la felicità della vita di coppia, rubata ai tempi poco propizi e alle convenzioni sociali, ed entrambe sono descritte con la massima semplicità e chiarezza, al solo scopo di apparire vive e reali al lettore.

Ciò non toglie nulla alla bellezza puramente visiva del film: la fotografia di Charles Lang, che per questo film vinse un Oscar, sa trasformare il bianco e nero in una gamma infinita di ombre, che avvolgono i personaggi con offuscata delicatezza.

Sa inoltre mettere in risalto il meglio delle capacità attoriali di entrambi i protagonisti, con primi piani sapientemente dosati e sugggestivi. In particolare Helen Hayes, con i suoi immensi occhi malinconici, riesce a rendere commoventi anche le scene più melodrammatiche, dipingendo una Catherine innocente e affettuosa come quella creata dalla penna di Hemingway, ma molto più fragile.

L’unico punto in cui il film perde completamente credibilità, discostandosi eccessivamente dal libro, è il finale. Ricercando il massimo del dramma, la pellicola sceglie di esasperare la separazione dei due amanti e di moltiplicare le difficoltà affrontate da Catherine dipingendola sola, insicura e spaventata.

La rocambolesca traversata solitaria del lago da parte di Frederic per raggiungerla, il lungo dialogo finale tra i due e il tanto atteso annuncio della pace chiudono il film in un crescendo esasperato di pathos, che a tratti risulta stucchevole o eccessivo.

Senz’altro toccante per il pubblico degli anni Trenta, e perfettamente consono ai canoni del melodramma della Paramount Pictures, in generale però l’adattamento cinematografico non rende giustizia al capolavoro di Hemingway, mostrando con troppa enfasi le profondità del dolore che il libro lasciava solo scorgere, con poche e misurate parole.

Ma raggiunge risultati decisamente superiori a quelli degli altri due adattamenti più famosi, “Addio alle armi” di Charles Vidor e, non accreditato, John Huston (1957) e “Amare per sempre” di Richard Attenborough (1996).

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Silvia Littardi
Silvia Littardi non prende mai decisioni dettate dal senso pratico. Infatti si è iscritta a Lettere Moderne. Ha conseguito una bella laurea triennale e poi una bellissima laurea specialistica in scienze della letteratura, del teatro e del cinema. In generale ha trascorso un quarto di secolo a studiare, passando il tempo libero a divorare libri e fumetti e a guardare tutti i film che poteva. Insomma, non ha ancora combinato nulla di buono, ma è contenta lo stesso, perchè ha avuto la fortuna di poter fare solo quello che le piaceva. Ora la povera ingenuotta spera di poter continuare così per tutta la vita. Forse potrebbe anche rinsavire e incominciare ad affrontare la dura realtà, ma quando si perde d'animo l'umanità la sorprende con risposte gentili e inaspettate. Allora ricomincia a scrivere.

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