Giulia Romoli – Polvere

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“Oh, quanta strada nei miei sandali
quanta ne avrà fatta Bartali
quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita…”
(Bartali, Paolo Conte)

«Faccio sempre lo stesso sogno, tutte le notti» dice mia madre stringendomi sotto le coperte. «Mi sveglio e non capisco dove sono, tutto è buio. Allungo le mani e sento il metallo freddo: sopra di me, sotto, ai lati. Sono in una scatola di ferro e l’unico modo per vedere all’esterno è un piccolissimo buco alle mie spalle. Lentamente avvicino l’occhio al buco e fuori è tutto un campo: grano dorato alto mezzo metro, forse di più. Si muove leggermente sospinto dal vento. L’aria però è biancastra e puzza di bruciato. Il campo sta andando a fuoco, vedo le fiamme che si avvicinano, che mi vogliono.

È sempre più caldo dentro la scatola di metallo, comincio a sudare. Le pareti scottano. Il crepitio del fuoco è insopportabile. Ancora pochi secondi, dico tra me. Il tempo di un respiro e tutto sarà finito. Poi mi sveglio. Perché il bello degli incubi è proprio che alla fine ti svegli, Angela, ricordatelo sempre». Con queste parole e il mio visetto tondo affondato nel suo petto, mi addormento.

Ho il compito di portare giù le valigie. Sono grandi e pesanti, ma devo sbrigarmi. Mia madre dice che gli altri ci stanno già aspettando di sotto. Dice anche che Loro, se ci trovano, ci portano via, come hanno fatto con papà. Dobbiamo lasciare la nostra casa.
Montiamo su un carro e ci nascondiamo sotto un telo. Nevicano foglie secche>: la città che ci grida il suo addio. Siamo dieci, tutte donne, e io l’unica bambina. Per ore sentiamo solo il rumore delle ruote del carro e degli zoccoli del cavallo sul selciato.

Mi madre mi accarezza la testa

e sorride perché sa che la paura è una malattia che si attacca.
Quando il carro si ferma due mani mi tirano giù. Poi ricordo solo il letto caldo in cui sprofondo mentre fuori, da una finestrella, il sole sta ingoiando la notte.

Siamo nel convento da molti giorni, dice la mamma. Tutto qui procede senza tempo, però. Io schiaccio il naso sul vetro della finestrella, il mio buco sul mondo. Giorno dopo giorno vedo gli alberi spogliati riprendere vita, la terra dura delle colline tingersi di un verde giovane. Nell’orto i cavoli lasciano il posto ad altre piantine più tenere.

Fisso sempre la stessa pianta, la più vicina. La mamma dice che saranno pomodori. Ne conosco a memoria ogni foglia. Osservo il lavoro delle suore mentre strappano le erbacce o versano secchi d’acqua alle sue radici.

Chiedo a mia madre perché noi, da questa stanza, non possiamo uscire, perché non possiamo aiutare le suore nell’orto o condividere i pasti con loro.
«Ci dobbiamo nascondere, tesoro», mi risponde, «ma presto usciremo. Stiamo aspettando una persona.

Deve portarci dei documenti.

Allora ce ne potremo andare e ricominceremo a vivere. Avremo un orto tutto nostro». Continua a parlarmi di una zia lontana, di una casa immersa nel verde, in Irlanda, di animali e di scuola. Io la ascolto e guardo lontano, fuori dalla finestrella.

Un mattino la luce entra con prepotenza nella stanza e si piazza ai miei piedi.
Mi affaccio alla finestrella: ci sono fiori gialli a ricoprire le colline. Sembra velluto, e allungo la mano per toccarlo.
«Sono margherite, Angela. È arrivata la primavera» dice mia madre accanto a me.
Con la primavera arriva anche la notizia che la persona che stiamo aspettando non tarderà ad arrivare.
«Chi è?» chiedo alla suora che ci porta i pasti.
«Un angelo» risponde.

Ogni giorno aspetto che l’angelo sbuchi da dietro la collina, per venire a salvarci. Non ha le ali, dice mia madre, ma una bicicletta. Ed è molto veloce.
La notte non riesco a dormire e lei mi racconta delle storie, le storie della nostra famiglia. Mi racconta della nonna e del nonno, di papà.

Mi dice di non dimenticare mai chi sono.

Di non confondere la realtà lì fuori con il mondo che abbiamo dentro. Perché Loro possono dire quello che vogliono, ma non c’è niente di sbagliato a nascere ebrei.

Un giorno mi sveglio e c’è qualcosa di diverso. Il convento sembra un formicaio. Sento le suore che corrono lungo il corridoio e una voce lontana che grida: «Sta arrivando!».
È lui, è il nostro angelo con la bicicletta. Corro a svegliare mia madre.

È la polvere la prima cosa che vedo, una soffice nuvola di polvere che avvolge e accarezza i fianchi delle colline.
«Ci siamo, vero?» le domando.
Lei non risponde. Sul suo viso le lacrime si mescolano al sorriso. Mi stringe forte le mani.

È di nuovo primavera e anche al suo funerale ci sono le margherite. Se sono qui, oggi, è perché dovevo ricordare. Perché ci sono delle cose che si conficcano dentro, talmente a fondo che ne vedi solo la punta. E tirarle fuori fa male.

La chiesa è gremita:

giovani, vecchi, bambini, giornalisti. La vita che celebra la morte. Sono però tutte vite inconsapevoli, penso. E vorrei tanto poter loro dire qualcosa. Fargli capire. Perché io, alla fine, la vita l’ho presa come un fatto personale. Qualcosa di importante, da non sprecare. Guardo sua moglie, il suo viso. La immagino giovane, mentre si avvicina per salutarlo e chiedergli dove va. Lui è già sulla bicicletta, i nostri documenti falsi nascosti sotto il sellino, e le risponde: «Un lungo». Un lungo per allenare gambe e cuore.

C’è una foto grande, fuori dalla chiesa, una foto del suo viso affilato. È su una bicicletta, come allora. La ricordo questa foto. Ricordo di averla vista sui giornali. Perché chi era l’ho scoperto solo dopo. Era già il Gino Bartali che vinceva il Giro, anche allora. E per tutta questa gente è solo un uomo. O il Campione. Ma per me rimarrà sempre e solo un angelo.
Mi allontano in silenzio, mentre un applauso accompagna il suo corpo verso il cimitero.
Come mia madre, quel giorno, mi scopro lacrime sul viso che si mescolano a un sorriso.

FINE

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