PIL (Public Image Ltd) – Album

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Sai quei dischi che, quando li ascolti, ti chiedi: Ma com’è possibile che questa cosa esista davvero? Ecco, Album dei PIL è uno di quelli. È un disco che non nasce da una band tradizionale, ma da un’idea precisa di John Lydon: rimettere in moto i Public Image Ltd in un momento d’impasse, costruendo un’opera muscolare e internazionale, capace di suonare allo stesso tempo contemporanea e spiazzante. Per farlo sceglie Bill Laswell, uno dei produttori più visionari e imprevedibili degli anni ’80, non per consegnargli le chiavi di casa, ma per usarne la rete, l’immaginazione e l’orecchio globale. È una sorta di “costruiamo qualcosa che nessuno si aspetta”. E Laswell, che non è tipo da tirarsi indietro, risponde mettendo in campo una costellazione di musicisti fuori scala: Tony Williams, Ginger Baker, Steve Vai, Ryuichi Sakamoto, Jonas Hellborg, Bernie Worrell – gente che normalmente non si trova nemmeno nella stessa galassia, figurarsi nello stesso album, e che qui diventa materia sonora al servizio di un progetto voluto, guidato e incarnato dalla voce e dalla visione di Lydon.
Il risultato è un disco che non è punk, non è rock, non è jazz, non è funk, non è world music, non è elettronica… eppure è tutte queste cose insieme, fuse in un organismo sonoro che non assomiglia a niente di precedente o di successivo. Un disco nato in fretta, con musicisti che entravano in studio, ascoltavano una base e registravano in una o due take. È un disco in cui Tony Williams suona come se stesse combattendo un demone, Ginger Baker sembra un tamburo umano posseduto e Steve Vai si comporta come un alieno che ha scoperto la chitarra cinque minuti prima ma la suona già meglio di tutti.
È un disco irripetibile, perché non c’era una band, non c’era un piano, non c’era un genere – c’era solo un’idea: facciamo qualcosa che non esiste ancora. E ci sono riusciti.

FFF apre il disco come un pugno nello stomaco. Alla batteria c’è Ginger Baker, ma non il Baker dei Cream o degli Air Force: qui è asciutto, tribale, quasi afro‑punk. Il basso di Jonas Hellborg è una sega circolare. Lydon declama più che cantare, come un predicatore industriale. È un brano di una potenza incredibile che ti dice subito: Dimentica tutto quello che sai sui PIL e ascolta.
Rise, il pezzo più famoso del disco, è uno dei più belli della carriera di Lydon. Qui la batteria è di Tony Williams, e si sente: il groove è elastico, nervoso, pieno di micro‑spostamenti. Steve Vai ricama linee melodiche che sembrano venire da un’altra dimensione. E il suono solenne e quasi marziale del brano è quello delle cornamuse scozzesi, suonate da Jim Walker – non è un dettaglio ornamentale: contribuisce in modo decisivo all’atmosfera epica e straniante del brano. Il ritornello Anger is an energy, enunciato con tono declamatorio, è un mantra che ti resta addosso e il cui senso viene amplificato proprio dalla presenza delle cornamuse.
Fishing è un brano che sembra un incubo funk: basso e batteria si inseguono come due animali in una giungla sintetica. Lydon è sarcastico, velenoso, quasi teatrale. È uno dei pezzi più “Laswelliani”: denso, viscoso, ipnotico. Una sorta di hard-funk aggressivo e irresistibile.
Con Round il disco si fa più oscuro, più dub, più “notturno”. La produzione è tutta atmosfera: delay, riverberi, bassi profondi. Lydon sembra parlare dall’interno di un bunker. È un brano che non esplode mai, ma che ti tiene sospesi fino alla fine. Sembra che non accada nulla, ma i contrappunti musicali gli cuciono addosso un’atmosfera suggestiva che resta impressa.
Bags è un pezzo nervoso, quasi claustrofobico. La batteria è un continuo rimbalzo, il basso una linea serpentina. Steve Vai entra ed esce come un fantasma elettrico. È uno dei brani più “scomodi” del disco, ma anche uno dei più affascinanti. Sembra una spirale senza fine che avvita la canzone su se stessa in un crescendo convulsivo.
Poi arriva Home. Qui il disco si apre un po’, come se entrasse aria. La chitarra di Vai è più melodica, quasi lirica. Lydon è meno aggressivo, più riflessivo. È un brano che mostra quanto Album sia anche un disco emotivo, non solo concettuale.
Ease è il gran finale, con Ginger Baker di nuovo alla batteria. È un brano lungo, ipnotico, costruito su un groove che sembra un rito tribale. Lydon è in modalità sciamano urbano, e Vai fa un assolo che non è un assolo, ma una spirale sonora. È il pezzo che più di tutti rappresenta l’essenza del disco: un rituale futurista, un incrocio impossibile di mondi che non s’incontreranno mai più. Ma che fanno di questo disco una delle esperienze più indimenticabili degli anni Ottanta. 

Album è un disco che non si può spiegare con un genere. È un esperimento riuscito, un incidente felice, un laboratorio sonoro in cui un punk iconoclasta, un produttore visionario, due dei più grandi batteristi della storia, un chitarrista extraterrestre e una manciata di geni laterali si sono trovati nello stesso posto, nello stesso momento, e hanno creato qualcosa che non si poteva replicare. È un disco che non chiede di essere capito: chiede solo di essere ascoltato con curiosità e senza pregiudizi. Perché è PIL fino ad un certo punto, ma è Lydon al massimo delle sue possibilità.
E proprio per questo, in un decennio che spesso si rifugiava in formule radiofoniche e suoni standardizzati, Album resta uno dei lavori più audaci e riusciti degli anni Ottanta: un disco che rifiuta il compromesso, che non insegue il mercato ma lo sfida, e che ancora oggi suona più libero di molta musica nata per sembrare moderna.
Irrinunciabile.

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