Miss Rosselli: intervista a Renzo Paris

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«Era la controra»: Amelia Rosselli, grande poetessa del secondo Novecento, muore per sua scelta l’11 febbraio del 1996, lanciandosi dal terrazzino della propria abitazione in via del Corallo a Roma.

È da pochissimo uscita nelle librerie, proprio a ridosso della tragica ricorrenza, la biografia della poetessa edita per i tipi di Neri Pozza, scaturita dalla penna di Renzo Paris. Paris è poeta e scrittore di origini abruzzesi; nasce a Celano nel 1944 e molto presto si trasferisce coi genitori a Roma, dove studia e costruisce la propria vita entrando in contatto con i maggiori intellettuali del secolo scorso. Alla Rosselli lo legava una sincera amicizia: era stato Dario Bellezza a permetterne l’incontro. Paris scrive: «per me Amelia era una divinità» e racconta la vita travagliata di questa divinità addolorata e in continua fuga tra Londra, Parigi, New York, Firenze, Roma. Inseguita dalla Cia, braccata dagli spiriti dei suoi defunti, lei figlia di Carlo Rosselli, ucciso il 9 giugno 1937 a Bagnole-de-l’Orne, in Francia, ad opera dei fascisti francesi.
Amelia discriminata perché ebrea, Amelia ritenuta pazza, ma Paris sottolinea che non lo era affatto, «era una donna che visse gran parte della sua vita fuori di questo mondo e quando ripiombava nella sua rugosa realtà, soffriva». Paris si muove come sciamanica presenza mostrandoci Amelia dalla risata «sarcastica e brutale»; Melina dagli amori immaginari, impossibili, finiti o che «finivano in furiosi litigi»; la libellula che entrava e usciva dalle cliniche, che subiva elettroshock. Amelia sballottata da un posto all’altro e che non apparteneva a nessun luogo, mescolava le lingue e le suonava in poesia come fossero una. Amelia che non distingueva tra poesia e musica perché lei, musicista e etnomusicologa, le considerava entità inscindibili. La musica era per la Rosselli il tentativo di possedere una lingua internazionale e pacificarsi con tutte le altre che maneggiava in maniera precaria. Amelia che «al dunque» magnetizzava con la sua voce profonda e gli occhi ipnotici, blu, «d’aquila». Amelia sempre più sola negli anni: «la solitudine fu la sua compagna fedele per tutta la vita. Restò sola e straniera anche da adulta».

La copertina del libro, con una foto di Dino Ignani

Paris racconta la Rosselli utilizzando, è lui stesso a dichiararlo, «un linguaggio diaristico, inframezzato da quello saggistico», ci offre una delicata biografia romanzata, una visione magica della donna e della poetessa sempre alla «ricerca di sé stessa», ma anche un lucido rimando alla realtà storica recentissima.
Paris è stato custode di Moravia, Pasolini, ora anche di Miss Rosselli e si chiede, a ragione, «chi mai sarà il testimone del custode». Intanto in questo viaggio terreno e spirituale possiamo imparare molto, e anche che «i poeti non dimenticano».

Lei ha scritto una biografia romanzata, delicata e appassionata. Cosa l’ha spinta a raccontare la vita di Miss Rosselli?
Ho indugiato molto, come per il mio “Pasolini ragazzo a vita”. Come dico nel libro, a Lugo di Romagna, dopo una affollata presentazione del Pasolini, la vidi comparire nella mia stanza con un volto severo e pensai che era venuto il momento di parlare di lei. Ma la sua voce ce l’avevo dentro da sempre.

Amelia Rosselli era considerata pazza; quanto ha pesato questo stato sulla sua poesia?
Non era pazza affatto. Temeva la CIA e i fascisti, pensando alla atroce fine di suo padre. In poesia poi citava senza virgolette i poeti di tutti i tempi, da Omero a oggi.

La vostra amicizia amorosa e sacra, se è corretto definirla così, era tra le poche certezze della Rosselli?
L’amicizia amorosa, non so se anche sacra, durò dal 1965 al 1981, quando ebbi il mio primo figlio. Ci telefonavamo, ma di rado, ci incontravamo però nei convegni poetici. Era diventata amica di miei amici poeti single.

