Orecchie da scrittore: intervista a Mauro Covacich

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Abbiamo incontrato Mauro Covacich, pluripremiato autore triestino, insieme alla sua ultima fatica letteraria Di chi è questo cuore (La Nave di Teseo, 2019), nell’ambito della rassegna letteraria Libri in Movimento, a Nave (BS).
Dopo La città interiore (Premo Campiello e premio Brancati), Mauro Covacich compone una nuova, potente avventura narrativa che ha il coraggio dell’autobiografia più vera. Un romanzo capace di entrare con esattezza nel presente che plasma le nostre vite, poiché Ogni persona ha un dolore e questo dolore è il luogo della verità di questa persona.

Di chi è questo cuore è un romanzo che si inserisce in una tradizione che merita qualche spiegazione da parte dell’autore. Esso ha una forma narrativa che ci mette subito a nostro agio, ma che si differenzia molto dal classico romanzo di finzione che si è affermato nell’Ottocento come forma potentissima di racconto. Nel Novecento la struttura romanzesca ha perso le sue fondamenta e si è dovuta rivalutare: in questo contesto si impone il romanzo di Mauro Covacich. Si costituisce come un mosaico, un crogiuolo, un’architettura perfetta ma dal contenuto in ebollizione; uno scontro fra interiorità ed esteriorità, fra corpi di varia natura: c’è il corpo della città, in questo caso Roma, e c’è il corpo dell’autore-attore, che è uno dei protagonisti e che parla per voce vera. Non credo si possa parlare di auto-fiction, ovvero non credo che questo romanzo si senta a suo agio nella definizione classica di auto-fiction. Non è presente la finzione, anzi si palesa uno scorticamento: siamo gettati in una società mediatica ed edonista, perennemente alla ricerca dell’immagine mediata per mezzo dei social, dei selfie… Qui, attraverso una scrittura sveltiva e vicaria, l’autore si racconta fino in fondo, fin dove ognuno di noi, forse, non ha il coraggio di arrivare.
Mi piacerebbe chiederti del tuo rapporto con Roma. Lo sguardo che imponi sulla città, secondo me, è ben descrivibile attraverso le parole di Adolf Loos presenti in Parole nel vuoto, saggio sull’architettura e sull’urbanistica edito da Adelphi e pubblicato negli anni Settanta: Non si ha idea della quantità di veleno che abili pubblicazioni riversano sulla nostra civiltà urbana, di quanto esse abbiano impedito ogni presa di coscienza [del fatto urbano]. In questo libro c’è anche del veleno, ma ho percepito tantissima autenticità di una città che diventa fatto, in cui i personaggi sono sempre persone.
È difficile per me affrontare questo libro, perché vivo la frustrazione di complicarmi la vita cercando di spiegarlo quando è più facile leggerlo. Tu l’hai introdotto benissimo: credo che la città, più che uno sfondo, sia un vero e proprio personaggio in scena. Vivo da molti anni a Roma, anche se sono di Trieste, e si sa che per i romani, se non sei autoctono, non sarai mai uno di loro; anche grazie a questo presento, perché vivo, diverse “Rome” a partire dal quartiere in cui vivo, che è il Villaggio Olimpico, una zona poco sfarzosa e artistica, al contrario di molti altri quartieri. La città è effettivamente un personaggio, perché va intesa come la comunità umana che vive in un luogo. I latini avevano due termini molto significativi: urbs e cives. Urbs indicava la struttura, le strade, le case, l’urbanistica in generale, mentre con cives si indicava la comunità umana pulsante all’interno dell’urbs; nel mio libro sopraggiunge spesso in scena la città, ma sempre nella forma della comunità umana.
Il mio quartiere vive molte anime, impersonate da molte micro-comunità: un gruppo storico di prostitute trans, gli zingari napoletani e le persone “normali”, se così vogliamo chiamarle. In questo contesto di relazioni vorticose mi inserisco io, senza un istinto filantropico, nel senso che non vado ad intervistarle; ma nella quotidianità, nel vedere le stesse persone tutti i giorni, si instaura un dialogo, anche muto e a distanza; c’è una specie di tensione emotiva nel momento in cui vedi gli altri ma, soprattutto, gli altri vedono te. Sotto questo aspetto, nel libro è importante la relazione con Arcimboldo, un senzatetto. In questo senso la città ha una parte attiva all’interno del romanzo. Poi discuteremo più approfonditamente se sia o meno un romanzo, soprattutto nelle tonalità emotive che l’agglomerato di persone fornisce.
Il libro ha una tonalità spiccatamente melanconica, dovuta principalmente al mio temperamento, che però non fa in modo di concentrarsi solamente sugli “emarginati”. Una delle idee guida del romanzo è sicuramente uno studio su me stesso: è uno dei tanti autoritratti che ho prodotto, è un viaggio introspettivo sulla guida della massima del Tempio di Delfi: “Conosci te stesso”. È un viaggio, per certi aspetti, molto statico, è uno scavo all’interno di me stesso in cui la città è un aspetto fondamentale.

Cristina Muccioli (a sinistra) e Mauro Covacich

Questo personaggio che è la città ha davvero un corpo, che però non è fatto solamente di case, ma è costituito principalmente dalle persone. Mi viene in mente una frase di Margaret Thatcher: parafrqasandola, diceva che la società non esiste, ma esistono solo individui di sesso femminile e maschile. Questa scarnificazione operata dalla Thatcher in prima battuta provoca un moto di ribrezzo; però, se contestualizzata, risulta molto autentica e sintetizza molto bene il sentire comune di quegli anni. Questo egoismo rompe il “noi” che vuole instaurare Mauro Covacich, proprio perché ognuno ha un proprio corpo, i propri gesti, le proprie modalità di relazionarsi con gli altri.
Il corpo della città è fatto anche di organi. Uno tra questi è il fiume che, insieme ai suoi canali fognari, crea il sistema cardiocircolatorio, se vogliamo, della città, e questo libro nasce da un cortocircuito del sistema cardiocircolatorio, non di Roma, ma dell’autore. L’autore-protagonista, a seguito di un ecocardiogramma, scopre di avere dei problemi al cuore e questo lo colpisce molto: ciò che c’è di più intimo in realtà si scopre corpo estraneo che decide da sé; non lo governiamo, le disfunzioni del cuore si avvertono come disfunzioni di un corpo estraneo, si avvertono gli acciacchi ma come se fosse al di fuori di noi, non gestito da noi. Questa dicotomia persona-cuore si riversa nella città, nel corpo della città, sentita propria ma anche molto lontana.
Prima si è parlato della natura di questo romanzo: il messaggio che volevo far passare è che il tuo è a tutti gli effetti un romanzo, ma senza mantenersi in una struttura classica con un inizio e una fine; dà un po’ l’idea di poter continuare all’infinito, come Roma d’altronde, la città che c’era prima di noi e ci sarà per sempre. Vorrei chiederti di parlare un po’ di questi cuori, visti senza essere neanche po’ romantici, completamente senza retorica. Arisitotele diceva che la città è un modo che gli uomini hanno inventato per essere felici senza riuscirci; mi pare che anche tu, in qualche modo, faccia riferimento a una questione di cuore.
Il cuore a cui fa riferimento il titolo è un po’ quello che hai detto tu: è questa cosa che è dentro di noi ma che a un certo punto decide di fermarsi senza consultarti, come se non ci appartenesse. Il cuore viene analizzato sia da un punto di vista sentimentale, quindi nelle relazioni di tutti i giorni, che biologico-scientifico, e infatti parte tutto da questo ecocardiogramma. Ho una lunga carriera sportiva, sono un accanito, ma con risultati mediocri, maratoneta. Purtroppo, a causa dell’anomalia rivelata dal test, ho dovuto interromperla: questo ha costituito un grosso interrogativo fra me e il mio corpo.
Come dicevo prima, oltre all’aspetto biologico compare tutta la questione, trita e ritrita, dei sentimenti, delle passioni umane. È da molto tempo che scrivo di persone e non di personaggi: tutti quelli che incontro nel libro li incontro nella vita reale, quindi anche i sentimenti sono reali; l’identificazione tra pagina e realtà vissuta tendo a spingerla al massimo, con meno filtri possibili. Concordo con te quando docevi che il mio romanzo difficilmente è annoverabile nella auto-fiction. Per chiarezza, l’auto-fiction è quella forma narrativa dove l’autore dà il suo stesso nome al protagonista, che dice “Io” nella storia, e ci sono molte somiglianze tra la vita reale delle persone e quella del personaggio. Il gioco sta nell’ambiguità persona-personaggio: infatti ciò permette di aggiustare, condire, aggiungere situazioni, avvenimenti che all’autore non sono successi ma che nella finzione è possibile che accadano. È un genere che ha prodotto romanzi mirabili: uno scrittore che ammiro molto è Walter Siti, che si inserisce in questa tradizione. Io cerco di fare tutt’altro, cerco di fare in modo che ci sia un’aderenza totale fra me e quello che c’è nel libro, tant’è che lo dichiaro. Il mio intento è quello di avvicinare la mia scrittura all’arte performativa, portare il mio corpo dentro la cornice dell’invenzione letteraria. Dietro tutto ciò c’è un’importante carico di responsabilità: con i miei libri raggiungo anche persone che sono vicino a me, e sono costretto ai vincoli che la realtà mi impone; l’invenzione è prossima allo zero. Apparentemente tale questione è extra-letteraria, o quantomeno non colpisce il lettore in prima persona, invece modifica prepotentemente la comunicazione e quindi il prodotto finale.
È dal 2008 che scrivo così, dal mio libro Prima di sparire; da quel momento ho capito che difficilmente sarei tornato a scrivere romanzi di finzione classici, ho capito che con me funzionava questo tipo di lavoro. Uno scrittore che amo spiega bene una dinamica fondamentale dalla quale traggo molto del mio modo di scrivere: Philippe Forest distingue il reale dalla realtà. La seconda è ciò che conosciamo tutti, sulla quale abbiamo mille informazioni, sia scientifiche che non, ma è l’argomento meno importante: ciò che conta davvero è il reale, è il luogo in cui uno scrittore fa un’esperienza di verità, dove scavare nel proprio io, che si lega ad altri io cercando con molta fatica di costituire un’esperienza condivisa. A me interessa indagare il reale.

La copertina del libro

Questa concretezza del reale, questo tuo voler dire la verità del reale e non della realtà, pone dei limiti che solitamente non consideriamo. Il vero, il reale fa sempre apparire tutti con una veste molto eroica, quasi liberatoria, invece è costretta entro certi vincoli; mi è sembrato di avvertire, lungo tutta la lettura di questo libro, come delle redini che venivano rotte da incursioni corsare, come i momenti di cronaca nera, per esempio quello riguardante la morte di Domenico. Per chi non se lo ricordasse, Domenico è quel ragazzo che è precipitato misteriosamente, le cause non sono ancora state trovate, da un albergo fuori Milano.
Ci sono i fatti, ciò che accade, e poi delle incursioni di persone quasi allucinate; spesso queste persone derivano dal reale interno all’autore, che però non possono essere ridotte al silenzio. Anche questo è un aspetto della verità della narrazione condotta in questo modo, che trasmette anche la fatica da parte dell’autore di scrivere in maniera così schietta. Questa schiettezza si ritrova anche, un esempio tra tanti, in Arcimboldo, che con le sue parole spesso ridicolizza periodi della vita che vengono spesso idealizzati: la purezza dell’infanzia. L’autore-protagonista parla della propria infanzia come un’occasione di sopraffazione del più fragile, come un momento di grande piacere per essere parte del gruppo più forte e maggioritario. Per questo parlavo di scrittura vicaria, perché parla per noi e di noi: tutti abbiamo avuto dei momenti di cui non andare fieri, anche nella purezza dell’infanzia.
Tutto questo vorticoso racconto si instaura in un ambiente ricco di spunti, come i bambini degli zingari di Roma, che vengono descritti con pennellate iperrealistiche, quasi troppo, e che rientrano nella necessità del movimento narrativo tanto da sentirne la mancanza; un esempio è quello dei bambini nella metropolitana, che danno dei sold, con grande sprezzo, a un ragazzo vestito da punk, con le borchie, ma la cosa che più colpisce è questa pretesa superiorità dei bambini zingari che non vogliono essere considerati emarginati proprio perché non si sentono emarginati, per dimostrare ciò sono, loro che danno i cinque euro al ragazzo.
Questa scena è un esempio di come Roma non venga ridotta a mappa: non c’è una cartografia muta, c’è una città completamente popolata di olmi in mezzo ai quali la gente si incontra, si vede, scambia qualche parola, qualche occhiata diffidente, il tutto raccontato in un modo crudo, quasi spietato, che rimanda a una realtà quotidiana comune ma che può essere raccontato solo da uno scrittore. Io credo che ogni volta che ti cade l’occhio su qualcosa, su un avvenimento, immagini già un’opera scritta, fai della tua testa un blocchetto per le note. Secondo me rielabori ciò che percepisci già nella veste di un racconto.
No, in realtà è vero che prima di essere uno scrittore sono un uomo curioso, è vero che presto molta attenzione al mondo che mi circonda, però non so con quale meccanismo le cose che vedo ritornino nella mia scrittura. È certo che questo modo di scrivere mi fornisce molti vincoli da rispettare, ma non so per quale motivo riesco a sentirmi più a mio agio e a lavorare meglio. Per qualche ragione tutti questi limiti da problematica si trasformino in slancio.
Per tornare alla trama del libro, esso si sviluppa all’interno di sei mesi che hanno sia come inizio che come fine un elettrocardiogramma. Il primo è quello che ha decretato la fine della mia carriera da maratoneta, mentre il secondo è un test di controllo. In questo arco di tempo, come si è potuto intuire, racconto la mia vita e tutti gli incontri che faccio. Un esempio che mi è molto caro è legato a mia madre. Ho una madre settantottenne che ha appena scoperto facebook e ne è diventata la regina: all’inizio della storia ha quattrocento amici, alla fine ne ha cinquemila, e questo le ha creato non poche questioni interiori. Tornando allo schema reale-realtà: la realtà è quella del social network con tutto quello che ci gira intorno, che è sotto gli occhi di tutti, il reale è il rapporto che questa donna ha con il social network. Mia madre arriva da una vedovanza di circa trent’anni, è sola, molto introversa, cupa e più melanconica del figlio, e subisce una vera e propria metamorfosi. Questa donna ha riacquisito consapevolezza femminile e adesso, all’età di ottantun anni, nel contesto complicato delle relazioni virtuali è diventata per me un’altra persona. Rispetto a questa situazione non nascondo, e non lo nascondo neanche nel libro, che ho sempre avuto un giudizio negativo. Questo giudizio nei confronti di mia madre è dovuto anche alla mia infanzia. Prima hai fatto riferimento alla mia infanzia, infatti ho fatto parte di un gruppo squadrista: non ne ero il capo, ero un gregario, però avevo quel tipo di forma mentis che ha sicuramente influenzato la mia crescita. Già durante l’adolescenza mi sono completamente allontanato da quel tipo di gruppi; il mio atteggiamento giudicante nei confronti di mia madre è frutto del suo radicale cambiamento da vedova cupa a donna esuberante.
Racconto una scena legata a mia madre. Io vivo a Roma lei a Trieste. Vado da lei, le offro un pranzo in una trattoria e lei si presenta con le unghie pitturate di rosso fuoco. Rimango allibito. Tutto ciò attiene al reale, è qualcosa che soltanto attraverso un duro lavoro riesce a sorgere, ma non potrà mai essere tradotto in statistiche, in sociologia: è una forma di conoscenza diversa.
Sono stato conquistato dalla lettura quando ero ragazzino. Vengo da una famiglia operaria, quindi non legata ai libri, ma per fortuna li ho incontrati. Mi si sono parati davanti come una scoperta incredibile, e sempre non nella forma dell’intrattenimento. Persino un autore come Salgari l’ho sempre interpretato come una forma di conoscenza, e tutti i libri che ho amato sono una forma di conoscenza. Uno dei miei più grandi amori è Franz Kafka. In una lettera scritta a un suo ex compagno di nome Oskar Pollak gli chiede che senso ha leggere un libro se quest’ultimo non ti sveglia come un pugno sul cranio. Io ho sempre letto e scritto libri con questo intento, mi interessa arrivare a questo grado: l’intrattenimento lo lascio ad altre forme di narrazione, come le serie tv, che lo fanno in modo perfetto. A me interessa mostrare come una donna di ottant’anni riscopre la propria femminilità, riscopre la propria relazione con il mondo, ed è mia madre, cosa tutt’altro che indifferente.
Questo è un esempio tra mille. Un altro è quello che riguarda Gianfranco, un mio carissimo amico che ha avuto una lunga relazione con una ragazza la quale, dopo aver comprato casa, l’ha lasciato per andare con un altro. Non è una storia assurda, ne avrete esperienza sicuramente anche voi, però è una storia dal carico emotivo ed esistenziale fortissimo. Ho un altro amico, Alberto, che fa turni di dodici ore al pronto soccorso. Ho sempre pensato che il lavoro più pesante in assoluto fosse il minatore, ma vi assicuro che i suoi racconti quotidiani mi fanno apparire i minatori come dei privilegiati.
Sono tante le strade. Tu hai parlato del ragazzo morto nell’albergo fuori Milano. Il titolo Di chi è questo cuore è legato a questo fatto: muore questo ragazzo e non si capisce se sia stato ammazzato oppure se sia caduto da solo nel cuore della notte. Mi chiama il Corriere della Sera e mi chiede di andare all’albergo della tragedia per poi scrivere qualcosa a riguardo. D’istinto rifiuto. In seguito incomincio a riflettere sulle ragioni della mia risposta: non è un atteggiamento classico quello del Corriere, infatti non sono un inviato o un giornalista, ma non è strano che facciano questo tipo di richieste. È successa una cosa strana: è come se si fosse creato un legame a distanza tra me e la tragedia di Domenic;, sono state toccate certe corde che soltanto fatti eclatanti come questo possono toccare, e tutto ciò mi ha colpito talmente nel profondo che mi sono rifiutato di andare all’albergo. Ho pensato talmente tanto a questa situazione che nel libro c’è una riflessione più approfondita sulle ragioni del mio rifiuto.
Molto tempo dopo sono capitato a Milano e a quel punto ho deciso di andare a vedere l’albergo. Nella stessa occasione sono andato a vedere una mostra alla Fondazione Prede nella quale c’era un’opera di Robert Gober, artista franco-americano prima di allora a me sconosciuto, nella quale c’è un cuore verosimile ma di plastica dentro un tombino di ghisa, e non so per quale motivo mi sono chiesto: “Ma questo cuore di chi è? Mio o del ragazzo?” Questo è stato l’innesco per scrivere il libro. Mi sono ritrovato con questo materiale plastico, questi sei mesi, che aveva bisogno di un innesco per essere tradotto in scrittura.
Alla fine questo cuore, il nostro cuore, di chi è? Non è nostro: si ferma o continua a battere a suo piacimento, e il libro gira attorno a una serie di nessi che rimandano sempre a questa autorità.
Questo mio autoritratto è fatto di cerchi concentrici. Quelli più vicini sono la mia compagna e mia madre, mentre i più lontani sono quelli di sfondo, che però sono parti fondamentali del libro. È fatto così: continui incontri di persone vere che si inseriscono attraverso una performance. Continuo a sottolinearlo non perché lo considero un marchio di qualità, ma perché voglio rimarcare il lavoro del mio corpo e dei corpi che incontro con tutto quello che ne consegue, anche con elementi scabrosi, perché il gioco sta nel rompere il filtro tra realtà e finzione, tra persona e personaggio, tra vita e romanzo.

