Kate Chopin – Il temporale

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I
Le foglie erano talmente immobili che persino Bibi pensò che stava per mettersi a piovere. Bobinôt, abituato a conversare col figlioletto in condizioni di perfetta parità, richiamò l’attenzione del bambino su alcune nubi cupe che stavano rotolando da ovest con intenzioni sinistre, accompagnate da un rimbombo fosco e spaventoso.
Si trovavano nel negozio di Friedheimer e decisero di rimanervi finché il temporale non fosse passato. Si sedettero all’interno accanto alla porta, su due barili vuoti. Bibi aveva quattro anni e sembrava molto saggio.
«Mamma si ‘ppaventelà sai», suggerì battendo gli occhi.
«Chiuderà la casa. Forse stasera ci sarà Sylvie ad aiutarla», rispose Bobinôt rassicurante.
«No, non ci salà Sylvie. Sylvie aiutava mamma ieli», pigolò Bibi.
Bobinôt si alzò e, dirigendosi verso la cassa, comprò un barattolo di gamberetti, di cui Calixta era molto ghiotta. Quindi tornò al suo posto sul barile e si sedette imperturbabile tenendo in mano il barattolo di gamberetti mentre il temporale imperversava. Il negozio di legno fu scosso e sembrò che in un campo lontano venissero scavati grandi solchi. Bibi tenne una manina sulle ginocchia del papà e non ebbe paura.

