Rishi Dastidar – Neptune’s Projects [I progetti di Nettuno]

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Avreste dovuto vivere non solo sotto una roccia, ma sotto un’intera placca tettonica, per non aver sentito almeno qualche discussione sull’imminente crisi climatica globale. A questo problema si dedicano spesso scarse attenzioni in squallidi segmenti di notiziari sui litorali che stanno rapidamente scomparendo, o editoriali sull’ultimo fiasco di eco-proteste che contaminano l’arte in un museo locale o, nel peggiore dei casi, accese invettive sui social media. E mentre questi sforzi servono ai loro scopi, in quanto portano in primo piano nella coscienza collettiva (con percentuali di successo variabili) la gravità titanica della questione climatica, il cittadino medio si sente impotente, sopraffatto dalla gravità della questione oppure si stanca delle notizie.
Sembrerebbe che, sia per gli attivisti ecologici che per i cittadini preoccupati, sia necessaria una strategia diversa e, come dimostra Rishi Dastidar con I progetti di Nettuno, e che quella strategia potrebbe benissimo risiedere nell’umorismo.

La terza raccolta di poesia di Dastidar può essere suddivisa in quattro segmenti principali. Inizia con le riflessioni di un Poseidone scoraggiato e castrato, uno i cui giorni migliori sono apparentemente alle spalle. Questo dio dell’acqua non vuole la nostra comprensione, però. Desidera invece portarci in una sorta di viaggio, oltre quelle coste che si allontanano (“Volumi di scambio”), lungo le spiagge degli innamorati (“Inalare il mare”) fino ai punti di alta marea (“Kelpie”) e giù fino alle acque dell’oceano nadir (“Champagne del naufragio”), in modo da mostrare i nostri fallimenti della nostra civiltà. Molti nemici sono in agguato. Gli iperoggetti – a cui le poesie del libro, suggerisce il sottotitolo, fungono da ballate – incombono in lontananza e in primo piano.

Un’abbondanza di allusioni ecologiche e mitologiche si presenta durante questa prima tappa del viaggio. Alcune ti fissano dritto in faccia. Altre si nascondono piacevolmente sotto la superficie. Con una grande rilevanza data allo stato disastroso dei nostri mari e dell’ambiente, il tono rasenta rapidamente la disperazione in poesie come “Monodie per l’Antropocene”:

 l’ultima marea che loro – noi
saremo in grado di scansare; inevitabile gorgogliante prevedibilità  

sostituita da una statica, soffocante confusione –
eppure gli stagni uccidono meno romanticamente delle onde.

o “Al vertice della catena alimentare”:

eppure, non avete fatto niente: se non far squillare
moniti a cambiare tutto. Sono contento: come se 

aveste il diritto divino a dimorare  per sempre
su questo pianeta. Le specie vanno e vengono, 

uscite dai vostri schemi. Scommetto che nemmeno i dinosauri
avrebbero voluto sparire nella tivù dei ragazzi.

Eppure questa sezione è quella in cui Dastidar offre alcuni dei suoi migliori componimenti, temperando questa pesantezza con un gradevole umorismo. L’immagine di Nettuno che soffoca in un vortice di anatre, ad esempio (“Sentendosi acquamarina”), è tanto patetica quanto esilarante, e altrettanto divertente è la sua terribile prova di una visita a una galleria d’arte in “Il casco di cemento di Nettuno” (questo approccio non è molto meglio che gettare la zuppa su un Van Gogh?) Le modalità stilistiche di poesie come “Pianeta nuovo, chi sei?” offrono una commedia in una modalità frenetica e giocosa che spezza il senso pervasivo di collasso ambientale e sociale.