Due ricordi, uno per la Amelia poetessa e uno per la Amelia donna, se è possibile scindere.
Ho cercato soprattutto di raccontare la donna, la sua sofferenza, ma anche sulle poesie nel libro ci sono analisi non convenzionali, soprattutto l’accostamento ai Ching, al rotolo di preghiera cinese, alle sedute spiritiche. Amelia era un medium e anche una sciamana. Era immobile tra gli amici mentre il mondo le ballava attorno. Era una poetessa internazionale, più conosciuta in Francia e in America che da noi. E non era poliglotta. I suoi viaggi tra Francia, Inghilterra, gli States e l’Italia erano dovuti alle minacce dei nazisti e dell’antisemitismo. A Larchmont, un sobborgo di New York, si sentì dire: “ebrea, tornatene a casa!”

Cosa Dario Bellezza non perdonava alla Rosselli?
Dario Bellezza cercava la madre che lei non poteva essere. La cercò anche in Elsa Morante. Non le perdonava di avere fascino anche presso le marchette che le portava in casa. Ma dopo il litigio che raccontò attraverso “Invettive e licenze” tornarono amici, sia pure non proprio come all’inizio, quando Amelia si era forse invaghita di lui.

Perché leggere Amelia Rosselli?
Perché Miss Rosselli è la grande poetessa del secondo Novecento.

Una vita col peso dell’assassinio del padre ad opera dei fascisti, i suoi amori sempre fragili, la quotidianità di spettri, inseguita dalla CIA, perseguitata dalla realtà amara. Cosa mancava ad Amelia?
Le mancava tutto della vita reale. Viveva altrove. Se solo l’avesse avuta avrebbe fatto faville, come dice in una delle sue poesie più belle. Le mancava il mondo, di cui si sentiva vedova. Quando mi guardava vedeva l’invisibile, sprofondata nel mare nero dell’inconscio. Come nelle religioni e nei tanti psicanalisti che aveva frequentato, era stata abituata a considerare il dato reale come incompleto, salvo poi sprofondare del tutto in quella incompletezza.

Descrive sempre lo sguardo e il modo di ridere di Miss Rosselli: pare di averla davanti agli occhi leggendo. C’è una sua poesia che ama più di altre?
Mi sorprende ancora l’attacco di “Variazioni belliche”, che aveva appena pubblicato quando la incontrai. Io le regalai il mio esordio poetico “Scongiuro”, che la sorprese. Ho visto crescere “Documento” sotto i miei occhi, il suo libro più bello. Dopo sentì di aver perso la vocazione. La poesia è pericolosa. Aveva un’idea verticale della poesia, e quell’idea la spinse al suicidio.

Quanto il poeta è sciamano?
I poeti appartengono a una setta sciamanica. Non sono di questo mondo, anche se ci trafficano. Vedono oltre. Non necessariamente devono costruire i personaggi prima di scrivere versi, come capita oggi.  Sono attratti dal mondo invisibile.

Il suo prossimo lavoro? Una nuova biografia, un romanzo, poesie?
Dunque, sto scrivendo un romanzo intitolato “Il picchio rosso”, sto ristampando l’antologia “L’io che brucia” e l’anno prossimo uscirà per la Elliot una mia antologia personale, dove inserisco cinquant’anni di versi.  Può bastare.

Versione integrale dell’intervista uscita in data 1 marzo 2020 su La Città Quotidiano, allegato a Il Resto del Carlino.


Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma dal 1955. Poeta, romanziere e critico, tra le sue opere ricordiamo la raccolta di poesia Album di famiglia e i romanzi: Cani sciolti, La croce tatuata e La vita personale, oltre a La banda Apollinaire e le biografie romanzate dedicate ad Alberto Moravia, Ignazio Silone, Pier Paolo Pasolini. Ha insegnato letteratura francese nelle università di Salerno e di Viterbo. Ha tradotto e curato le poesie di Apollinaire e Corbière per gli Oscar Mondadori. Collabora con Il Manifesto, L’Espresso e Il Venerdì di Repubblica.

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