James Baldwin – La prossima volta il fuoco

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Quando nel 1963 James Baldwin pubblicò La prossima volta il fuoco – in originale The Fire Next Time – l’America era una casa costruita sopra una faglia. Le pareti reggevano ancora, ma il pavimento vibrava: Birmingham bruciava[1], i cani della polizia mordevano carne nera e nelle chiese si pregava un Dio che sembrava aver scelto un solo colore. Baldwin non scrisse un trattato. Scrisse una lettera e un sermone, con il tono di chi ama troppo il proprio Paese per lasciarlo mentire a se stesso.

Il libro è composto da due testi: una breve lettera al nipote adolescente nel centenario dell’Emancipazione, e un saggio più ampio su religione, nazione e identità, ma in realtà si tratta di un unico movimento del cuore. Baldwin non accusa soltanto il razzismo come sistema politico; lo smonta come illusione morale. Dice all’America: il problema non sono i neri, ma l’idea di “bianchezza” che vi siete costruiti per non guardare la vostra paura. È un’analisi che non concede alibi. Non c’è odio nelle sue pagine, ma una lucidità che brucia. Il “fuoco” del titolo non è solo la minaccia biblica di un castigo: è il rischio di una resa dei conti che può distruggere tutto.

All’uscita, The Fire Next Time ebbe un impatto immediato e quasi sismico. Scalò le classifiche, fu discusso nei salotti e nelle università, citato dai leader del movimento per i diritti civili e temuto da molti ambienti conservatori. Baldwin divenne una delle voci più ascoltate e più controverse dell’epoca. Anche perché non parlava come un ideologo, né come un predicatore tradizionale, ma come un testimone: cresciuto ad Harlem, figlio di un patrigno severo e appartenente a una comunità religiosa, conosceva dall’interno sia la fede, sia la rabbia. E osava dire che la questione razziale era il cuore irrisolto dell’identità americana. Non una questione di minoranze, ma la questione fondativa della nazione.
Il libro esce pochi mesi prima della Marcia su Washington e del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King Jr.. Ma Baldwin non si colloca nel registro del sogno: la sua è una veglia. Avverte che l’integrazione non è solo un fatto giuridico, ma un travaglio psicologico collettivo. Se l’America non riconosce la propria storia di violenza e sfruttamento, continuerà a riprodurla. La segregazione può cambiare forma, ma non scomparire.

A distanza di oltre sessant’anni, il libro non appare datato. Al contrario: sembra scritto ieri.
Dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, le piazze statunitensi si sono riempite di nuovo. Le immagini dei corpi neri uccisi, le proteste del movimento Black Lives Matter, le polarizzazioni politiche sempre più radicali hanno riportato Baldwin al centro del dibattito pubblico. Molti hanno riletto le sue pagine come una diagnosi ancora in corso: il razzismo non è un incidente della storia americana, ma una sua componente strutturale, che muta linguaggio senza perdere sostanza.
Tuttavia l’attualità di Baldwin non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa – e in Italia – il discorso sulla razza è spesso mascherato da discorso sull’emergenza, sulla sicurezza, sull’integrazione. Anche i fatti di cronaca recente – aggressioni a sfondo razzista, tensioni nei quartieri periferici, linguaggi politici che trasformano l’altro in minaccia – mostrano quanto fragile sia la convivenza quando non ci si interroga sulla propria mentalità coloniale, le proprie gerarchie implicite, i propri privilegi invisibili. Baldwin avrebbe riconosciuto questo meccanismo: la costruzione di un nemico serve a evitare il confronto con la propria paura.