La raccolta fa una piccola deviazione nella sua seconda sezione, “Pretanic”, per passare all’ambito più ristretto della politica britannica. Dastidar utilizza questi testi per esplorare temi forti dell’antimperialismo, con modi correlati o no alla conservazione ambientale. La più fruttuosa di queste poesie, come “Sparuta isoletta”, spiega questi temi con un’impressionante espansività metaforica e talvolta presenta in maniera sagace frammenti di immagini legate all’oceano, che aiutano a mantenere un insieme coeso. Tuttavia, poesie brevissime come “Nazione impossibile” e “Mangiando popcorn all’apocalisse” evitano questo tipo di sfumatura e optano per un umorismo  che, sebbene sia ancora divertente, pare essere soprattutto una personale condanna del poeta alla storia della Gran Bretagna,  piuttosto che  una mitizzazione new age. Tuttavia, la strofa finale deliziosamente assurda della poesia “L’età esagerata” compensa in gran parte qualsiasi kitsch haiku o battute viste prima:

che cerca d’empire l’infinito ma non c’è nulla
più tonificante del bere dal tubo antincendio
mentre il quinto cavaliere appiattisce lentamente
il suo cavallo in un hamburger per una consegna. 

Per la terza sezione, Dastidar ci conduce alla componente tematica “Viene la crisi o la guerra”, che introduce un ottimismo umanistico apprezzabile in questa parte. Uno dei segni di un grande umorismo forcaiolo intenzionale o edificante è la sua capacità di informare prima il lettore di tutto ciò che non va, fargli provare vera disperazione o disagio, e quindi offrire un barlume di speranza o qualcosa di perseguibile. Qui, Dastidar fa proprio questo, spostandosi verso una consegna concisa e didattica. Prende in prestito il contenuto dalla versione inglese di un opuscolo svedese sui preparativi in tempo di guerra (una vera chicca), con l’idea di guidare i lettori attraverso una quasi resistenza, se dovessero aver bisogno di sopravvivere dopo l’apocalisse. Poesie come “La tua preparazione all’emergenza”, “In caso di terrore” e “Suggerimenti per la casa” hanno quel vigore poetico sufficiente per resistere al ricadere nei semplici copioni didattici da cui provengono. All’inizio sembra prevalere un tono ironico, ma alla seconda e alla terza lettura si rivela una ponderata continuità nel contenuto e nella forma intesa a spostarci da un luogo di paura a un luogo di emancipazione. Di conseguenza, è coerente che la prima poesia della sezione consideri calamità come “clima impazzito e attacchi informatici” e la poesia finale della sezione (“spazi prottetivi”) si concluda con versi confortanti e antidoti:

siete necessari
[…] numeri importanti
raccolti in un sol luogo 

Provvisti di (o delusi da) un nuovo senso di responsabilità, alla fine siamo portati attraverso una barca, poi un dau*, al finale della raccolta. La voce arguta e laconica di Nettuno riaffiora. Siamo fatti per riflettere sull’apocalisse e sul Novacene. Ma la vera star dello spettacolo è la poesia conclusiva, “Neptune Clough”**. Dastidar riunisce tutti i fili principali della silloge facendo sostituire a Nettuno l’allenatore di una squadra di calcio e tentando di riformare la squadra. Il testo si estende solo su una pagina, ma vede Nettuno motivare i suoi giocatori con “candelotti di gin” e finalmente riguadagnare parte della sua antica gloria quando la sua squadra vince. È un momento sentito per Nettuno, poiché vediamo questa figura oppressa riguadagnare un po’ del potere di cui è stato privato. Inoltre, il lettore può condividere questa esperienza di catarsi, avendo oscurato Nettuno in tutto il libro. Sembra una vittoria per entrambi.

Con I progetti di Nettuno, Rishi Dastidar mostra una visione – un grande viaggio antropocenico – e c’è molto da vedere lungo la strada: Lorelei, boom sonici, Modern Britain (in tutta la sua ignominia), preparativi per il giorno del giudizio, scansioni CT, bar all’aperto, reti di plancton, leoni marini che applaudono, convocazioni di WhatsApp con Gaia, celebrazioni trionfanti del secchiello del ghiaccio. Dastidar sa come mantenere grande freschezza verbale ed essere riconoscibilementre comunica un messaggio importante sull’imminente disastro climatico. A tal fine, i riferimenti di cui costella I progetti di Nettuno, siano essi ad Alexander von Humbolt, o a Salammbô, o alll’Inferno di Cristallo, sono abbastanza ficcanti da aggiungere profondità e fascino senza sentirli forzati. Inoltre, la varietà stilistica delle poesie mantiene la lettura coinvolgente. I risultati più  pregevoli nel libro in esame derivano dalla sua padronanza del tempismo e della strutturazione della commedia (ci sono numerosi richiami arguti), ma anche dal tracciare un nuovo territorio linguistico. Preziose immagini, vere e proprie piccole gemme,  come “rocce di zucchero di canna” (“Le Plongeoir”) e “segugi che inseguono la volpe della complessità” (“Il libro dei morti della Brexit”), elevano l’opera e mostrano che c’è  nei progetti di Nettuno ben più che la semplice commedia e una morale cruciale.

Se c’è una piccola cosa che il lettore potrebbe trovarsi a desiderare, sono – togliere virgola –  i cattivi specifici. Dastidar prende di mira molti gruppi lungo la strada: compagnie petrolifere, reti di notizie, robot del venerdì, crammer. Ma quali compagnie petrolifere? Quali robot IA? Diavolo, quali crammers? Nessun poeta vuole una causa per diffamazione, sicuramente, ma ci sono così tanti delinquenti di prim’ordine là fuori – molti dei quali sono stati misteriosamente licenziati per le loro stesse accuse penali (tosse BP tosse***) – che non c’è quasi nessun rischio in additandone solo alcuni. Ciò potrebbe forse mettere a rischio un po’ della leggerezza che Dastidar persegue giustamente con questa raccolta, ma i movimenti nascono non da un capro espiatorio generale,  ma da una coscienziosità diretta, diciamo così. Attraverso il suo Nettuno antropomorfo, Dastidar, infatti, fa sapere che tutti sono il problema, che, per impostazione predefinita, include i cittadini preoccupati e gli attivisti che lavorano per cambiare queste circostanze. Non ho potuto fare a meno di sgonfiarmi un po’, anche se sono stato intrattenuto nel processo di tale deflazione.

Tutto sommato, I progetti di Nettuno sono coraggiosi. È un libro risonante. È bizzarro. È effervescente. Ma soprattutto, è una lettura audace e urgente per una popolazione globale in crisi. Complimenti, Rishi Dastidar.


Traduzione dall’inglese di Emilia Mirazchiyska, revisionata dalla redazione di Inkroci.
(I versi della poesia “Monodie per l’Antropocene’’ sono stati tradotti in italiano da Emilia Mirazchiyska e sono revisionati da Andrea Sirotti; i versi della poesia “Al vertice della catena alimentare’’ sono nella traduzione di Andrea Sirotti e quelli delle poesie “L’età esagerata’’ e “spazi prottetivi’’, sono a cura di Corrado Aiello).


*Il dau (adattamento dell’inglese dhow o dow e da questi dall’arabo dāw) è una tradizionale barca a vela araba con una o più vele latine. È tipica delle coste della Penisola arabica, dell’India, e dei popoli swahili dell’Africa orientale.

**Si riferisce a Brian Clough, uno dei più noti allenatori di calcio inglesi.

*** Sembra riferirsi alla compagnia British Petroleums, tra due imbarazzati colpi di tosse.


Recensione originale:

Neptune’s Projects
Reviewed by Aaron Barry

You’d have to have been living under not only a rock, but something of a whole tectonic plate, n ot to have heard at least some discussion of the imminent global climate crisis. Typically, this discussion manifests in dreary news broadcast segments about rapidly vanishing shorelines, or op-eds about the latest art-defilement-slash-eco-protest fiasco at a local museum, or, at the worst of times, heated social media rants, complete with firestorm comment sections. And while these efforts do serve their purposes, in that they bring to the forefront of the collective consciousness (with varying success rates) the titanic gravity of the climate issue, they’ve begun to overwhelm the average citizen. It’s not uncommon to see lip service paid to these sorts of warnings (just read some of the feedback in those comment sections!) – and this might distress the big-picture types out there who would simply wish to sound the proverbial alarm before it’s too late. It would appear that, for ecological activists and concerned citizens alike, a different strategy is needed, and, as Rishi Dastidar proves with Neptune’s Projects, that strategy may very well lie in humour.

Dastidar’s collection can be broken down into four primary segments. It begins with the ruminations of a despondent, neutered Poseidon – one whose best days are seemingly behind him. This water god does not want our sympathy, though. He instead wishes to take us on a voyage of sorts, past those receding shores (“Trade volumes”), along lovers’ beaches, (“Inhale the sea”) up to highwater marks (“Kelpie”), and down to the ocean’s nadir (“Shipwreck champagne”), so that he might show us our civilizational failings. Many enemies lie in wait. Hyperobjects  – to which the book’s poems, suggests the subtitle, serve as ballads – loom large in the distance and the foreground.

An abundance of ecological and mythological allusions present themselves during this first leg of the journey. Some stare you straight in the face. Others hide pleasantly below the surface. With a great deal of consideration being given to the dire state of our seas and environment, the tone quickly verges on despairing in poems like “Monodies for the Anthropocene”:

the last tide they – we – will
be able to dodge; inevitable gurgling predictability 

replaced by a static, choking confusion –
still ponds kill less romantically than waves do.

or “Top of the food chain”:

and yet you did nothing: sound various
alarms, change damn all. I’m glad: as if  

you had some divine lease to stay on
the planet forever. Species come, go,  

get over yourselves. I bet the dinosaurs
didn’t want to disappear into kids’ TV either.

Yet this portion is where Dastidar does some of his best work, carefully tempering this heaviness with much-welcomed humour. Imagery of Neptune choking on a vortex of ducks, for example (“Feeling aquamarine”), is as pathetic as it is hilarious, and equally funny is his utter ordeal of a visit to an art gallery in “Neptune’s concrete crash helmet” (isn’t this approach so much better than throwing soup on a Van Gogh?) The stylistic curveballs of poems like “New planet who dis?” offer comedy in a frenetic, playful mode that breaks up the pervading sense of environmental and social collapse.

The collection takes a bit of a detour in its second section, “Pretanic,” to move to the more limited scope of the British political. Dastidar uses these pieces to explore strong themes of anti-imperialism, in ways both related and unrelated to environmental conservation. The more fruitful of these poems, such as “Tight Little Island,” spell these themes out with impressive metaphorical expansiveness, and sometimes feature clever bits of ocean-related imagery, which helps maintain a cohesive whole. However, pieces like “Impossible nation” and “Eating popcorn at the apocalypse” eschew this kind of nuance in place of one-note humour that, while still funny, comes off less like new-age mythologizing and more like the poet’s personal condemnations of Britain’s history. Still, the deliciously absurd ending stanza of this section’s “Overblown Age” largely makes up for any haiku kitschiness or seen-it-before wisecracks:

that tries to fill infinity but there is nothing
more invigorating than firehose drinking
while the fifth horseman slowly flattens
his horse into a burger for a delivery.

For the third act, we’re whisked along to the “Crisis or War Comes” component, which introduces a humanistic optimism that’s appreciated at this juncture. One of the marks of great purposeful or edifying gallows humour is its ability to first apprise the reader of everything that’s wrong, make them feel true despair or discomfort, and then offer a glimmer of hope or something actionable. Here, Dastidar does just that by shifting toward a terse, didactic delivery. He borrows content from the English version of a Swedish brochure on wartime preparations (bit of a mouthful), with the idea of guiding readers through a quasi-resistance, should they need to survive after the apocalypse. Poems like “Your emergency preparedness,” “In the event of terror,” and “Home tips” have just enough poetic vigour to resist lapsing back into the mere instructional scripts they come from. There may be irony at first, but second and third readings reveal a thoughtful continuity in subject matter and formatting meant to deliver us from a place of fear to a place of enfranchisement. Consequently, it’s only fitting for the first poem of the section to consider calamities such as “extreme weather and IT attacks,” and the final poem of the section (“protective spaces”) to end on the comforting, antidotal lines: 

you are needed
[…]
important numbers
collected in one place 

Equipped with (or deluded by) a fresh sense of agency, we’re ultimately taken by way of a barque, later, a dhow, to the collection’s finale. Neptune’s witty, laconic voice resurfaces. We’re made to ponder the apocalypse and the Novacene. But the real star of the show is the concluding poem, “Neptune Clough.” Dastidar brings together all the main threads of the collection by having Neptune replace a football club manager and attempt to reform the team. The piece only spans one page, but it sees Neptune motivate his players with “candlestick[s] of gin” and finally regain some of his former glory when his team wins. It’s a heartfelt moment for Neptune, as we see this downtrodden figure given back just a little of the power he’s been stripped of. As well, the reader gets to share in this experience of catharsis, having shadowed Neptune throughout the book. It feels like a win for both.

With Neptune’s Projects, Rishi Dastidar has a vision – a grand Anthropocenic journey – and there’s much to see along the way: Lorelei, sonic booms, Modern Britain (in all its ignominy), doomsday preparations, CT scans, open-air bars, networks of plankton, clapping sea lions, WhatsApp convos with Gaia, triumphant ice bucket celebrations. Dastidar knows how to keep things fresh and relatable while communicating an important message of impending climate disaster. To this end, the references he makes throughout, be they to Alexander von Humbolt, or Salammbô, or Towering Inferno, are thoughtful enough to add depth and charm without feeling forced. As well, the stylistic variety of the poems throughout keeps things engaging. Dastidar’s most impressive accomplishments in the book stem from his mastery of the comedic timing and structuring (there are numerous clever callbacks), but also from those moments when he charts new linguistic territory. Little gems of imagery, like “rocks of demerara sugar” (“Le Plongeoir”) and “bloodhounds chasing complexity’s fox” (“The Brexit Book of the Dead”), elevate the collection and show that there’s more to Neptune’s Projects than just comedy and a crucial moral.

If there’s one small thing the reader might find themselves wanting for, it’s specific villains. Dastidar takes aim at many groups along the way – oil companies, news networks, Friday robots, crammers. But which oil companies? Which AI robots? Hell, which crammers? No poet wants a defamation lawsuit on their hands, surely, but there are so many first-rate offenders out there – many of whom have been mysteriously let off on their own criminal charges (cough BP cough) – that there’s next to no risk in calling just a few out. This would perhaps jeopardize some of the levity that Dastidar rightly pursues with this collection, but movements are born not of general scapegoating but of directed conscientiousness, let’s call it. Through his anthropomorphic Neptune, Dastidar, in fact, makes it known that everyone is the issue, which, by default, includes the concerned citizens and activists out there working to change these circumstances. I couldn’t help but just a touch deflated at this, even if I was entertained in the process of such deflation.

All told, Neptune’s Projects is plucky. It’s resonant. It’s waggish. It’s sting-your-tongue effervescent. But most of all, it’s bold, urgent reading for a global population in crisis. Well done, Rishi Dastidar.

An easier form, if this reads a little clunkily:

“You’d have to been living under a rock — or, perhaps, a whole tectonic plate — not to have heard…”

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Aaron Barry è un poeta emergente e insegnante ESL di Vancouver, Canada. I suoi lavori sono apparsi in oltre cinquanta pubblicazioni, tra cui Modern Haiku Magazine, BarBar, Cathexis, NiftyLit, Red Noise Collective, Oubliette Magazine (in traduzione italiana) e la sua prima raccolta di poesie, "eggplants & teardrops: a haiku collection", è stata pubblicata lo scorso anno (2022). È co-editore del Prune Juice Journal. * * * Aaron Barry is an emerging poet and ESL teacher from Vancouver, Canada. His work has appeared in over fifty publications, including Modern Haiku Magazine, BarBar, Cathexis, NiftyLit, Red Noise Collective, Oubliette Magazine (in Italian translation) and his debut poetry collection, "eggplants & teardrops: a haiku collection", was released last year (2022). He is co-editor of Prune Juice Journal.

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