Anch’io ho visto l’opera di Robert Gober; ne sono rimasta frastornata, ma è stato quasi un sollievo ritrovarla in questo libro, nonostante il disagio che provoca. È raro che uno scrittore abbia un rapporto così intimo con l’arte, soprattutto contemporanea ma anche di altre epoche. Attraverso la mamma che su facebook non pubblica solo foto di cagnolini, ma anche di opere d’arte come i coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck, con dettagli che peraltro pochi sanno: non sono molto noti.
Si parla con grande acume di altri artisti contemporanei, che spesso vengono espunti da qualsiasi forma di narrazione, sopravvivono in specific side di alcune gallerie ma vengono per lo più fraintesi dai fruitori o dai narratori, che ne parlano esplicitamente male. Tu fai riferimento a Sophie Calle e ad artisti che fanno della performance il loro punto di forza; mi sembra che per te la scrittura sia la tua performance corporale: fai della tua scrittura la sede della tua performance corporale.
Come Sophie Calle, che seguiva le persone come in un pedinamento e vede la città secondo una specifica traiettoria che permette il dischiudersi di ragioni che danno senso al’agire, si racconta che l’autore-protagonista segue una donna di età indefinita che corre dietro al mantenimento del proprio aspetto fisico con esattezza calviniana. Con la stessa precisione fai la distinzione tra mangiare e alimentarsi, che sono parole molto diverse ed entrano nella vita di una donna con tutte le pressioni per essere in forma, una forma precostituita, modellizzata; quindi sta attenta alle calorie che ingerisce, si allena, si tiene sotto controllo. C’è una forma di empatia narrativa nei confronti di questa donna.
È giusto ciò che dici: il performatismo è questo mettersi in gioco rischiando e rispondendo in prima persona. L’aneddoto che hai citato è invertito, nel senso che proprio dall’incidente dell’inseguimento di quella donna ho pensato che avrei potuto fare come Sophie Calle.

