Giorgio Olivari – La reliquia

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La cittadina ai piedi delle Alpi era attraversata da un tremito. L’anniversario della battaglia che aveva reso orgoglioso ogni abitante della valle si avvicinava. Il corpo del santo anacoreta, in quell’epoca lontana, era stato strappato alle mani rapaci della prelatura e trasferito in paese. Da allora, Costanzo, divenne il nome di cui si fregiavano i rampolli di nobile casato. Se il venerabile monaco avesse immaginato di diventar ragione per una rivolta armata, avrebbe sicuramente rinunciato alla morte; oppure avrebbe preteso che i resti del suo corpo disseccato fossero dispersi in una fossa comune. Proprio lui che, dopo esser stato soldato di ventura e aver portato il dolore nel mondo, aveva ripudiato la guerra.
Come allora, il borgo era in fermento. La reliquia sarebbe stata traslata nella chiesa parrocchiale di lì a pochi giorni, durante una solenne cerimonia.

In realtà nessuno serbava memoria dell’evento fino a poche settimane prima, quando l’ultraottantenne sacrista aveva iniziato a deliziare gli avventori dei bar con la sua preziosa testimonianza. Battista, dall’alto del suo metro e ottantotto, andava dicendo mirabilie del sant’uomo; ammiccando e lisciandosi continuamente le maniche della giacca frusta, riportava aneddoti sempre più coloriti e meno verosimili. Il malfermo e mai sobrio sacrestano si spinse fino a millantare la propria presenza al primo centenario dell’evento, nonostante la sua età anagrafica fosse in palese contrasto col dato, indubbio, che chiama secolo la somma di cent’anni.
«Alla sfarzosa manifestazione», ripeteva scolando un bicchiere dopo l’altro il contastorie, «erano seguiti anni di vacche grasse, propiziati dalla riconoscenza del selvatico defunto».
Non si parlava d’altro nelle botteghe e nelle osterie del centro: come cento anni prima l’eremita, o meglio le sue spoglie, sarebbero state deposte con tutti gli onori sull’altare a lui dedicato.

Il parroco aveva esortato la comunità, tuonando dal pulpito, a far risplendere gli antichi fasti della tradizione religiosa, e una nuova crociata secolare fu avviata.
La sfida per rendere memorabile la cerimonia aveva attirato da subito una schiera di contendenti. Le contrade presero a parare a festa le strade per renderle degne al passaggio delle reliquie. La compagnia teatrale, che portava il nome del santo, propose una rappresentazione scenica della schermaglia per la riconquista dei sacri frammenti.
La radio locale, pronta alla copertura totale dell’evento con una ventiquattrore non stop, lanciò anche un nuovo programma dal titolo: “Aspettando il santo”.
La circostanza era balzata all’ordine del giorno sia nel consiglio comunale che in quello parrocchiale.

La giunta municipale, zeppa di cattocomunisti, aveva perduto il suffisso a favore di nuovo slancio paleocristiano; la lega, da sempre all’opposizione, aveva deposto temporaneamente le armi, spiazzata dal richiamo alle radici medioevali. Si rompeva così la santa alleanza apparsa fino a quel momento indissolubile fra i padani e la “domo libertate” che governava con cieca oculatezza la nazione.

*     *     *

«La cerimonia dovrà essere rimandata!», esordì il curato dopo aver raggiunto il consiglio parrocchiale riunito per gli ultimi preparativi. Il vociare dell’assemblea si esaurì all’istante, mentre l’affermazione spingeva il parroco sul baratro dell’arresto cardiaco.
«Stai scherzando, vero?», riuscì a balbettare con un colorito quaresimale.
«Non è uno scherzo, don Dino. Stamane sono entrato nel battistero per disporre i paramenti sacri e, al posto delle ossa, la teca conteneva questo foglio», replicò il giovane porgendo il comunicato.

Camillo, il membro più anziano del consiglio, gli prese il messaggio di mano: «Preparate duecentomila euro se volete rivedere gli ossi», lesse. «Non avvisate la polizia e tutto filerà liscio. Vi faremo sapere dove e quando portare il denaro. Dio ve ne renderà merito!». Camillo, dalla fama di saggio professore, non poté fare a meno di notare che il messaggio era stato redatto con ritagli di “Famiglia Cristiana”.

L’uomo santo che, rinnegate le armi, si era ritirato sul monte a un passo da Dio, si trovava di nuovo al centro di un conflitto. Si era inutilmente illuso di passare inosservato ai più, magari presente nelle preghiere di chi saliva con fatica all’eremo da lui eretto.
Il consiglio era di fronte a un dilemma: avvertire le autorità e perdere l’occasione di una celebrazione così solenne, o pagare il riscatto per riavere la reliquia? L’arciprete, preso dallo sconforto, sembrava quasi dispiaciuto di essere scampato all’infarto, come se la morte avesse potuto migliorare la situazione.

Camillo prese la parola: «Credo che la cosa migliore sia trovare il denaro, senza però rinunciare a smascherare i colpevoli, se ce ne fosse l’opportunità», sentenziò rivolto all’assemblea.
«Già!», rispose Eridano, seduto alla scrivania del parroco, dove ricopriva funzione di segretario. «Ma come pensa di trovare i soldi in poche ore e addirittura catturare i colpevoli?».
«Onestamente lo ignoro. Però mi sembra una buona idea», replicò il saggio grattandosi l’incipiente calvizie. Il muggito dei presenti si levò alto quasi a voler schiaffeggiare il professore mentre Adriano, il coordinatore del centro di ascolto, si alzò puntando il dito verso il segretario della riunione.

«Lei», disse rivolto al grassoccio e attempato factotum, «lei non è un carabiniere?», e gli si piazzava davanti continuando a brandire l’indice.
«Maresciallo in pensione. Prego», rispose Eridano guardandolo da sopra le lenti da presbite.
«Non ha qualche idea per risolvere la questione?», continuò il giovane tornando al proprio posto.
«Beh, potremmo chiedere i soldi al vescovado», esclamò l’ex dell’arma ora al centro dell’attenzione.
«Non mi riferivo ai soldi, pensavo piuttosto a come incastrare i rapitori».
«Ah. Per quello non saprei. Forse potrei contattare un vecchio commilitone, un colonnello, ma ci vorrebbe qualche giorno. Non so».
Il brusio riprese vigore. La canonica era in preda all’anarchia: i membri della commissione per la liturgia discutevano in un angolo sui risvolti drammatici della vicenda. Mentre Adriano cercava inutilmente di riportare la calma, il parroco sciolse l’adunata in attesa di aggiornamenti.

«Mi raccomando, non parlatene con anima viva», ribadì trattenendo il coordinatore, l’ex carabiniere e il membro anziano per presunte questioni di bilancio.
«Grazie a tutti. Ci vediamo stasera». Poi vedendo comparire la perpetua sull’uscio le chiese: «Per favore, Felicita, quando hai un attimo ci prepareresti un caffè?». La segaligna badante si allontanò dopo un cenno di assenso.
«Rimediare i soldi non sarà un grosso problema», proferì don Dino ora che la confusione era stata allontanata. «Ho un anonimo benefattore che ha promesso una cifra considerevole da destinare al restauro della chiesa».
«Potremmo utilizzarla per pagare il riscatto?», si inserì Camillo.
«Credo di sì. Dovremo posticipare il restauro, ma tant’è. Francamente non capisco chi può avere avuto il coraggio di rubare una reliquia così importante».
«Scusate un momento; chiamo subito il filantropo», disse don Dino uscendo con il telefono cellulare in mano.

Camillo prese il comando del manipolo: «Certo che rovinare un momento così ricco di fervore, di ritorno alle tradizioni, di riavvicinamento della comunità ai propri padri…».
«Potrebbe essere stato un gruppo islamico», lo interruppe l’ex carabiniere.
«E perché non qualche ragazzaccio dei gruppi extra parrocchiali, allora? O magari un testimone di Geova?», intervenne Claudio con velata ironia.
«Del resto», riprese la parola Camillo il saggio, «le ossa hanno un grande valore simbolico oltre che emotivo, ma nessun valore artistico; ormai non son buone nemmeno per il brodo». La serietà dell’esclamazione non lasciava dubbi sulle qualità cerebrali del professore.

In quel momento si riaprì l’uscio e il don tornò alla scrivania, mentre l’aroma di caffè si spandeva nella stanza, seguito un attimo dopo dalla domestica col vassoio. Sul volto dei presenti lo sconforto era palese e il profumo aleggiava nell’aria mescolato alla domanda: come battere i rapitori?
«Scusate se mi intrometto ma»,  disse servendo il caffè la perpetua, «se veramente volete scoprire i colpevoli, perché non piazzate delle telecamere nel luogo dell’appuntamento?».
La donna, appassionata di tv spazzatura, vantava una pregevole militanza nella visione di programmi come “Chi l’ha visto?” e “Blu notte”, oltre a non perdersi le puntate di “RIS” divenuto per lei un telefilm di culto.

L’ex maresciallo era interdetto: perché non ci aveva pensato lui? Evidentemente seccato non era disposto a dargliela vinta: «Brava. Dove le collochiamo delle telecamere se non sappiamo dov’è l’appuntamento? E dove le troviamo poi, delle telecamere?», replicò risentito.

«Mio nipote Marco è un fanatico di elettronica e acquista ogni aggeggio digitale appena uscito sul mercato», rispose per nulla intimorita. «Si potrebbe mettere una microcamera nella borsa del riscatto, per vedere il volto dei rapitori, e anche un rilevatore GPS per seguire il malloppo a distanza». Niente male per una zitella stagionata.
Don Dino centellinò il caffè, visibilmente soddisfatto. Non era la prima volta che la tanto criticata chiacchierona dipanava i casi nebulosi della galassia parrocchiale.
La cupola riunita in conclave accusò il colpo.
«Potresti chiamare questo tuo nipote», chiese gentilmente il parroco, «e pregarlo di raggiungerci?».

«Certo. Oggi è giovedì, e non frequenta le lezioni all’università. Dovrebbe essere in paese. Vado subito a telefonare». Raccolse le tazzine e lasciò l’ufficio.
Dopo una mezz’ora il tecnologico nipote era in canonica, alle prese con il quartetto.

*     *     *

Marco si era presentato con jeans scavallati e una maglietta aerografata da graffitaro, capelli a spazzola e anello al naso. Eridano, l’ex maresciallo, era scattato nel vedere il giovane, preoccupato per l’abbondanza di tatuaggi che ricoprivano le sue braccia.
«Devi capire l’importanza dell’operazione e come tutto, dico tutto, debba essere coperto dal massimo riserbo», ripeté per la terza volta in due minuti.
«Non c’è problema: la zia mi ha spiegato. Massima segretezza». Poi aggiunse, facendo l’occhiolino: «Casomai, a operazione avvenuta, venderò l’esclusiva a qualche rotocalco o al giornale locale. Vi immaginate i titoli? “Tecnologia in paradiso! Camera car dalla tomba!” Un vero scoop!».

«Stai scherzando, vero?», chiese il parroco con le pulsazioni subito fuori controllo.
«Ma certo che scherzo!».
Il piano venne studiato nei minimi dettagli, sicché quando il curato entrò con le istruzioni per lo scambio, l’atmosfera si era un poco allentata.
«Ecco il nuovo comunicato», disse don Elio poggiando sulla scrivania la busta, con il fiato in gola per la corsa, «non l’ho ancora letto».

Il ritaglio incollato sul fronte era tratto dalla testata “L’Osservatore Romano”; la prima parte, per la precisione: “L’Oss”.
«Portate la valigetta coi soldi all’ex acciaieria alle 23 di stasera», lesse Camillo. «Non fate scherzi o gli ossi finiscono nel canale. Sarete sorvegliati!».
«I brandelli usati provengono da “Avvenire”», fece notare l’ex carabiniere con un certo disappunto, dopo aver preso la lettera dalle mani del professore.
«Come hai ricevuto la busta?», chiese il parroco, curioso.
«Un vucumprà è venuto in oratorio e me l’ha consegnata poco fa».

