La poesia non ha bisogno di orpelli: intervista a Umberto Piersanti

0
429

Sin dal titolo, Campi d’ostinato amore (La nave di Teseo, 2020), capiamo di trovarci di fronte a un orizzonte vasto, ampio come sa esserlo la poesia, come sa esserlo la memoria. Sì, perché la poesia di Umberto Piersanti è una poesia che cerca nel ricordo, e il ricordo è immerso in una natura che, leopardianamente, è sia madre che matrigna; nello Zibaldone Leopardi scriveva: «Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l’ordine incomparabile dell’universo. Non si hanno parole sufficienti a commendarlo. Or che ha egli, perch’ei possa dirsi lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante cose che vanno male, quante che camminan bene». Con precisione di dettagli nelle descrizioni di fiori e luoghi, alla pascoliana maniera, Umberto Piersanti ci introduce in un viaggio a ritroso nel tempo, «il passato è una terra remota/ magari non esiste/ non sai dove», per poi tornare alla bruciante attualità della pandemia, ad una «primavera bugiarda». La poesia possiede la magia di superare le dimensioni spazio-temporali, di esistere nel 1945 e su carta allo stesso tempo nel 2020, senza che la forbice degli anni dilati realmente la distanza.
Non intendo dilungarmi in considerazioni sulla poesia di Piersanti, soprattutto per non togliere attenzione alle risposte che gentilmente ha voluto dare alle mie domande. Non è mai facile confrontarsi con il lavoro di grandi scrittori e più spesso, in tali situazioni, ciò che emerge nettamente in seguito alla lettura non è la sensazione di aver capito, ma quella di essere stati capiti, come se fosse il libro ad averci scritto. Ogni grande libro comporta una trasformazione: «e ricerchi ostinato/ se qualcosa/ dietro ogni metamorfosi/ permane».

  1. Quando ha iniziato a scrivere poesia, qual è stato il momento in cui si è reso conto di scrivere poesia? Non mi riferisco ai primi testi, ai primi tentativi, piuttosto al momento in cui ha capito che la poesia sarebbe diventata una strada da percorrere.

Parto dalle prime. Ho cominciato a scrivere molto presto, avevo la mania di fare lo scrittore: alla maestra che mi chiedeva che mestiere volevo fare, rispondevo: «Il Presidente della Repubblica o il grande scrittore». Ricevetti un calcio nel sedere, ma non ci badai, come non badavo alle bacchettate sulle mani di un’altra maestra: ho grande simpatia per lei. Appartengo a un’altra generazione.
In seconda media ho cominciato a scribacchiare: ricordo ancora la prima poesia (cita a memoria, NdR). Avevo anche scritto un poema scopiazzando l’Iliade e Salgari, dove avvenivano molte battaglie.
Al ginnasio scrissi soprattutto racconti. Qui cominciai a pensare di scrivere veramente: al liceo c’era una bacheca dove mettevamo racconti e poesie chiedendo a tutti i professori e agli studenti di leggere. Tra i diciotto e i ventun anni inizia l’idea dello scrivere.
La mia prima pubblicazione avviene nella Tribuna del Salento, perché c’era una signora in pensione, in casa mia, che aveva un uomo, un giornalista attento. Lei dormiva nella stanza che affittavo, lasciavo agli ospiti la stanza luminosa. Ha preso dal cassetto alcune mie poesie e le ha fatte uscire sul giornale; era leccese, io avevo circa ventun anni. Mia sorella, che viveva a Bologna, ne aveva fatte uscire alcune su Il Resto del Carlino. In quegli anni io e alcuni amici avevamo fondato una rivista che si chiamava Ad Libitum. Tra i diciotto e i ventun anni la poesia ha preso il sopravvento; più in là ho scritto anche libri di narrativa. In poesia, però, ho scritto le mie cose più belle, anche se Mario Luzi, lo scrisse sul Venerdì di Repubblica, era molto affezionato a un mio romanzo storico intitolato L’estate dell’altro millennio, pubblicato da Marsilio.

