Non si sevizia un Paperino

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Thriller a tinte cupe e dai risvolti macabri, Non si sevizia un paperino è ambientato in un non meglio precisato paesino del sud Italia, che si intuisce essere collocato nelle Puglie, perché nel film si nominano Alberobello e Pugnochiuso (in realtà è stato girato a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia), ed è una delle cose migliori realizzate da Fulci. Una pellicola insolita, per un’epoca moralista e bacchettona come quella dei primi anni Settanta, che vedeva la Democrazia Cristiana alla guida dell’Italia e uno stuolo di giudici pruriginosi asserviti a un potere che assecondava la volontà della Chiesa.
Il film parla di bambini strangolati, affogati e barbaramente uccisi, e l’indagine condotta dalla polizia porta a sospettare prima dello scemo del paese, poi di una maciara (una specie di strega) e infine di Patrizia, una ragazza bella e ricca con problemi di droga. Alla fine si scopre che l’assassino è il prete, reso folle dal suo credo religioso portato alle estreme conseguenze. Il sacerdote non vuole che i ragazzi crescano e che si corrompano con il sesso e con la vita, ma che rimangano puri come da bambini, a giocare a calcio sul sagrato della chiesa.

La pellicola comincia con una donna che scava i poveri resti d’un bambino seppellito al bordo d’una strada. Si scoprirà solo in seguito che è suo figlio e che lei è considerata da tutti una maciara, una sorta di strega. Tre bambini del paese hanno profanato la tomba del figlio. Subito dopo una Fiat Cinquecento (simbolo di un’epoca) arranca per una salita e ne scendono due uomini e due donne (di sicuro prostitute) che entrano in una casa di legno per fare l’amore. Intorno alla casa ci sono i bambini del paese, che cercano di spiare il convegno amoroso, e lo scemo del villagio fa altrettanto. I bambini lo deridono e cominciano a cantare: “Lo scemo si fa le seghe …”. La camera si sposta di nuovo sulla maciara che sta facendo una specie di rituale vudù con bambolotti e spilloni. Altro cambio di scena e si passa alla sequenza incriminata del film, quella che tutti noi ragazzi degli anni Settanta ricordiamo con un misto di passione e di nostalgia: Barbara Bouchet (la ricca Patrizia) completamente nuda sdraiata su di un divano e un bambino che le serve la colazione. La sequenza è l’unica parte del film che contiene un alto grado di erotismo malsano. La donna incita il bambino più volte a guardarla, gli chiede quante ragazze ha avuto, domanda se gli piace il suo corpo, lo provoca. Barbara Bouchet è sensuale e maliziosa in questa scena che causò il sequestro del film. C’è chi dice che la produzione volle inserire la sequenza proprio per scatenare un caso e far salire l’interesse intorno alla pellicola, anche perché in sede di giudizio venne dimostrato che non era un bambino quello che recitava insieme alla Bouchet, ma un nano. Si trattava di Domenico Semeraro, “il nano della Stazione Termini” che faceva spesso il caratterista cinematografico e che venne ucciso negli anni Ottanta in un tragico fatto di cronaca (che venne poi narrato, con i nomi cambiti, nel film L’imbalsamatore di Matteo Garrone, 2002, ndr). In realtà quello del bambino fu solo un pretesto per sequestrare un film che i cattolici vedevano come il fumo negli occhi per via del messaggio che trasmetteva.
La trama in questa prima parte pare confusa ma non lo è: ogni scena ha la sua importanza e getta i fili di sospetti e sottotrame che si ricollegheranno successivamente fino al sorprendente finale.

L’ambientazione della pellicola è a dir poco perfetta. Pare di fiutarne gli odori e di toccarlo con mano, questo estremo sud depresso e in preda a superstizioni e diffidenze. Fulci descrive pure la vita quotidiana del pese con pennellate da vero maestro. Tutto questo sino al primo delitto, l’assassinio di un bambino che viene trovato strangolato nel bosco. Quando suo padre riceve una ridicola richiesta di riscatto di soli sei milioni, il primo a sospettare che si tratti di un mitomane è un giornalista (un irriconoscibile Tomas Milian senza barba e privo del suo aspetto da trucido). In breve si arriva all’arresto dello scemo del paese, che viene tradotto in carcere mentre grida che il bambino era già morto e che non è stato lui a ucciderlo. Prima la folla aveva tentato di linciarlo. Fulci a questo punto ci fa conoscere don Alberto Mallone, il prete del paese. interpretato da un giovanissimo Marc Porel, intento a pregare sulla tomba del bambino ucciso.
Si scopre che lo scemo è innocente quando viene rinvenuto in un lavatoio il corpo strangolato di un secondo bambino che, come il primo, non presenta tracce di sevizie. Di nuovo la camera di Fulci insiste sulla maciara e sui malefici riti con i bambolotti e gli spilloni. Il parroco confessa al giornalista di conoscere bene tutti i bambini del paese: gioca persino a calcio con loro sul campetto dietro la chiesa. Si lascia andare a una critica dei tempi moderni, così tristi e senza morale, con la gente che va al cinema, guarda la televisione e compra giornali osceni. La figura di questo prete retrogrado e moralista è un segno dei tempi e Fulci critica, con un personaggio quasi caricaturale, un certo modo di intendere religione e morale. Il prete aggiunge pure che, grazie a lui e al suo amico edicolante, “certe riviste” non arrivano in paese. Quando passa Patrizia (Barbara Bouchet), che indossa una sgargiante minigonna rossa, il prete è in forte imbarazzo, il giornalista ironizza che con lei in paese la morale è in pericolo e la ragazza si prende gioco di don Alberto chiedendo quand’è che i preti potranno sposarsi.

Patrizia è una ragazza di buona famiglia, ricca ma viziosa, presa in certi giri di droga e che il padre ha spedito al paesello per tenerla sotto controllo. Certo che la sua presenza moderna e provocante contrasta in modo palese con lo stile di vita degli abitanti del posto. Patrizia diventa amica del giornalista e si confida con lui, ma quando muore strangolato nel bosco un terzo bambino la polizia incomincia a sospettare di lei, che non ha un alibi per la notte dell’omicidio. Tra l’altro il bambino che muore è proprio quello che l’ha vista nuda e che il giorno prima aveva fatto un disegno in cui ritraeva le forme di una ragazza.

Le indagini subiscono una svolta improvvisa dopo il funerale del terzo bambino, quando una telecamera riprende la maciara mentre entra in chiesa dopo tutti e ne esce quando una donna del pubblico grida che l’assassino è tra di loro. Poi un mago locale, che tutti chiamano zio Francesco, conferma che la donna è una maciara, una che fa strani riti e stregonerie. Durante l’interrogatorio la maciara confessa di essere l’assassina e di aver mandato la morte sui tre bambini colpevoli di aver profanato la tomba del figlio. Però aggiunge che non ha strangolato nessuno, lei ha chiesto a zio Francesco come si faceva e ha inviato una maledizione sui ragazzi. Stupenda interpretazione di Florinda Bolkan che, tra l’altro, recita una scena di epilessia da manuale e dopo racconta la sua fattura di morte a base di spilloni e pupazzi. Procuratore e maresciallo comprendono che hanno a che fare con una pazza invasata e che non è lei l’assassina. La maciara viene liberata ma la superstizione popolare l’ha già condannata e, subito dopo, quattro uomini la massacrano a colpi di bastone e di catene di ferro. La scena dell’omicidio della maciara è una delle più violente e ben girate del film, cruda al punto giusto, realistica, credibile. Si intravede la bravura di un regista che in seguito sarà capace di realizzare capolavori di splatter e di gore. La donna muore nel cimitero del paese sotto i colpi violenti che la sfigurano e che le lacerano le carni mentre, per contrasto, una radio a tutto volume diffonde la voce di Ornella Vanoni mentre canta la romantica Quei Giorni Insieme a Te di Riz Ortolani.

Notevole pure la scena che riprende la maciara mentre si spinge a fatica fuori dal cimitero e va a morire sulla tomba del figlio. Il giudizio del procuratore è la dura accusa lanciata da Fulci: “Abbiamo costruito le autostrade ma non abbiamo sconfitto la superstizione”. A questo punto i sospetti si appuntano su Patrizia, e il regista è bravo a farlo credere sino in fondo, inquadrando la Bouchet prima mentre compra una bambola alla sorellina sordomuta del prete e poi mentre, a bordo della sua auto sportiva nel bosco, si fa aiutare da un bambino a cambiare una gomma. Nel frattempo don Alberto sta cercando lo stesso bambino: sa che è andato a spiare le prostitute che fanno l’amore (“Così giovane e già così corrotto” mormora). Il giorno dopo quel bambino viene trovato affogato nel fiume e sul luogo del delitto il giornalista recupera l’accendino d’oro di Patrizia (è un Cartier e soltanto lei in paese se lo potrebbe permettere). Pare che tutto sia contro la donna, persino l’amicizia che ha con zio Francesco, la sua passione per la magia nera e il brutto vizio di fumare marijuana. Però la svolta decisiva alle indagini è la testa di un Paperino ritrovata sul luogo del delitto, una testa di Paperino che Fulci utilizzerà ancora a mo’ di omaggio al suo film più famoso nel successivo Lo Squartatore di New York. Il Paperino è un pupazzo della sorella sordomuta del prete, una bambina di sei anni che ha visto l’assassino uccidere e quindi ha imitato la stretta al collo sul bambolotto, facendone cadere la testa. Donna Aurelia (un’Irene Papas sottoutilizzata), la madre del prete, ha paura e scappa sulle montagne per portare via la bambina da casa: sa che suo figlio è pazzo e che la ucciderebbe di sicuro. Don Alberto insegue la madre e le strappa la figlia per cercare di gettarla nel dirupo. Il finale è drammatico.
Patrizia e il giornalista arrivano in tempo per fermare il prete al culmine della sua follia religiosa. “Non posso lasciare che mi fermino, io li amo come fratelli e non abbandonerò i miei fratelli” dice mentre la bambina è nel vuoto. Il giornalista gli toglie la bambina dalle mani e, dopo una scazzottata finale che coinvolge pure Patrizia, è il prete che ha la peggio e precipita dal dirupo. Il folle don Alberto voleva impedire ai bambini di crescere e di avere una loro vita da adulti: il suo senso del peccato era così forte da sfociare in una follia omicida.

Un film notevole, sia per la forza e per la violenza esplicita di alcune scene (il massacro della Bolkan, i bambini uccisi…), sia per il messaggio critico verso una società provinciale e bigotta come quella italiana degli anni Settanta. Da non dimenticare una perfetta ambientazione in un realistico Sud Italia e una costruzione senza sbavature da thriller orrorifico che fa conoscere l’identità dell’assassino solo nelle ultime sequenze.

Riporto per intero il giudizio di Paolo Mereghetti: “Un film importante per la genesi del thriller italiano, in cui Fulci dimostra di conoscere perfettamente i meccanismi della paura; con in più il merito di discostarsi dai canovacci del cinema alla Argento, all’epoca già inflazionati, puntando invece sull’ambientazione insolita (con gli omicidi compiuti alla luce del sole) e su un’atmosfera morbosa tra sacro e peccato originale”. A Marco Giusti invece il film è piaciuto meno, forse perché, come spesso gli capita, non lo ha visto; infatti su Stracult scrive che la Bouchet interpreta una certa Barbara (che non esiste: è Patrizia), poi si lascia andare alla definizione di “thrillerone meridionalista ultragore su un serial killer di bambini nel profondo sud” che non si può condividere. Dov’è il gore in questa pellicola? Giusti insiste dicendo che la Bolkan viene “lapidata dai suoi compaesani”, e pure questo non è vero, perché la maciara è uccisa con bastoni e catene da quattro persone e non con un lancio di pietre nella pubblica piazza. Si va avanti con altre prelibatezze come quelle del prete “pedofilissimo”, mentre la pedofilia ci sta come il cavolo a merenda in una pellicola anni Settanta che non poteva occuparsi di un fenomeno al tempo sconosciuto. Ancora: “Fulci si scatena nella crudeltà e nell’eccesso” e pure questo non è vero. Il film presenta alcune scene violente ma del tutto funzionali e necessarie allo sviluppo della storia. L’unica cosa in cui concordiamo con Giusti è la necessità di procurarsi una VHS uncut per godere tutta la bellezza del film, dato che in televisione passa da anni una versione tagliatissima, ai limiti dell’inguardabile.

Il film viene stroncato pure da Morando Morandini, che bolla Fulci di “disonestà intellettuale nell’impiego della suspense, abuso di particolari orripilanti, sadomasochismo a piene mani, recitazione a ruota libera, disprezzo della logica”. Non condividiamo e preferiamo la tesi di Antonio Tentori, che definisce il film come “un racconto nero di uccisioni di adolescenti e di follia ossessiva”. Per Tentori “Fulci costruisce un giallo sui generis, inedito nel modo in cui affronta le tematiche della suspense e della paura”. Il critico romano conclude che è “geniale l’idea del peccato e della pena del contrappasso per l’adolescente colpevole di comportarsi come un adulto, così come è notevole la figura del prete assassino che uccide perché vuole conservare la purezza dei suoi bambini”.


Regia: Lucio Fulci. Soggetto: Lucio Fulci e Roberto Gianviti. Sceneggiatura: Lucio Fulci, Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici. Fotografia: Sergio D’Offizi. Musiche: Riz Ortolani. Montaggio: Ornella Micheli. Scenografie: Pier Luigi Basile. Produzione: Luciano Martino per Medusa. Distribuzione: Medusa. Interpreti: Tomas Milian (Andrea Martelli, il giornalista), Florinda Bolkan (la maciara), Barbara Bouchet (Patrizia), Irene Papas (Amalia, la madre del prete), Marc Porel (don Alberto Mallone, il prete), George Wilson (zio Francesco), Antonello Campodifiori (tenente), Ugo D’Alessio (maresciallo), Virginio Gazzolo (il procuratore), Rosalia Maggio (una mamma), Domenico Semeraro (il finto bambino che recita con la Bouchet nuda), Linda Sini, Andrea Aureli (i Lo Cascio), Vito Passeri, Franco Balducci (padre di Michele), Duilio Crociani (Mario). Genere: Thriller. Produzione: Italia, 1972.

Gordiano Lupi ha scritto Filmare la morte – il cinema horror e thriller di Lucio Fulci, in collaborazione con As Chianese (Edizioni Il Foglio, 2003).

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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