Fabrizio Colonna – L’amore ai tempi del pallone

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Quand’ero bimbetto le domeniche trascorrevano tra pranzi con amici e parenti, l’appuntamento fisso del Totocalcio, 90° Minuto e le radiocronache. Tutto andava a meraviglia, almeno finché mio padre non inveiva contro la radio perché qualcuno l’aveva buttata fuori.

Il calcio è sempre stato una rogna. Per ereditarietà divenni juventino, anche se non capivo che volesse dire, ma papà lo era quindi dovevo esserlo pure io. La stessa cosa pensò mio cugino Emanuele, raccogliendo lo scettro interista di suo padre; indossò la corazza nerazzurra per recarsi alle crociate calcistiche, entrando nel circolo ristretto del fuorigioco, la porta scoperta, il difensore scarpone e l’arbitro cornuto.

Il risultato fu che io ed Emanuele ci scannavamo con regolarità per difendere la nostra squadra, tra slogan improbabili e raccolte di figurine che pesavano sul bilancio famigliare. Fino ad arrivare alle botte vere e proprie, alla faccia dei videogiochi che ci avrebbero poi indotto alla violenza.

Il calcio assumeva quindi una valenza pari al bonobo alfa nel branco famigliare, dove il più forte aveva il diritto di dire la sua in materia. Alleanze con i cugini più piccoli o gli amichetti pronti per essere traviati: la battaglia per la supremazia correva sul filo di attacchi non convenzionali, per esempio sabotaggi della colla delle figurine, atti di terrorismo su disegni di scudetti, strappati senza pietà, e persino trafugamento di documenti importanti, come pagine intere della Gazzetta dello Sport, a cui seguivano ritorsioni dei genitori.

Non avrei saputo dire se fosse più forte Beckenbauer o Baresi, ma la mia stanzetta era tappezzata con foto di Gaetano Scirea. Mio padre tentò in ogni modo di spiegarmi che il ruolo di libero, al di là del nome, non voleva dire che potesse fare quello che voleva. Mi spiegò che chi stava in quella posizione non era impegnato in marcature, che era l’ultimo uomo prima che l’attaccante arrivasse al portiere; mio zio, più colto, lo aiutò facendomi l’esempio del ponte levatoio di un castello medioevale, che veniva tirato su come ultima difesa se l’esercito falliva. Anche quella spiegazione, però, era complicata, così mi accontentai della definizione ‘ultimo baluardo’, che aveva pure una connotazione eroica: se cado io è finita. O quasi. Ma in porta c’era Tacconi e stavo tranquillo.

Scirea divenne anche un modo per appianare le divergenze col cugino, visto che pur di averne le figurine, le scambiavo con ogni genere di reperto nerazzurro mi arrivasse a tiro. Emanuele era così contento del mio prezioso materiale che mi diede accesso al suo; in questo modo nonostante le diversità rimanemmo uniti. Fu così che imparai le prime nozioni di diplomazia, e che sani rapporti commerciali possono rendere amiche due nazioni altrimenti rivali.

Nonostante questo, di giocare a calcio non se ne parlava proprio. Che io sappia, Emanuele, troppo pigro, non tirò mai una pedata al pallone,e per quanto mi riguarda ogni tentativo diede come risultato rovinose cadute a terra, passaggi agli avversari e un coro di scherno dalle tribune. Le femmine, accidenti a loro. La mia carriera calcistica terminò in fretta, più o meno alla quinta volta che andai a sbattere contro il palo destro della nostra porta, per salvarla da un gol che immancabilmente veniva realizzato. D’altronde anche mio padre era una schiappa, ma ciò non gli impediva di essere tifoso, pertanto accettai il mio destino.

Quando conobbi Rosy la mia collezione di Scirea aveva quasi raggiunto il culmine, ero riuscito a ottenere ben cinquanta figurine identiche che avevo usato per comporre la sua figura in movimento su un pannello di compensato, che mio padre aveva poi appeso al muro.