Torno sulla questione dell’empatia narrativa. Empatia è una delle parole più abusate in questo millennio, nel senso che abbiamo la pretesa che, grazie a questa parola, possiamo metterci effettivamente nei panni degli altri, di soffrire come gli altri e di provare i loro sentimenti. Secondo me tutto ciò è un po’ arrogante: non si può sapere veramente che cosa una persona provi. Questa parola mi è venuta in mente leggendo le pagine del cane incatenato che, tra le altre cose, mi ha davvero colpito e affondato: ti accorgi dell’altro quando ci passi vicino e questo cerca di aggredirti, e questo personaggio risulta essere lo smascheratore dei fingimenti. Durante la notte il tuo personaggio fa dei ragionamenti attorno a questo cane indagandone la natura, e spoglia di tutta la supposta empatia il rapporto che si è instaurato con il cane, sparigliando le carte. Su questo avvicinarsi, accorgersi, immedesimarsi, vorrei sapere se sono semplicemente mie congetture oppure se le condividi.
Questa è una scrittura dove, anche lavorando per compensazione, si va verso la poesia, si cerca di abbandonare la narrazione intesa come storiona con una fabula e si cercano suggestioni spesso inaspettate o spiazzanti, come quella citata da te. Mi viene abbastanza normale guardare le cose da un punto di vista diverso: un semplice prestare ascolto alla realtà circostante. Se mi presti il libro vorrei fare un esempio un pochino più lieve. Ci sono varie parti più leggere dove mi limito ad osservare il mondo circostante. Vi leggo dieci righe e le dedico a Lara[1], che fa la maestra e ha a che fare con i bambini. Con i bambini ho sempre avuto un rapporto molto altalenante: li ho odiati a lungo, ma invecchiando mi sono rammaricato di non averne avuti. Negli ultimi tempi ho prestato molta attenzione alle voci dei bambini: vi leggo dei momenti quasi volatili di voci di bambini che ho carpito nel corso di questi anni:

Bambini 3. Etto mi serve etto mi serve etto mi serve etto mi serve. Detto a diciotto mesi, avanzando fra gli scaffali del supermercato e afferrando ogni genere di prodotto alla sua portata, mentre la madre dietro: “No questo non ti serve, questo nemmeno …”
Bambini 4. Ahò. La prima parola detta. Raccontato dai genitori. Romani.
Bambini 5. Un lago! Detto intorno ai cinque anni, dopo che il padre lo ha messo in piedi sulla balaustra di Ponte Milvio.
Bambini 6. Peeeppa Piiig… Detto facendosi coraggio ma indietreggiando piano di fronte alla gigantesca maschera di gommapiuma che distribuisce volantini. Vista da me e Susanna. Età imprecisata.
Bambini 7. Papà, ma a me piacciono le persone! Detto a quattro anni, mentre il padre la mette a letto dopo averle dato della chiacchierona davanti agli adulti con cui teneva banco in salotto.
Bambini 8. Speriamo che mi vedano. A proposito dei ciclisti, al passaggio del Giro d’Italia, dopo che il padre gli ha detto che arriveranno velocissimi. Intorno ai sei forse sette anni.
Bambini 9. Si può aprirla? Detto alla madre davanti alla tomba di Giuseppe Garibaldi, al termine della visita guidata. Otto anni.

È un esempio del fatto che basta prestare ascolto.

Allora concludo dicendo che non basta prestare ascolto, ma bisogna avere le orecchie da scrittore.



Trascrizione ed editing a cura di Riccardo Crippa.

Riccardo Crippa

Riccardo Crippa è uno studente di filosofia all’università Vita-Salute San Raffaele. I suoi interessi non si fermano alla filosofia, ma sono trasversali a vari ambiti culturali come la letteratura (più prosa che poesia) il cinema e la musica. Collabora con una giovane rivista intitolata Sovrapposizioni.


[1] Lara Gregori, tra i fondatori e organizzatori della rassegna letteraria Libri in Movimento.

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Cristina Muccioli
Cristina Muccioli è nata a Milano nel 1968. Laureata in Filosofia Teoretica, insegna Etica della Comunicazione all’Accademia di Brera, è critico d’arte anche in ambito internazionale. La sua ricerca è focalizzata sugli intrecci tra arte e scienza, antropologia e filosofia. Tra le sue pubblicazioni: “La bellezza possibile”, per la raccolta “Un veleno che cura” (Carocci, 2011), “Le emozioni. Un lieto evento”, per “Il cervello irriverente” (Laterza, 2009 e 2017) e “L’estetica del vero. Le idee e le immagini della verità nella storia dell’arte” (Prospero, 2018). Collabora con la rivista Zona Letteraria (Prospero Editore).

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