Perché ha preferito la poesia alla narrativa?

Prima di essere due modi di scrivere sono due maniere di percepire le cose in modo diverso. Per raccontare la storia faccio degli accenni in poesia, se voglio raccontare una battaglia ho bisogno di un romanzo, di una scrittura analitica, attenta. Spesso, molto spesso, quando scrivono romanzi, i poeti si attardano in lunghe poesie. Ma non sempre è vero: ad esempio Pasternak è un grande poeta ma ha scritto un romanzo, Il Dottor Zivago, celebre in tutto il mondo. Da noi Pasolini ha alternato poesia e narrativa, anche un po’ Volponi, ma in lui predomina la narrativa. Ci sono altre occasioni in cui le divisioni non sono così nette, in cui gli scrittori scrivono anche poesie, ad esempio Bassani. Sono due modi diversi in cui affrontare il reale che ci circonda, con uno sguardo diverso; questo rende difficile essere abili nei due ambiti. Anche Pavese ha lasciato delle poesie importanti.
Però a volte c’è il pregiudizio, per cui se la critica ti investe come poeta dà molta meno importanza all’opera narrativa. È un pregiudizio che c’è sempre stato, ma oggi di più, perché mi pare che le due cose siano nettamente divise. Molti poeti noti si sono cimentati con la narrativa: Cucchi, Conte e altri, e non con risultati eccellenti. Mediamente è difficile riuscire bene in tutto, ma nulla osta. Però posso anche dirti che, quando mi metto a scrivere narrativa, lo sguardo del poeta resta. Proust nei romanzi spessissimo ha un atteggiamento lirico. Nei romanzi odierni capita sempre meno, perché domina il genere, ad esempio il giallo. Negli anni Sessanta avevamo Moravia, Cassola, Calvino…

  1. Dall’alto della sua esperienza, temporale e intellettuale, può indicarci un aspetto della poesia contemporanea da salvare e uno da cestinare?

Da cestinare, se non tutto, molta della tradizione neoavanguardista, che ormai si ripete. La poesia non è pittura, la parola rimane parola, non può diventare segno. Intendo lo sperimentalismo della parola, della sillaba frammentata: c’è tutta una tensione sperimentale ad oltranza che non rende più la parola la parte principale della poesia. Accanto a questo c’è da cestinare l’imitazione. Milo De Angelis è molto bravo, ma molti scrivono alla De Angelis. Trovo che ci sia una poesia ripetitiva, piena di citazioni e che si legga poca poesia italiana e molta poesia tradotta.

Sono poco coraggiosi i poeti contemporanei che prendono come riferimento i maestri e non investono nella propria voce?

Non sempre è così, a volte ammettono di non avere maestri; quando hanno maestri magari sono ripetitivi. I maestri sono quelli che hanno più peso, o che dirigono riviste, collane. Molti poeti non cercano maestri ma padri protettori.

E cosa salviamo?

Il coraggio di raccontarsi: non ci sono tabù, ci si racconta per quello che si è. È una poesia che non ha bisogno di orpelli pseudo-letterari. Mi sembra che l’autenticità sia un elemento importante. Però, per me, è venuta meno un’attenzione al canto. Troppo spesso il verso è andare a capo senza criterio; la poesia deve sempre avere un ritmo, magari più franto ma sempre un ritmo. Caproni diceva che la poesia non è musicale, è musica. Forse questo capita perché sono molto poco legati alla tradizione italiana. Infatti i giovani, se citano qualcuno, in genere citano uno straniero; quando, invece, citano un autore italiano, dev’essere qualcuno che ha molto peso dal punto di vista editoriale o altro. Purtroppo anche i direttori di collana non aiutano, con la loro politica amicale e arbitraria.

  1. Suo figlio Jacopo è al centro della sua poesia, e in Campi di ostinato amore occupa un’intera sezione. Le va di raccontarci che cosa vuol dire essere padre e poeta, com’è essere padre di Jacopo in questa società iperattiva?