A dieci anni la prassi del corteggiamento era piuttosto semplice: mi piace? Bene, vado e glielo dico. Mi ricambia? Sì, certo, mettiamoci assieme. Pulito, elementare come la scuola che frequentavamo entrambi, le mani strette e solo quelle, che i baci erano cose da grandi. Altri tempi.

Di Rosy adoravo le guance tonde e gli occhi azzurri, brillanti come potevano esserlo, per quanto ne sapessi, i fari dello stadio in notturna. Abitando pure vicini potevamo vederci tutti i giorni all’oratorio, o al parchetto dietro casa. Ma non la domenica, in quanto la mattina mi trascinavano a messa e al pomeriggio c’era Scirea, un foglio di carta per disegnare le azioni e le figurine disposte sul tavolo, tipo santini. Un trucco imparato a catechismo che, dicevano, funzionasse bene se si pregava con intensità.

Cominciai a capire quanto Scirea influenzasse la mia vita amorosa il 9 gennaio del 1983. Le imprecazioni di mio padre per quell’uno a zero fuori casa col Genoa mi arrivarono ovattate, inoltre il mio campione era stato citato poche volte alla radio ed ero un po’ deluso. Decisi così di andare a trovare Rosy per risollevarmi il morale, le raccontai della partita e lei, serissima, mi rispose che non avevo nemmeno notato le sue scarpette nuove e che avevano ragione le sue amiche. Interrogata in merito saltò fuori che quelle mi consideravano un cretino. Il giudizio delle femmine, a quell’età, poteva gettare una pessima luce sulla reputazione.

L’acceso litigio che ne seguì e il portone sbattuto alle sue spalle con violenza mi sconfortarono ancora di più,  e neppure il mio nuovo poster di Gaetano che sollevava la Coppa del Mondo riuscì a darmi forza. Però mi distrasse qualche secondo dai ricordi confusi di quella serata: rammentavo solo di essermi svegliato a causa di mio padre, sul balcone in canottiera e pantaloncini che urlava la sua gioia al vicinato.

Il giorno seguente le scrissi una lettera, dopo una settimana di silenzio lei accettò la mia versione e tornammo fidanzatini, almeno fino al primo maggio.

Un pareggio devastante contro l’odiata Inter, con l’aggravante di avere il cugino ospite a casa. Quel 3 a 3 fu il motivo per un’altra rissa, sedata dai genitori che ci scherzarono su. Ero troppo arrabbiato per rimanere lì e andai a trovare Rosy, ottenendo un’altra litigata per non aver notato che la mamma l’aveva portata per la prima volta dal parrucchiere.

Tornato in camera, interrogai Scirea su cosa avessi dovuto fare. Lui, imperscrutabile, mi fece capire che la risposta stava dentro di me. Riflettei tutta la notte e pure il giorno dopo a scuola, e quando tornai a casa e vidi il poster con un piccolo strappo capii: c’era una correlazione tra i risultati della mia squadra e il mio rapporto con Rosy, non avevo altra spiegazione.

Sacrificai il quaderno di matematica e iniziai a usarlo per prendere appunti, grazie ai quali notai che le volte in cui la Juventus pareggiava, o Scirea non era in forma, litigavo con lei: doveva per forza esserci un motivo.

Alla fine di settembre avevo il quadro completo: il calcio regolava il mio destino. La dimostrazione mi venne da un ignobile pareggio col Pisa, a seguito del quale Rosy minacciò di lasciarmi.

Dovevo fare qualcosa.

La prima mossa fu di tenermi aggiornato sugli eventi: campionato, amichevoli e coppa, infortuni, le dichiarazioni di Trapattoni e persino i gossip (che all’epoca latitavano). Era un lavoraccio e mia madre mi accusava di tralasciare lo studio per quelle sciocchezze, accusando poi mio padre di cattiva influenza. Convincere il suddetto a comprarmi una maglietta con lo sponsor in bella mostra, casomai anche lui fosse coinvolto, fu comunque facile.

La domenica divenne sacra, andavo sempre in chiesa e rimanevo dieci minuti in più per spendere qualche moneta della paghetta per un cero, che Don Oreste diceva prolungasse la preghiera. Interrogai i nonni su tutte le pratiche scaramantiche che conoscessero, così evitai con cura gatti neri e scale a libretto, e smisi di usare il sale nel timore che cadesse. Tradizionali e spesso improvvisati gesti rituali accompagnavano i novanta minuti più recupero, tanto che mia madre mi mandò da un pediatra perché pensava avessi qualche problema, tipo i tic nervosi del nonno, che aveva l’artrite e si aiutava a sopportare il dolore muovendo le dita in continuazione). Inoltre in quel periodo diedero in televisione i film di Bruce Lee e li guardai tutti: gli scontri fisici col cugino sarebbero stati inevitabili ed era meglio arrivarci preparati.

Qualsiasi problema avesse afflitto la squadra, il mio entusiasmo avrebbe compensato. Lo promisi al mio campione in posa plastica, mentre si apprestava a colpire la palla, un’istantanea preziosissima donatami proprio dal nemico, il padre di Emanuele. Se ne sarebbe pentito, povero stolto.

Il rapporto con Rosy andò una meraviglia: se Scirea non giocava al massimo o la Juventus non vinceva, adducevo qualche scusa, malessere o studio, e rimanevo a casa. Ero fiero della mia intuizione e mio padre era così contento della mia passione che non lesinava regali a tema, tra i quali spiccarono gagliardetti, sciarpe, cappelli e persino un’enorme bandiera che appendemmo al soffitto, in modo che la vedessi prima di andare a dormire. La mia collezione di figurine di Scirea raggiunse le cinquecento unità, e alcune di esse furono sacrificate sui mobili della cameretta, con buona pace delle invettive di mamma.

11 novembre 1984, il giorno in cui la mia vita finì.

Non potevo crederci. La radio infieriva sul morale con quel terribile 4 a 0 rifilato come se niente fosse alla mia Juventus. Dall’Inter. Inaccettabile, devastante sotto ogni punto di vista, persino quello del cugino che rimediò due schiaffoni alla decima volta che venne a prendermi per i fondelli (Bruce Lee funzionava).

Il peggio arrivò poco dopo la notizia a causa del telefono, dietro al quale c’era Rosy che voleva vedermi a tutti i costi. Cercai delle scuse, ero malato, anche i miei genitori. Un’epidemia, avrebbe potuto infettarla, tutta l’umanità era in pericolo se fossi uscito di casa. Fu inamovibile, o proprio non se la bevve, quindi cedetti.

Ci incontrammo al parchetto, ero felice di vederla e cominciai a pensare che, forse, tutte quelle storie sul destino e Scirea fossero panzane. Per un attimo mi illusi che lei mi avrebbe consolato, poi me lo disse:

«Dobbiamo lasciarci».

Lo sapevo, se ancora avevo dei dubbi in quel momento li persi del tutto. Il mondo crollò attorno a me, i palazzi andarono in frantumi, e mattoni e calcinacci divennero palloni, che mi piombarono in testa. La maledizione era vera, quella era la mia punizione per non aver avuto abbastanza fede, il destino, la Juventus e soprattutto Scirea mi stavano punendo.

Provai a recuperare, a chiedere un motivo, mi scusai per qualsiasi cosa mi venisse in mente; arrivai pure a inventarmi di aver fatto marachelle per chiederle perdono, sono pentito, credici, sei la mia vita e tutte quelle cose che a dodici anni si possono dire per umiliarsi davanti a una ragazza.

Fu inutile, lei si voltò e sospirò un «Addio» prima di andarsene.

Piansi ore e ore, prima di riprendermi e tornare a casa. Ce l’avevo con tutti e inveii pure verso il mio campione, ma sapevo che non era colpa sua, così risparmiai i poster e mi sfogai su una figurina di Castagner.

Persi interesse per il tifo, ma non per la collezione di adesivi e foto di Scirea, che a tutto c’era un limite. I rapporti con mio cugino migliorarono, colse il mio graduale disamore per la squadra e ci dedicammo a litigare solo per le macchinine e la nostra nuova passione: i videogiochi. Evitai, però, di condividere con lui quelli di calcio, giusto per sicurezza.

Rosy non richiamò più, provai ripetutamente a farlo io ma dall’altra parte sentivo solo un «Mh, sì, va beh, ciao» e alla fine smisi. Quando la vedevo in giro e provavo ad avvicinarmi, lei cambiava strada, o si infilava in un gruppetto di amiche che la circondavano per proteggerla, nemmeno fossi un demonio.

Le domeniche diventarono comunque un ottimo modo per prendere buoni voti, non ascoltando più partite alla radio mi dedicai allo studio e presi la nomea di secchione juventino, che mi avrebbe accompagnato per il resto della mia esistenza. Il calcio era limitato ai risultati, a cose fatte li guardavo in televisione e via, andata anche oggi.

Col passare dei mesi mio padre iniziò a pensare di aver perso influenza su di me, o forse temeva che stessi per passare al nemico, così acquistò due biglietti e m’invitò ad andare allo stadio, visto che non c’ero mai stato. Nonostante la succulenta offerta, non avevo voglia di vedere una partita, ma quando notai che sopra quei cosi c’era scritto ‘TORINO’ persi la parola. L’amore mi aveva spinto ad allontanarmi dal calcio, ma il tifo aveva qualcosa di subdolo che penetrava nella pelle, prendeva dimora e attendeva il suo momento per tornare all’attacco.

Fu così che il 24 marzo 1985 andai a vedere la mia prima partita in diretta, seduto su una poltroncina durissima e con la mia maglietta sponsorizzata. Temevo quell’incontro, perché era la gara di ritorno della mia amata Juventus contro l’Inter, accidenti a lei e a mio cugino. Non posso descrivere l’entusiasmo e il coinvolgimento che quell’esperienza ebbe su di me; mesi impiegati a sforzarmi di mettere Scirea sotto un tappeto e me lo vedo correre come un demonio verso la porta. Una volta, due, tre e via finché Briaschi decise che ne aveva abbastanza ma, grazie, il terzo gol lo faceva lui. Ma Scirea rimaneva l’eroe del giorno, quello che portò avanti la stramaledetta palla, da solo davanti a Zenga che pure non si risparmiò: la partita avrebbe potuto finire sul 2 a 1, ma almeno un distacco glielo dovevano dopo l’umiliazione di novembre.

Tornando a casa mi sentii felice come un tempo, pregustavo di fiondarmi al telefono e sfottere il cugino, ma una volta arrivato mia madre mi informò che Rosy aveva chiamato diverse volte.

Ci pensai, credo, qualche nanosecondo prima di chiamarla, in barba alla dignità e all’amor proprio.

Ci incontrammo al solito posto, lei aveva gli occhi rossi di lacrime, cercai di consolarla e le nostre mani si unirono ancora. Voleva tornare con me, disse, aveva sbagliato, e allora scoprii che si era invaghita di Antonio, un nostro amico comune al quale tolsi poi il saluto. Un po’ per quello e un po’ perché era milanista, tifo che non ero mai riuscito a comprendere.

Tornato in camera rimasi ore a fissare Scirea: era tutto vero, se vinci tu vinco io. Però non poteva andare avanti così per sempre, io volevo bene a Rosy, così lo pregai di non immischiarsi più di tanto. Per sicurezza ci misi comunque del mio, facendo di tutto per farla felice, e funzionò così bene che anche quando la Juventus perdeva o Scirea non faceva miracoli riuscii a evitare i litigi sul nascere. Ogni volta che la vedevo le chiedevo se fosse andata dal parrucchiere e stavo attento alle scarpe, poi cercai di risultare simpatico a tutte le sue amiche, non sia mai che a qualcuna non andassi a genio. Antonio lo presi a calci un sabato pomeriggio, giusto per riscatto sociale e per dimostrare ancora una volta che Bruce Lee funzionava.

