Marinella Farella – Il ritratto

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La sedia scricchiolò penosamente, anche se il console Primo Sansoni vi aveva adagiato l’enorme deretano con studiato riguardo. Nel faccione lustro si aprì un sorrisetto: «Sa, è un pezzo molto antico. L’ho acquistata in Scozia una dozzina d’anni fa, da una contessa che amava un po’ troppo scommettere sui cavalli». Fece un largo gesto con le braccia, come se si stesse rivolgendo a una platea adorante.

Ma nulla v’era di adorante nell’omino che sistemava il cavalletto e i colori al centro del salone, grattandosi di tanto in tanto la punta del naso.
«Mi hanno detto che lei è il migliore, nel suo campo» continuò il padrone di casa, battendo appena le palpebre bluastre. «Pare che il Presidente in persona le abbia commissionato il proprio ritratto per la villa di campagna, qualche mese or sono».

«Davvero?» borbottò l’altro. «Ne sa più di me, signore».
Primo Sansoni sobbalzò, e la poltroncina tornò a scricchiolare. «Come? Intende dire che m’hanno riferito delle fanfaluche?».
«Fanf… No, no. Non so che mestiere facesse quell’uomo, ecco. Non me lo ricordo».
La pappagorgia del console si gonfiò per lo stupore. Il candido colletto inamidato parve sul punto di esplodere. «Che dice mai? Come può trasferire sulla tela l’essenza di un uomo così importante, senza prendere in considerazione il suo status?».
L’omino fece spallucce, aprendo la scatola dei colori. -«Non m’interessa. Insomma, io raffiguro le persone, non i loro ruoli».
Sansoni si appoggiò allo schienale, cercando di tenere le spalle ben diritte. Il pittore aveva già iniziato a schizzare qualcosa sulla tela con una matita polverosa. Il sole filtrava dalla vetrata affacciata sul parco, illuminando l’artista e il suo modello.
«Eppure» sibilò ancora quest’ultimo, con le guance leggermente colorite, «lei non può pretendere di effigiare il console Sansoni senza saperne nulla. Provi… Provi a farmi qualche domanda».

Il pittore aggiunse un paio di scarabocchi, alzando di tanto in tanto lo sguardo e riabbassandolo in fretta. Poi depose la matita e cominciò a miscelare alcune tinte su una rozza tavola di legno. Quando parlò, c’era del divertimento nella sua voce: «Lei si chiama “Primo”, vero? Immagino che non sia un caso».
«Esatto» gongolò l’altro. «Fu mio padre a battezzarmi così, poiché ero il suo primogenito. Egli desiderava molti figli, per essere certo di perpetuare la stirpe».
«Allora deve avere molti fratelli. È un uomo fortunato».
Sansoni si agitò sulla sedia, ignorando il cigolio. «Sono fortunato, sì. Ma sono rimasto figlio unico».
«Ah, mi dispiace».
«Non si dispiaccia. Io non mi sono mai sentito solo. Con tutta la servitù che ciondolava per la casa? Suvvia!».

«Capisco. E che cosa le piaceva fare, quando non stava in mezzo a tutta quella gente?».
«Fare? Oh, beh, studiavo, leggevo… Studiavo, soprattutto. Ho sempre impiegato bene il mio tempo, per prepararmi alla professione eccellente che mio padre aveva scelto per me. Non ho mai ceduto ai sollazzi infantili, io. A proposito, cerchi di non farmi una testa molto lucida: potrei sembrare esageratamente stempiato».
Per diversi minuti vi fu silenzio. Il pennello grattava la tela. Da lontano giunsero il trillo di un uccello e il ronzio di un impianto d’irrigazione.
«E le donne?» ridacchiò l’omino. «Sì, insomma, ci sarà stata qualche ragazza simpatica, nei dintorni, cui valeva la pena di dedicare un po’ del suo tempo prezioso».
«Certo! La nostra cuoca aveva una figlia, una giovane meravigliosa che …». Primo Sansoni s’interruppe. Una ruga si accentuò sulla sua fronte. «Ho conosciuto la donna adatta a me durante un viaggio di lavoro» continuò. «Io ero un ottimo partito, lei era la nipote di un diplomatico francese. Sa, la mia posizione mi portava a fare molta vita di società».                                                       Tacque, forse attendendo un commento ammirato che non arrivò. «In realtà», aggiunse stringendo i pomoli della sedia, «l’ho incontrata su una nave diretta in Francia, dove è tornata dopo il divorzio, portandosi dietro nostra figlia».

La mano del pittore, che si stava muovendo rapida e sicura sulla tela, indugiò. I suoi occhi rimasero fermi per qualche istante sulla figura del console, stranamente non più così impettita. «Che cosa ne farà del ritratto, quando l’avrò terminato?» chiese dopo un certo lasso di tempo.
«Lo farò recapitare alle mie nipoti: sono piccole, mi conoscono poco. E non avranno mai il permesso di tenere una mia fotografia. Mia moglie e io non ci siamo lasciati in amicizia, sa». Gli occhietti si accesero. «Ma se si aspetta ch’io vada a elemosinare la compagnia della mia famiglia, dovrà attendere ancora per un bel pezzo! Un quadro, però… è diverso, è un oggetto di valore. Se lei è davvero un artista così quotato, loro non avranno il coraggio di portarlo via alle bambine».
Il pittore si allontanò di qualche passo dal cavalletto e osservò la propria opera con la testa inclinata, pensoso.
La sedia di velluto emise un piccolo schianto, tanta fu la foga con cui il console si alzò per sbirciare.

«Mi ha rappresentato con una certa dignità, vero?» ansimò. «Vorrei lasciare un buon ricordo alle mie nipoti».
Il pittore si grattò il naso. «Stia tranquillo, la ricorderanno esattamente per ciò che è». Così dicendo, voltò la tela.
Sansoni si ritrovò a fissare una figura un po’ curva, dal volto pacioso, con gli occhi lucidi e un vago sorriso triste. «Questo non è il console Sansoni» balbettò.
«Certo che no» rispose l’altro. «Questo è Primo. Ora, se non le dispiace, dovrei andare. Non sposti il quadro, tornerò nei prossimi giorni per i ritocchi».
Il pittore raccattò gli attrezzi e si diresse verso l’uscita. Con la coda dell’occhio vide l’espressione attonita con cui Sansoni scrutava il proprio ritratto: pareva che avesse appena fatto una grande scoperta.

Mentre la governante lo accompagnava alla porta, l’artista colse qualche stralcio di conversazione proveniente dalla sala: «Chiami quel numero. Sì, quello francese. Lo trova sulla mia agenda. Non sono affari suoi! Dica solo che sono io… Sono Primo».

FINE

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