Sono vissuto per molti anni lontano da Jacopo: io e Annie avevamo divorziato e poi siamo tornati assieme. Non si può lasciare un figlio autistico che, come ho scritto, inchioda i miei giorni alla tua vicenda… non è semplice. Ho avuto due fasi. Un tempo, quando ero lontano da Jacopo, lo andavo a prendere, lo portavo in giro e lo vivevo come vivo i miei antenati, quasi in mondo lontano, magico, distanziato. Era l’elfo con la cuffia che nuotava nel fondo della piscina: non aveva paura, risaliva solo quando non respirava. Ora ci vivo, una vita quotidiana, e la fatica è diversa, meno “poetica” e più concreta. È più dura per Annie che per me: lei nutre un amore totale e Jacopo è più legato a lei. A me forse era più legato quando mi vedeva meno. In un primo tempo non volevo parlarne. Una volta ero al Costanzo Show tra il pubblico, ero andato con l’ex Ministro Guidi. Mi chiamò sul palco ma non salii, mi sembrava quasi di approfittare.
Jacopo vuole dire, adesso, concretezza, ma ogni tanto lo rivivo nella poesia. Mi ha contrassegnato la vita. La più bella poesia che gli ho dedicato sta Nel tempo che precede (Einaudi, 2002): si intitola La giostra. In varie mie raccolte ho parlato di Jacopo, e in particolare in Campi d’ostinato amore gli ho dedicato una sezione. Jacopo è un figlio, un figlio autistico, non può non essere un elemento di fondo della vita e della scrittura. Si scrive di ciò che ci coinvolge e ci appartiene. Però Jacopo non mi ha distolto anche dall’amore per la patria poetica, per le memorie, i campi… è un elemento che si è aggiunto e non un elemento che ha sostituito; infatti nella poesia Campi d’ostinato amore gli elementi s’intrecciano, quando posso immetto Jacopo nella natura, spesso ne ho fatto un personaggio mitico, oggi meno.

  1. Campi d’ostinato amore è un titolo straordinario, è tratto dai suoi versi presenti nella raccolta; perché proprio questo titolo, è stata una sua scelta?

Ero incerto tra questo, Terra di memorie e un altro. Molto merito di questo titolo va ad Annie, che ha insistito.

  1. Abbiamo attraversato un anno complicato per molti aspetti: la pandemia ci ha confinati in casa. Lei è riuscito a scrivere? Con questo vorrei sapere se dobbiamo attenderci in futuro nuove pubblicazioni.

Mi hanno interpellato in tanti a scrivere sul tema, ma io non ho abitudine di scrivere a tema. In Campi d’ostinato amore ci sono poesie legate al periodo del Covid, ne ho scritto quando il momento mi è entrato addosso. Adesso penso di scrivere ricordando un amore dei vent’anni, torno alla memoria. Come hai visto per me la memoria è fondamentale. Io non sono un poeta che si proietta nel futuro, ma sai… sono marchigiano e abbiamo avuto il più grande poeta della memoria, Giacomo Leopardi.
La memoria, per me, non ti so dire se è un conforto, ma è una necessità. Anche gli amori penso che abbiano un’eternità: l’eternità è quella che fissi nella memoria, e attraverso la memoria ottieni la pace. Questa idea che la memoria coglie e ferma le cose mi viene spesso. Nelle mie poesie non c’è nulla di neorealista: anche se racconto un mondo contadino, sono lontano dal mondo tipicamente meridionale, come era per Rocco Scotellaro o altri. La memoria in me trasforma le cose, le fa diventare momenti di una vita quasi fantastica. In particolare l’età che subisce la più profonda trasfigurazione è l’infanzia.
Io considero che il poeta racconti il mondo anche più di uno storico, ma in un altro modo: ne coglie lo spirito, il modo di percepire e vivere il reale. Sono necessari tempi di verità esistenziali, di totalità. Questa è stata la spinta che ha contrassegnato tutta la mia vita.


Scelta di poesie da Campi d’ostinato amore, La nave di Teseo, 2020:

Campi d’ostinato amore
Altrove

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *