Carmen Cedrati – Sonia

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II timido sole di febbraio scalda già le ore del primo pomeriggio e, come ogni giorno, Sonia porta tre seggiole in quello che lei enfaticamente chiama giardino, ma che è giusto uno sbaffo di verde fra la soglia di casa e il marciapiede. Comunque un lusso, in quel vicolo lungo e stretto dove vive da quasi mezzo secolo.
Da casa sua non si vede il mare, ma lo si avverte: nei profumi portati dal vento, dallo sciabordio delle onde che i rumori del giorno coprono ma che la quiete notturna svela come un segreto, nel colore della pelle di chi al mare ci vive e di chi, di mare, ci campa.
Il suo è un quartiere popolare, in cui, nel corso dei decenni, la cadenza indigena si è via via mescolata a voci e accenti stranieri. Sono cambiati i nomi gridati da un lato all’altro delle strade, i profumi, perfino gli abiti. È rimasta quella solidarietà ritrosa, ruvida e popolana che l’aveva accolta cinquant’anni prima.
«Zia! Zia! Ci dai le caramelle?». Dal fondo del vicolo sta salendo il solito gruppetto colorato e vociante di ragazzini. Passano gli anni, i ragazzini diventano ragazzi e poi adulti, ma il gruppetto si rinnova in eterno.
«A te! A te! A te!». Sonia distribuisce gelatine alla frutta, che spariscono velocemente e le permettono di incassare sorrisi, baci e ringraziamenti.
Non ha né figli né nipoti, ma tutti la chiamano “zia”, un appellativo che ha ereditato dalla signora Caterina e di cui va molto fiera.
Mentre assapora una gelatina alla mora, le sue preferite, Sonia ripensa a quando era arrivata in quel quartiere: sola, senza casa, senza soldi, senza lavoro; e spaventata da morire. Aveva trent’anni e in quel preciso momento della sua vita sentiva di non avere né speranze, né prospettive.
Si era ritrovata seduta al tavolino di un bar latteria sgangherato: le gambe le avevano ceduto di colpo e si era quasi accasciata su una sedia per evitare di rovinare a terra, stanca morta. Dal bar era uscita una vecchia con un nido di riccioli bianchi in testa, una vestaglietta da casa sbiadita e uno sguardo scrutatore che, questo l’avrebbe scoperto negli anni a seguire, non l’abbandonava mai. Teneva una sigaretta all’angolo della bocca, un occhio socchiuso per il fumo, e riusciva a parlare senza farla cadere.
Le chiese che cosa volesse e Sonia ordinò un caffè. Le restavano pochi soldi e doveva centellinarli allo stremo, ma di quella sosta aveva proprio bisogno.
La vecchia tornò con il caffè, un ottimo caffè, incassò qualche spiccio e, invece di tornare al bancone, si fermò a fissarla. «Pene d’amore?».
«Prego?» chiese Sonia presa alla sprovvista.
«Cocca, hai una faccia che fa pensare a un cuore infranto. Oppure che ti è morto il gatto. O che ti hanno licenziata. O che il terremoto ti ha portato via la casa».
«Sì».
«Sì, cosa?».
«Tutto».
«Tutto?».
«Tutto. Mi è capitato tutto quello che mi ha detto. Tranne il gatto, che non ho. E tranne il terremoto. Ma sono rimasta senza casa, senza lavoro e…».
«Senza fidanzato».
Sonia annuì, anche se la definizione di fidanzato poco si addiceva a Gianni. Gianni era un marito. Di un’altra donna.
Avrebbe voluto chiudere gli occhi e dormire raggomitolata e nascosta sotto una montagna di coperte, ma era seduta in un bar, il suo caffè era finito e quella vecchia sembrava decisa a non mollare la presa. Iniziò a sentirsi a disagio e a pensare che avrebbe dovuto alzarsi, ma la stanchezza la inchiodava a quella sedia.
«Cerco un aiuto», le disse inaspettatamente la vecchia, e con la testa le indicò un cartello scritto a mano appeso in vetrina: Cercasi cameriera.
«Non ho mai lavorato in un bar…», rispose Sonia con voce stanca.
La vecchia portò i pugni sui fianchi. «Sai pulire un pavimento? Tirare uno straccio?».
«Sì».
«Sai fare un panino? Aprire una bottiglia? Preparare un tè?».
«Sì».
«Sai andare d’accordo con le persone?».
«Credo…».
«Sai sorridere? Certo, a vederti così non si direbbe…». Sonia dischiuse timidamente le labbra e la vecchia commentò: «È un inizio, puoi sempre migliorare». E prima che Sonia potesse replicare le aveva proposto: «Un mese. Di prova. In regola. Paga da contratto nazionale. Se funziona, bene, e se non funziona, ognuna per la sua strada. Nel retro del bar c’è una stanza con un bagno a parte e puoi sistemarti lì».
A Sonia salì un nodo in gola. Non era abituata alla gentilezza delle persone e le venne in mente la battuta di Blanche alla fine di Un tram che si chiama desiderio, una delle sue pellicole del cuore: …ho sempre fidato nella gentilezza degli estranei.
A differenza di Blanche, lei non confidava in nessuno e, proprio come Blanche, aveva collezionato troppe cicatrici.
Si mordicchiò il labbro inferiore, poi cincischiò con il braccialetto che le pendeva dal polso sinistro, quindi inspirò e raccolse tutta l’energia che le rimaneva. «C’è una cosa che è meglio che lei sappia».
«Sentiamo».
Stette in silenzio ancora per qualche secondo, poi buttò fuori le parole: «Per l’anagrafe io sono ancora un uomo».
La vecchia non smise di scrutarla ma, a sorpresa, spostò dall’altro lato della bocca la sigaretta che si era appena accesa. «Va bene che sono vecchia» replicò «ma riesco ancora a distinguere una donna da un uomo, anche se sei molto graziosa e hai modi delicati». Sbuffò una nuvola di fumo. «C’è chi nasce donna e chi no, ma chi si sente la diventa». Dalla sua bocca, ancora di fumo. Sembrava una ciminiera. «Io sono Caterina, ma puoi chiamarmi zia come fanno tutti. Allora, che fai? Accetti o rimani su questa seggiola a piangerti addosso fino alla fine dei tuoi giorni?»

La clientela del Bar della zia si abituò alla svelta alla presenza di Sonia che, dal canto suo, riuscì in un tempo ragionevole a domare l’infernale Cimbali e a servire buoni caffè e cappuccini degni di questo nome.
I clienti di Caterina erano come lei: ruvidi, discreti, bonari. Ogni tanto qualcuno faceva battute idiote oppure si prendeva confidenze che la mettevano a disagio, ma in genere erano persone di passaggio e, con il tempo, Sonia aveva imparato a non farsi ferire da chi non poteva lasciare traccia nella sua vita.
Ogni giorno, alla chiusura del locale, mai oltre le otto di sera, le due donne cenavano insieme, e ogni tanto si rivelavano l’un l’altra le reciproche ferite.
Caterina in gioventù aveva vissuto un grande amore, che l’aveva ingannata e trascinata in uno scandalo che l’aveva allontanata dalla famiglia d’origine. «Dovevo solo nascere cinquant’anni dopo»– commentava con una sfumatura d’ironia. «Quello che ieri era peccato, oggi è la normalità». Tenace e cocciuta, aveva lavorato come un mulo fino a quando era riuscita ad aprire il suo Bar della zia. «Basta padroni» era solita dire e non era chiaro se si riferisse all’ambito lavorativo o a quello sentimentale. Con gli anni, si era riavvicinata alla madre e ai fratelli, alcuni dei quali l’avevano resa davvero zia.
Sonia invece era stata cacciata di casa a quindici anni, quando i genitori avevano scoperto che quel corpo esile ma maschile nascondeva un’essenza del tutto femminile. Sola, spaventata, si era adattata a una vita all’insegna della precarietà. Cambiava spesso lavoro ed erano in genere lavori in nero e sottopagati, e i frequenti traslochi le avevano insegnato l’essenzialità: tutti i suoi trent’anni di vita stavano in due valigie e uno zaino.
Le sue storie erano sempre clandestine: nessun uomo aveva il coraggio di amarla alla luce del sole, e quando, molti anni dopo, aveva finalmente trovato un compagno che le aveva proposto una convivenza, era fuggita.
Aveva vissuto nascosta e rintanata per quasi cinquant’anni e non aveva abbastanza forza o disperazione per voler cambiare.
Le amicizie erano state la sua rete di salvataggio. Quando Caterina era mancata, Sonia da tempo le era subentrata nella proprietà del bar e si era presa cura di lei come e più di una figlia.
«Perché?» le aveva chiesto un giorno Sonia, mentre Caterina riposava su una sdraio all’ombra del ciliegio. «Perché quando sono arrivata qui mi hai aiutata?».
Caterina aveva sorriso. «Sono nata in una città di mare, e in mare i naufraghi vanno sempre salvati. Sempre».

La voce delle amiche distoglie Sonia dai ricordi: dalla casa di fronte stanno arrivando Elena e Maria, portando un vassoio con tre tazzine, una moka appena tolta dal fuoco e qualche biscotto. Camminano piano, passi brevi e incerti, attente a non cadere. Elena si appoggia al suo bastone, Maria le raccomanda di fare attenzione. Siedono accanto a Sonia e si godono il tepore del sole.
«Ho avuto una buona vita» dice Sonia sorbendo il caffè bollente, più a se stessa che alle amiche. «Sì ho avuto proprio una buona vita».


Questo racconto, insieme a molti altri, fa parte dell’antologia Noi e le altre. Storie di donne che non chiedono permesso (Calibano, 2026) a cura di Viviana E. Gabrini.

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Amante dei gatti e dei fiori a cui dedica molta cura, Carmen Cedrati dipinge paesaggi e nature morte di cui non è mai del tutto soddisfatta. Alle urla e ai modi sguaiati che la circondano, preferisce il silenzio, le buone maniere e le buone letture. ---------- Fond of cats and flowers, which she tends with great care, Carmen Cedrati paints landscapes and still lifes with which she is never entirely satisfied. To the shouting and coarse manners that surround her, she prefers silence, good manners and good books.

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