«Un islamico! Vedete che avevo ragione?», intervenne Eridano, oramai richiamato in servizio attivo dagli eventi. «Me lo sentivo! L’hai trattenuto in qualche modo?».
«Sì, certo. L’ho trattenuto giusto il tempo di offrirgli un panino. La persona da cui aveva ricevuto la consegna gli aveva garantito che, per ringraziarlo, gli avrei dato da mangiare. Ho cercato di scoprire dall’ambulante chi fosse, ma non l’aveva visto in viso. Era in macchina, al buio e con un cappello. L’affamato, fra un boccone e l’altro, mi ha detto solo che era un maschio».

«Pazienza», riprese il prevosto, «scopriremo i colpevoli grazie al nostro piano. C’è un volontario per la consegna del riscatto?».
Un silenzio imbarazzante scese nella stanza.
«Io devo controllare le apparecchiature e seguire le immagini dalla telecamera», asserì Marco, «altrimenti ci andrei volentieri».

«Giusto!», replicò l’ex maresciallo. «E io devo rimanerti vicino, per contattare eventualmente le forze dell’ordine o, all’occorrenza, predisporre i soccorsi».
«Ovviamente io non posso essere della partita», si inserì don Dino. «Devo riunire il Consiglio per far presente che stiamo risolvendo la situazione, e coordinare i preparativi per la cerimonia di domani. Se il professore potesse aiutarmi nel delicato compito, sarei più tranquillo».
Il coordinatore dei centri di ascolto guardò il curato con l’aria di chi ha tirato la pagliuzza più corta.
Il giovane prete, mosso a compassione e rinforzato dall’irruenza dell’età, disse: «Io porterò la borsa coi soldi ma tu, Adriano, dovrai darmi una mano guidando l’automobile e coprendomi le spalle».

*     *     *

Un lampione vicino all’ingresso, nella zona di pesatura, stracciava il buio del piazzale. Le vetrate, risparmiate negli anni dell’occupazione operaia, non erano sopravvissute al vandalismo degli anni seguenti quando, dopo lo smantellamento, tossici e spacciatori avevano regnato nel quartiere. L’auto entrò a passo d’uomo nel parcheggio, lasciandosi alle spalle l’area illuminata. La borsa col riscatto era sul sedile posteriore; sul cruscotto era appoggiato il cellulare acceso di don Elio con il led verde intermittente.
«Avanzare piano», ordinò la voce dell’ex maresciallo dall’altoparlante. «Tenete gli occhi bene aperti».

Prima che la macchina fosse in fondo allo spiazzo, un potente fascio luminoso la investì, obbligando Adriano a fermarsi abbagliato.
«Uscite fuori con le mani alzate!», risuonò una voce metallica. «Avanzate lentamente fino all’argine del canale. Molto lentamente!».
Nella canonica regnava il massimo silenzio: quell’ordine, quella voce fredda, avevano raggelato il gruppo pigiato davanti al computer. Il parroco si torceva le mani mentre sul video lampeggiava una luce rossa. La perpetua stringeva un rosario; Camillo sudava senza ritegno, riempiendo gli attimi col suo respiro asmatico.
«Dove sono i soldi?», riprese la voce attutita fuori campo.
«Sul sedile posteriore», balbettò il giovane prete rivolto oltre l’alveo del naviglio.
Al suo fianco il fantasma del coordinatore tremava, vinto dallo sforzo di tendere le braccia verso l’alto.
«Rimanete immobili, mentre effettuiamo lo scambio. Siete sotto tiro». Rumore di passi, la portiera che si apre, la borsa che sfrega sul sedile e in quel mentre…
«Cazzo. Un telefono! C’è un telefono acceso in macchina. Bastardi!». La comunicazione cadde.