II
Calixta, a casa, non aveva alcun timore per la loro sicurezza. Sedeva accanto a una finestra laterale e cuciva furiosamente a macchina. Era molto occupata e non si rese conto del temporale che si stava avvicinando. Ma sentiva molto caldo e spesso si fermava per detergersi il viso su cui il sudore si raccoglieva a perline. Allentò la giacca bianca che le stringeva la gola.
Cominciò a fare buio e, quando improvvisamente realizzò la situazione, si alzò velocemente per andare a chiudere finestre e porte.
Aveva steso i vestiti della domenica di Bobinôt fuori ad asciugare nel piccolo portico anteriore, e si affrettò a ritirarli prima che iniziasse a piovere. Appena mise piede all’esterno, apparve sulla porta Alcée Laballière a cavallo. Non l’aveva visto spesso da quando si era sposata, e mai da sola. Rimase là con in mano la giacca di Bobinôt mentre cominciavano a cadere grandi gocce di pioggia. Alcée guidò il cavallo al riparo sotto un aggetto laterale dove si erano rannicchiati i polli e, in un angolo, stavano ammucchiati degli aratri e un erpice.
«Posso venire nel vostro portico ad aspettare che passi il temporale, Calixta?» chiese.
«Acomodatevi, M’sieur Alcée».
La voce di lui e la propria la fecero trasalire come se fosse stata in trance. Afferrò la giacca di Bobinôt. Alcée, salendo nel portico, prese i pantaloni e acchiappò la giacca a trecce di Bibi che un’improvvisa raffica di vento stava per portare via. Espresse l’intenzione di rimanere fuori, ma fu subito chiaro che sarebbe stato come essere all’aperto: la pioggia batteva sulle tavole verso l’interno formando delle lastre, e lui entrò chiudendosi dietro la porta. Dovettero persino mettere qualcosa sotto la porta per impedire all’acqua di entrare.
«Ascidenti! che piogia! Sono due ani buoni che non pioveva così», esclamò Calixta arrotolando un pezzo di tela di sacco che Alcée l’aiutò a spingere sotto la fessura.
Come aspetto, lei era un po’ più piena di cinque prima, quando si era sposata, ma non aveva perso nulla della sua vivacità. Gli occhi azzurri conservavano una qualità struggente, e i capelli biondi, arruffati dal vento e dalla pioggia, si avvinghiavano più caparbiamente che mai intorno alle orecchie e alle tempie.
La pioggia batteva sul tetto basso a scandole con una forza e un clangore tali che sembrava minacciasse di sfondarlo e di entrare a sommergerli. Si trovavano in sala da pranzo – il salotto – la stanza di uso comune. Accanto c’era la camera da letto, con il lettino di Bibi di fianco al suo. La porta era rimasta aperta e la stanza, con il monumentale letto bianco e gli scuri chiusi, appariva indistinta e misteriosa.
Alcée si buttò su una sedia a dondolo e Calixta cominciò a raccogliere nervosamente dal pavimento la stoffa di un lenzuolo di cotone che stava cucendo.
«Se continua così, Dieu sait1 se le alzaie regerano!» esclamò lei.
«Che vi importa delle alzaie?».
«Mi importa molto delle alzaie! E sci sono Bobinôt e Bibi là fuori nel temporale, se per caso non si sono fermati da Friedheimer!».
«Speriamo, Calixta, che Bobinôt abbia avuto sufficiente buon senso da uscire una volta passato il ciclone».
Lei andò alla finestra e vi stette con un’espressione molto turbata sul viso. Strofinò il vetro appannato dall’umidità. C’era un caldo soffocante. Alcée si alzò, la raggiunse alla finestra e guardò al di sopra delle sue spalle. La pioggia cadeva a lastre che oscuravano la vista delle capanne lontane e avvolgeva la foresta distante in una foschia grigia. Il gioco dei lampi era incessante. Un fulmine colpì un alto chinaberry al margine del campo. Tutto lo spazio visibile si riempì di un bagliore accecante e sembrò che lo schianto irrompesse proprio sull’assito sopra cui si trovavano.
Calixta si portò le mani sugli occhi e con un grido vacillò all’indietro. Le braccia di Alcée la circondarono, e per un istante la strinse spasmodicamente vicino a sé.
«Bonté!2» gridò lei, sciogliendosi dalle braccia che la cingevano e ritraendosi dalla finestra, «la prosima sarà la casa! Se solo sapesi dov’è Bibi!». Non si ricompose, non si sedette. Alcée la prese per le spalle e la guardò in viso. Il contatto con il suo corpo caldo, palpitante, quando l’aveva stretta fra le braccia senza pensarci, gli aveva risvegliato l’infatuazione del passato e il desiderio della sua carne.
«Calixta», disse «non abbiate paura. Non può succedere niente. La casa è troppo bassa per essere colpita, con tanti alberi alti che le stanno intorno. Su! Non volete stare tranquilla? Ditemi, non volete?». Le tirò indietro i capelli dal viso che era caldo e sudato. Le sue labbra erano rosse e umide come chicchi di melograno. Il suo collo bianco e la vista del suo seno pieno e sodo lo disturbarono prepotentemente. Quando lo guardò, la paura nei suoi liquidi occhi azzurri aveva lasciato il posto a un bagliore sonnolento che inconsciamente tradiva un desiderio sensuale. Lui la guardò negli occhi e non poté far altro che cogliere le sue labbra in un bacio. Questo gli ricordò Assumption.
«Vi ricordate – ad Assumption, Calixta?» domandò con voce bassa rotta dalla passione. Oh! Ricordava; perché ad Assumption lui l’aveva baciata e baciata e baciata; finché non aveva quasi perso i sensi e, per salvarla, si era dato a una fuga disperata.
Se in quei giorni lei non era una colomba immacolata, tuttavia era ancora inviolata, una creatura passionale, difesa dal suo stesso essere estremamente indifesa, contro cui l’onore gli aveva proibito di prevalere. Ora – bene, ora – le sue labbra sembravano in un certo senso libere da gustare, così come la sua gola bianca e tonda e il suo seno ancora più bianco.
Non udirono i torrenti infrangersi, e il rombo degli elementi la fece ridere mentre giaceva tra le sue braccia. In quell’oscura camera misteriosa, bianca come il divano su cui giaceva, lei fu una rivelazione. La sua carne soda, elastica che conosceva per la prima volta il diritto di nascere, era come un giglio cremoso che il sole invitava a partecipare, con il suo respiro e il suo profumo, alla vita immortale del mondo.
L’abbondanza generosa della sua passione, senza malizia o inganno, era come una fiamma bianca che lo penetrava e, nel profondo della sua natura sensuale, trovava una risposta che non aveva mai raggiunto prima.
Quando le toccò i seni, essi si arresero in un’estasi fremente, invitando le sue labbra. La sua bocca era una fonte di delizie. E quando la possedette, sembrò loro di svenire insieme agli estremi confini del mistero della vita.
Rimase sopra di lei stordito, senza fiato, stupefatto, snervato, con il cuore che batteva su di lei come un martello. Con una mano gli teneva la testa, toccandogli leggermente la fronte con le labbra. L’altra mano gli accarezzava le spalle muscolose con un ritmo rassicurante.
Il brontolio del tuono era distante e si allontanava. La pioggia batteva dolcemente sulle tegole, invitandoli all’assopimento e al sonno. Ma non osarono cedere.