Gli anni trascorsero sereni e spensierati. Crescendo cominciai a dubitare di quella maledizione, ma puntualmente essa tornava a ricordarmi di non abbassare la guardia. Con Rosy andava alla grande: ogni tanto avvenivano sciocchi litigi o scaramucce, la cui cadenza era sempre preceduta da una sconfitta della Juventus, ma in fin dei conti ci volevamo bene e non accusammo mai un vero momento di crisi.

Quando nel 1988 Scirea annunciò di volersi ritirare la chiamai subito, avvisandola di avere impegni per tutta la giornata; poi mi recai al bar a discuterne cogli amici, tutti rigorosamente juventini, che avevo coltivato nei due anni di scuola superiore. Trentacinque anni erano tanti, diceva Franco, alla fine uno non corre più come prima. No, ribattevo, guardalo: è nel fiore degli anni. E così via fino a sera.

A ripensarci oggi, forse quello fu il giorno più triste della mia vita di tifoso, parzialmente risollevato dal biglietto per la partita d’addio del primo novembre. In mezzo ad altri quindicimila scalmanati assistei, non senza gli occhi lucidi, a quei novanta minuti da sogno: nazionale dell’82 contro il resto del mondo.

Ma lui non poteva lasciarci a bocca asciutta, così quando divenne allenatore in seconda comprai un moscato e invitai gli amici e pure Rosy, che con pazienza sopportava la mia incontenibile gioia.

3 settembre 1989. Nemmeno un anno dopo e anche quel sogno finì, tra le fiamme e lo sgomento di apprendere della sua morte, in un incidente che ancor oggi non riesco e non voglio spiegarmi.

Altri giocatori, ormai, avevano preso il suo posto sul campo e nel cuore dei tifosi, così per alcuni la notizia passò addirittura in sordina. Mi domandai se fosse più importante la morte o la vita che l’aveva preceduta, ma non avevo la risposta. Forse anche per me quel tempo era passato. Non che ignorassi l’accaduto, tutt’altro, ma mi sentivo colpevole di provare un’emozione meno intensa di quando aveva lasciato il calcio.

Dopo tale riflessione un pensiero mi colse improvviso: Rosy!

Raccolsi il coraggio e andai da lei. Mi avrebbe lasciato ancora? Sarebbe partita per l’Asia, il Polo Nord o un altro posto maledettamente lontano?

Mi accolse un po’ sorpresa e preoccupata per il mio sguardo teso.

«Che succede?» mi chiese, poi si portò le mani al petto: «Oh, cielo! Non mi vorrai lasciare?».

«Cosa? No! Tu mi vuoi lasciare!».

«Sei scemo? Perché dovrei?».

«E perché dovrei farlo io?».

«Ho sentito che è morto Scirea… Ogni volta che la tua squadra perde ti deprimi e mi fai sentire in colpa, e lui per te era così importante…».

«Come fai a saperlo?».

«Ma se non parli d’altro!».

«Perché non me l’hai mai fatto notare? Posso smettere, posso cambiare! Io… io per te farei qualsiasi cosa!».

Rosy sorrise, mi prese il viso tra le mani e lo disse:

«Ma amore mio, è perché io sono interista».

E ci baciammo, per la prima volta.

«E poi com’è finita, papà?».

«Beh, siamo rimasti assieme così tanto che alla fine ci siamo sposati».

«Ma tu non parli quasi mai della Juventus e di questo… Schirea».

«Scirea. Non volevo influenzarti troppo e attirare le ire della mamma. Lo sai che adora Mourinho, accidenti a lui».

Mio figlio sorride e guarda ancora quella vecchia figurina che gli ho regalato:

«Ora capisco».

«Ne sono felice, Gaetano».