Nella canonica tutti gli sguardi conversero sull’ex carabiniere. Lui, il genio che aveva insistito perché si  tenesse il cellulare acceso, il responsabile del disastro.
«Te l’avevo detto!», sibilò Camillo, isterico.
Le nocche delle mani di Felicita erano ceree per lo sforzo di stringere la corona del rosario; il tempo sembrava cristallizzato su quella preghiera muta, tante volte mandata a memoria.
«Guardate!», urlò il nipote della domestica. «Il puntino è in movimento: se ne vanno con i soldi!».
«Richiama. Prova a chiamare il numero, ti prego», si scosse la donna. «Non può essere successo veramente. Non possono avergli fatto del male!».
Il numero venne composto freneticamente da Marco. «Il numero digitato è inesistente».
Ad un nuovo tentativo, compiuto con più calma, rispose la segreteria telefonica. Al terzo un altro messaggio pre-registrato: «Il terminale potrebbe essere spento o non raggiungibile».
Il pensionato dell’Arma sembrava scolpito nel basalto: la situazione era ormai precipitata. Avvisare i carabinieri soltanto ora equivaleva a una figura di merda senza precedenti. Ma sembrava ormai la sola cosa sensata da fare.
«Chiamo il centododici», farfugliò mentre il rumore di una macchina che si fermava sgommando davanti alla canonica sovrastava la sua voce.
Don Elio si materializzò sulla porta, ansimante ma vivo.
«Stiamo tutti bene! Tranquilli. Hanno sfasciato il telefono ma non ci hanno fatto alcun male».
«E il nostro venerabile? Avete recuperato la reliquia?», lo accolse il parroco con voce rotta dall’emozione.
«Sì. Ce l’hanno restituita. È fuori in macchina, con Adriano».
«E in che condizioni si trova? È in buono stato?».
«È sotto shock. Non riesce ancora a abbassare le braccia da sopra la testa, ma penso si riprenderà presto».
«Non parlavo del coordinatore. Intendevo la reliquia, i santi frammenti».
«Le ossa stanno bene. Un po’ sottosopra per aver viaggiato in una scatola di cartone, ma non sembra  abbiano sofferto».
«Si fermano! Si sono fermati vicino al parco urbano!», intervenne Marco incollato al video.
Il rilevatore lampeggiava davanti all’ingresso dei giardini pubblici. Tutti si assieparono alla scrivania. Le immagini della telecamera, fino ad allora un buco nero, iniziarono a palpitare fino a esplodere in una palla di luce.
«Hanno aperto la borsa. Guardate! Riuscite a vedere qualcosa? A riconoscere qualcuno?».
L’autofocus si regolò pian piano, avanti e indietro, fino a distanza ravvicinata. Una faccia riempì l’inquadratura con un effetto acquario. La nitidezza aumentò fino a mettere a fuoco un viso. «Il presidente? No! Non è possibile!», sbottò il professore. «Il presidente del consiglio, un ladro di reliquie?».
«Ci hanno preso per i fondelli. Si tratta di una maschera», biascicò don Dino, stordito dalla successione degli eventi. «Uno scherzo. Uno stupido scherzo di carnevale».
La faccia del presidente, che arraffava il malloppo a due mani fu l’ultima immagine sulla registrazione video. Il segnale del rilevatore continuava a lampeggiare, immobile, nella zona del parco. La borsa venne rinvenuta sull’erba. Vuota.

*     *     *

La cerimonia iniziò in perfetto orario. La polizia municipale apriva il corteo che, lentamente, prendeva la direzione della parrocchiale. La bara di vetro era circondata da decine di figuranti in costume d’epoca, reclutati appositamente per la commemorazione. Duecento anni e un paio di terremoti si erano resi necessari per far scrostare l’oro dai profili della bara con vista; in pochi giorni tutto era tornato più splendente di prima, grazie all’intervento dell’assessore alla cultura e alla sovrintendenza alle belle arti. Le autorità seguivano il catafalco con passo solenne mentre i fedeli e i curiosi chiudevano numerosi la sfilata. Il complesso bandistico cittadino, che aveva da giorni proclamato lo stato di “prove ad oltranza”, accompagnava degnamente la processione.
La corale, dopo aver inserito in repertorio una nuova messa cantata, attendeva in chiesa, pronta alla sfida di note con la banda, a un altro santo intitolata.
Le Scritture vennero pronunziate con voce tenorile da un attore professionista, prima che don Dino rievocasse con fervore le gesta del santo cenobita.
Il primo cittadino, con fascia regolamentare, venne invitato ad accendere la lingua di fuoco commemorativa. Proprio lui, infatti, aveva prospettato in consiglio comunale la posa di un cippo votivo a fianco dell’altare, a rischiarare i sacri resti. Pazzesco! Si era trovato, incredulo, davanti all’unica mozione approvata all’unanimità nel suo lungo e tribolato mandato. La lega poi, aveva addirittura preteso di mettere a verbale che l’olio per la fiamma perenne fosse a carico dei contribuenti, nei secoli dei secoli.
Prima della preghiera finale il parroco diede la parola al più rappresentativo dei compaesani emigrati. Monsignor Angelo infatti aveva scelto di votarsi ai popoli del terzo mondo.
«Cari fratelli», attaccò il vescovo nel suo arrugginito italiano, «sono fiero di essere qui, oggi, per festeggiare questo pregiato anniversario. È a nome della nostra diocesi africana che ringrazio voi, il vostro pastore e il gruppo missionario parrocchiale per l’invito, e ancor di più per il prezioso regalo che avete voluto farci. Il vostro dono è segno della santità di questo nostro antenato che, vissuto in povertà, ancora infonde nell’uomo moderno slanci di generosità verso gli ultimi, i lontani, i più bisognosi».
La messa terminò con la benedizione, cui seguì un applauso generale e un canto della madonna, mentre il piccolo clero e i celebranti riparavano in sacrestia.
«Grazie, ma non era necessario, monsignore, questo pubblico ringraziamento», si schermì con un sorriso imbarazzato don Dino, togliendosi la veste.
«Ma scherziamo? Era il minimo che potessi fare, dopo il vostro atto di generosità», fece di rimando il missionario. «Non ho potuto fare a meno di violare la richiesta di riservatezza della vostra lettera. La mia coscienza non me l’avrebbe mai perdonato».
«Lettera? Quale lettera? Le ho telefonato personalmente per invitarla alla cerimonia; non le ho mai scritto».
«Via, non faccia lo spiritoso, don Dino. Capisco la modestia, ma non esageri. Parlo del biglietto che mi ha fatto recapitare stamattina». Don Angelo porse una busta al povero parroco che, nel vederla, sentì le gambe cedere e dovette scivolare a sedere su una panca. La testata del “Piccolo missionario” era appiccicata al frontespizio. All’interno poche righe in corsivo:

“Caro vescovo,

la nostra comunità è orgogliosa di farle avere questi duecentomila euro, frutto della generosità dei fedeli. La raccolta di questi fondi è stata facilitata da diverse testate giornalistiche dell’area cattolica, dalla fattiva collaborazione del consiglio pastorale e da alcuni volontari anonimi. La preghiamo di voler mantenere il riserbo sui donatori, visto che fra loro ci sono persone di spicco della politica, che mai approfitterebbero della  pubblicità gratuita legata a un gesto di carità. Con la speranza che il suo ritorno in terra d’Africa sia segno della nostra vicinanza ai più deboli, la abbracciamo riconoscenti”.

Il parroco
Il consiglio pastorale
Il gruppo anonimo missionario.

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Giorgio Olivari
Giorgio Olivari è nato a Brescia nel giugno del 1964. Ha effettuato studi tecnici e svolge una professione legata all’industrial design e allo sviluppo di progetti. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre casualmente la scrittura. Uno scherzo della vita: l’iscrizione quasi per gioco a un corso di scrittura. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne e diventa racconto, storie e pensieri, alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in “Pretesti Sensibili” nel 2008. La prima raccolta di racconti brevi, “Futili Emotivi”, è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010, come premio per il primo posto al concorso Praeder Willi 2009.