Murakami: genio o bluff?

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Haruki Murakami è uno degli autori più celebri e discussi della letteratura contemporanea, ma non mancano le critiche che mettono in discussione il suo status di “grande scrittore”. Pur godendo di un vasto pubblico e di riconoscimenti internazionali, l’autore nipponico è infatti, per molti, un caso di sopravvalutazione critica e commerciale, e ci sono ragioni concrete per sostenere questa posizione.

Innanzitutto, uno dei difetti più evidenti nella scrittura di Murakami è la sua ripetitività tematica e stilistica. I suoi romanzi spesso si muovono in una zona di comfort fatta di personaggi maschili introversi, solitari e alienati, immersi in atmosfere surreali e oniriche, in cui la realtà sfuma nel sogno (senza tante spiegazioni) e la musica jazz fa da sottofondo costante. Se da un lato questo crea un certo fascino, dall’altro limita drammaticamente la sua gamma espressiva e narrativa. Dopo una manciata di romanzi, la sensazione è di aver già letto tutto ciò che lo scrittore può offrire, senza reale evoluzione o crescita stilistica.
In secondo luogo, il suo stile tende a essere semplice fino al banale, quasi sempre piatto e descrittivo, privo di quella profondità linguistica e poetica che distingue i grandi autori. La sua prosa è spesso un mero veicolo per trasmettere storie, ma manca di quell’energia lirica, di quella forza evocativa che caratterizzano la letteratura più intensa e duratura. È una scrittura che tende a scivolare via, facilmente leggibile ma altrettanto facilmente dimenticabile.

Un altro aspetto rilevante riguarda il modo in cui Murakami costruisce i suoi personaggi, in particolare i protagonisti: spesso si tratta di figure piatte e schematiche, senza reale complessità psicologica o sviluppo significativo. Sono archetipi di solitudine e malinconia, ma raramente riescono a farsi davvero vivi o a suscitare empatia profonda. Questo rende le sue storie più simili a esercizi di stile o a scenari evocativi che a veri romanzi di formazione o d’introspezione.
La popolarità di Murakami è inoltre favorita da un certo esotismo “orientalizzante” che attrae il pubblico occidentale: il suo Giappone è spesso una sorta di spazio metafisico vagamente definito, nel quale elementi culturali giapponesi si mescolano a influenze occidentali in modo approssimativo. Questo crea un alone di mistero e fascino che però rischia di essere una costruzione superficiale, più adatta al marketing letterario che a una rappresentazione autentica o profonda.

Nei suoi romanzi, peraltro, le incoerenze narrative e i buchi di trama non sono tanto difetti quanto varchi aperti sul surreale: elementi che sfuggono alla logica per alimentare quell’atmosfera sospesa in cui realtà e sogno si confondono senza mai doversi giustificare. Anche quando certe svolte sembrano arbitrarie o restano inspiegate, Murakami sembra suggerire che il senso profondo della storia non sta nella coerenza lineare degli eventi, ma nell’eco emotiva che ogni frammento, ogni buco, lascia nel lettore. Ma a ben vedere, tutto questo parlare di “varchi sul surreale” e di “eco emotiva” sembra più un raffinato alibi: il classico paravento dietro al quale si maschera una certa pigrizia narrativa, come se l’inspiegabile fosse sempre e comunque poetico, anziché a volte semplicemente raffazzonato.

Infine, la sua fama è alimentata da una strategia editoriale e mediatica molto efficace, che lo ha trasformato in un “brand” globale. La sua immagine di scrittore “cool”, appassionato di musica, maratone e caffè, è stata ampiamente sfruttata per creare un culto intorno alla sua figura, a volte più importante delle qualità letterarie effettive dei suoi testi. Questo fenomeno di “celebrità letteraria” ha contribuito a far passare sotto silenzio gli enormi limiti e le pedisseque banalità presenti nella sua opera.
Murakami, diciamolo, rappresenta più un fenomeno di massa e un prodotto di marketing culturale che un vero gigante della letteratura. I suoi libri, seppur piacevoli e ben confezionati, sono completamente privi della profondità e dell’originalità che contraddistinguono le opere destinate a durare nel tempo. Ma siccome vox populi, vox dei, allora non si può dire male di chi vende milioni di copie. Anche se è solo moda.

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