III
Aveva smesso di piovere, e il sole stava trasformando il lucente mondo verde in un palazzo di gemme. Calixta, sul loggiato, osservava Alcée andare via. Si voltò e le sorrise con un viso raggiante; e lei sollevò in aria il grazioso mento e si mise a ridere ad alta voce.
Bobinôt e Bibi, arrancando verso casa, si fermarono presso la cisterna per rendersi presentabili.
«Accidenti! Bibi, cosa ti dirà la mamma! Dovresti vergognarti. Non ti dovevi mettere su i pantaloni buoni. Guardali! E quel fango sul colletto! Come ti sei procurato quel fango sul colletto, Bibi? Non ho mai visto un ragazzo così!». Bibi era il ritratto patetico della rassegnazione. Bobinôt era l’incarnazione della più seria sollecitudine mentre cercava di rimuovere da sé e dal figlio i segni del loro vagabondare su strade difficoltose e attraverso campi bagnati.
Con un bastone raschiò via il fango dalle gambe e dai piedi nudi di Bibi e ne rimosse accuratamente ogni traccia dagli scarponi pesanti. Poi, preparati al peggio – l’incontro con una casalinga troppo scrupolosa, entrarono cautamente dalla porta sul retro.
Calixta stava preparando la cena. Aveva apparecchiato la tavola e stava versando il caffè al focolare. Balzò in piedi quando entrarono.
«Oh, Bobinôt! Tu tornato! Ascidenti! ma ero preocupata. Dove sei stato mentre pioveva? E Bibi? non è bagnato? non si è fato male?». Aveva afferrato Bibi e lo stava baciando con effusione. Le spiegazioni e le scuse che Bobinôt era andato componendo lungo tutta la strada gli morirono sulle labbra quando Calixta lo tastò per capire se fosse asciutto e sembrò esprimere solo soddisfazione per il loro rientro al sicuro.
«Ti ho portato dei gamberetti, Calixta» offrì Bobinôt, estraendo la lattina dall’ampia tasca laterale e posandola sul tavolo.
«Gambereti! Oh, Bobinôt! tu sempre tropo buono!». E gli schioccò un bacio sonoro sulla guancia, «J’vous réponds4, faremo un festa questa notte! umph – umph!».
Bobinôt e Bibi cominciarono a rilassarsi e a sentirsi bene, e quando i tre furono seduti a tavola risero tanto e così forte che li si sarebbe potuti sentire anche alla distanza di Laballière.

IV
Alcée Laballière scrisse a sua moglie Clarisse, quella notte. Era una lettera d’amore, piena di tenera sollecitudine. Le disse di non affrettarsi a tornare, anzi, se a lei e ai bambini piaceva stare a Biloxi, di rimanere un mese in più. Lui se la stava cavando bene; e, anche se gli mancavano, era disposto a sopportare la separazione un po’ più a lungo – rendendosi conto che la loro salute e il loro piacere erano le prime cose da considerare.

V
Quanto a Clarisse, era incantata per aver ricevuto la lettera di suo marito. Lei e i bambini stavano bene. La compagnia era piacevole; alla baia c’erano molti dei suoi vecchi amici e conoscenti. E la sua prima boccata d’aria fresca dopo il matrimonio sembrava ripristinare la piacevole libertà dei giorni da nubile. Dedicata com’era a suo marito, era più che disposta a rinunciare per un po’ alla loro intima vita coniugale.
Così il temporale passò e tutti furono felici.

FINE

Traduzione di Anna Anzani

Note
1 Dio solo sa
2 Cielo!
3 una parrocchia a ovest di New Orleans
4 lascia che ti dica

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