C’è un punto centrale nel saggio che ancora oggi colpisce: Baldwin afferma che la liberazione dei neri e la liberazione dei bianchi coincidono. Il razzismo disumanizza chi lo subisce, ma imprigiona anche chi lo esercita. È un sistema che riduce l’umanità a ruoli fissi – vittima e dominatore – impedendo a entrambi di diventare pienamente adulti, moralmente responsabili. Questa intuizione risuona in un’epoca in cui le identità sembrano irrigidirsi, trasformandosi in bandiere, in trincee.
Ma Baldwin dedica pagine cruciali anche all’incontro con la Nation of Islam e con Elijah Muhammad. Ne riconosce la forza magnetica, la disciplina, la capacità di restituire dignità e orgoglio a uomini neri umiliati per generazioni. Comprende profondamente perché molti afroamericani trovino in quel messaggio una risposta alla violenza subita, ma non si ferma lì. Perché rifiuta l’idea di un rovesciamento speculare: se il razzismo bianco ha costruito un mito di superiorità, non basta invertire i segni e proclamare una superiorità nera. Sarebbe lo stesso meccanismo, solo a ruoli (e colori) invertiti. La logica dell’odio resterebbe intatta.

È in questo punto che la sua analisi diventa più radicale: il problema non è solo storico o politico: è antropologico. Il razzismo nasce da una paura primordiale dell’altro, da un bisogno di definire se stessi attraverso un nemico, da una fragilità che cerca sicurezza nella gerarchia. Baldwin intuisce che l’essere umano tende a costruire identità rigide per non affrontare il caos della propria vulnerabilità.
Non assolve i bianchi, tutt’altro: è chiarissimo nel dire che il sistema razziale americano è stato creato dai bianchi e a loro esclusivo beneficio. Ma aggiunge qualcosa di più inquietante: la tentazione di disumanizzare l’altro è una possibilità sempre presente nella struttura stessa dell’essere umano.
È questo che rende il libro ancora più attuale. Quando oggi, negli Stati Uniti come in Europa, si assiste alla radicalizzazione dei discorsi identitari, alla costruzione di comunità chiuse che si definiscono solo contro qualcuno, Baldwin risuona con una forza sorprendente. Ci ricorda che il risentimento può essere comprensibile, ma che non è automaticamente liberatorio. Se si limita a cambiare segno, resta prigioniero della stessa logica.

La sua posizione è rischiosa, perché rifiuta la comodità delle tifoserie. Baldwin non è equidistante, perché è un moralista nel senso più alto del termine. Crede che la liberazione passi attraverso un riconoscimento reciproco dell’umanità, anche quando è doloroso.
In fondo, la sua tesi più destabilizzante è proprio questa: il problema razziale non si risolve solo cambiando leggi o rapporti di forza, si risolve affrontando la paura che abita ogni essere umano quando incontra ciò che non controlla. Ed è anche per questo che La prossima volta il fuoco continua a bruciare: non parla soltanto dell’America del 1963. Parla di noi, della nostra fragilità identitaria, della facilità con cui possiamo trasformare una ferita in una bandiera.
Ed è un libro che parla di responsabilità. Non propone soluzioni, non offre programmi politici dettagliati, fa qualcosa di più inquietante: ci pone davanti a uno specchio. Chiede a chi legge di guardarsi senza scuse. E suggerisce che la storia non è un archivio chiuso, ma una materia viva, pronta a incendiarsi se viene ignorata.

Forse il motivo per cui continua a essere letto, discusso, citato è che Baldwin non scrive contro qualcuno: scrive per un futuro possibile. Il fuoco, nel suo titolo, non è soltanto distruzione: è anche luce. Sta a noi decidere se usarlo per bruciare o per vedere.


[1] Birmingham, città nel cuore dell’Alabama, una città che incarnava la violenza strutturale della segregazione nel Sud degli Stati Uniti. E che divenne uno dei simboli più drammatici della lotta per i diritti civili. Nel 1963, lo stesso anno di pubblicazione del libro di James Baldwin, fu teatro di manifestazioni contro la segregazione razziale organizzate dal movimento guidato da Martin Luther King Jr. Le immagini della polizia che usava cani e idranti ad alta pressione contro i manifestanti, molti dei quali adolescenti, fecero il giro del mondo. Pochi mesi dopo, un attentato del Ku Klux Klan contro la Chiesa Battista della Sedicesima Strada in cui perirono quattro bambine afroamericane che si trovavano lì per la scuola domenicale.
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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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