Machar mi perdonerà certamente se gli rubo una frasetta. Del resto spero che non se ne accorga e che, se anche se ne accorgesse, non vorrà sporcarsi le mani con me per qualche parolina.
Dal momento che finora nessun quotidiano è riuscito a spiegarmi che cosa sia un feuilleton, ho provato a scrivermene uno. Qualcosa che si possa leggere al mattino, facendo colazione, quando si sta ancora sbadigliando, e nel pomeriggio, quando dopo pranzo ci si abbandona beatamente su un morbido divano. Una specie di chiacchierata nella quale si può saltare mezza colonna senza sentirne la mancanza.
Míťuška mi ha preso in giro, perché non ha una grande opinione delle mie capacità per quanto riguarda la letteratura. Un po’ anche per ripicca, perché non me ne sto inginocchiata in sacra venerazione davanti al suo “buon soldato Švejk”. È il suo primo libro, e per questo è così terribilmente pieno di sé. Mi gira intorno, tossicchia e ride, quell’antipatico, e mi domanda se ho già cominciato a prendermela con la politica; non ancora, tesoro mio, ma incomincio subito. Gli editoriali politici, a dire il vero, li leggo soltanto quando mi trovo in uno stato d’animo particolarmente disperato; ma è proprio così che mi sento da quindici giorni, esattamente da quando penso a quel civettuolo cappellino che ho visto… ma lui sa benissimo dove, glielo ripeto mille volte al giorno. Purtroppo è un cinico: ascolta le mie odi alla bellezza del cappellino dei miei sogni con lo stesso sorriso con cui legge le notizie sulla guerra italo-turca. «Non ne ho mai visto uno così bello in vita mia; gli italiani hanno interrotto il cavo telegrafico sottomarino tra Rodi e Lemno; è bordato di pelliccia di puzzola; i rapporti tra Italia e Austria sono molto tesi; potrei portarlo per due inverni; le truppe nemiche hanno abbandonato Garian e Assiria, località nelle quali infuria il colera…». Tutto questo gli attraversa il cervello senza che vi dedichi la minima attenzione.
Leggo dunque gli editoriali politici e, se il conte Stürgkh pensa di impressionarmi con il paragrafo 14, si sbaglia di grosso. Che faccia finalmente approvare quella legge militare. Più uomini arruolate, meglio è per noi. Almeno quei ragazzi nell’esercito impareranno a obbedire. Quando si sposeranno, le loro mogli si ritroveranno la fortuna già fatta. È il più grande beneficio che lo Stato possa rendere alle donne. Purtroppo, con me, sotto questo aspetto si è comportato da patrigno. Míťa si è presentato quattro volte alla visita di leva e non l’hanno mai preso. Così devo sostituirmi io a tutta l’educazione di caporali, sergenti, ufficiali, colonnelli e compagnia bella, inculcandogli i buoni princìpi dell’obbedienza, della modestia e della laboriosità. È però un compito immane. Più o meno come quello di un reggimento di fanteria nordamericana chiamato a intervenire in Cina.
Del resto, auguro molto successo a quel reggimento e anche ai due battaglioni inglesi che, a quanto pare, arriveranno in Cina dall’India, perché i cinesi sono un popolo crudele. Tutti i lettori, e soprattutto le lettrici della Národní politika, ricorderanno certamente molto bene le atrocità commesse dai cinesi contro la bella Evelina e la povera Janina nel romanzo La città misteriosa, uscito di recente. Figuriamoci allora che cosa deve succedere laggiù, a casa loro, a Pechino, se hanno osato fare cose simili persino a Stonehouse. Naturalmente, a quanto dicono, l’invio delle truppe americane in Cina non ha alcun significato politico. Ci credo volentieri. Bisogna vedere se ci credono anche i cinesi.
Ieri Míla, il mio cuginetto, mi ha ricordato che presto arriverà Gesù Bambino. E anche la pagella. Si parla tanto di quel potente paragrafo 14… La cattiva fama di questo paragrafo – del quale, peraltro, ho soltanto un’idea molto vaga – verrebbe certamente riscattata da un gesto grande e umanitario, se il signor conte Stürgkh lo utilizzasse per rimandare le pagelle a dopo Capodanno. Milioni di anime pure e innocenti lo benedirebbero. Perché questa faccenda delle pagelle prima dei regali di Natale è qualcosa di talmente raffinato e terribile che quasi verrebbe da credere sia un’istituzione risalente al Medioevo. Dio non voglia, però, che l’illustre governo pensi che io pretenda di dare ordini. Mi limito, molto rispettosamente, a richiamare la sua attenzione sulla questione.
Míťa, quel mascalzone, sostiene di vedere cinque lingue di fuoco sopra la mia testa. Dubita, però, che possano servirmi a qualcosa. Naturalmente osservazioni del genere non riusciranno a strapparmi la penna di mano. Perché a spingermi a scrivere non è il desiderio degli allori, bensì l’avidità femminile: la speranza nella misericordia dell’illustre redazione, che, pubblicando il mio feuilleton, certamente mi aiuterà a realizzare il desiderio che coltivo da quindici giorni, quella poesia di velluto immersa in lunghe frange di piume di struzzo, per la quale mi mancano ormai soltanto dieci miserabili corone. Perché il desiderio più grande, e quasi l’unico, di una donna è – e questa è una grande verità che non rubo a nessuno; dopotutto su di me sono discese cinque lingue di fuoco – piacere a se stessa. E quanto mi piacerebbe piacere a me stessa! Míťa dice che a lui piaccio già abbastanza, ma questa è politica maschile. Ci si vede chiaro almeno quanto nei successi italiani a Tripoli.
Leggo ogni giorno gli annunci matrimoniali. Mi scalda il cuore sapere che abbiamo tante ragazze di buona famiglia, fanciulle modeste senza dote, commercianti capaci e salumieri intelligenti. Per così dire, qui tutte le virtù della nazione si presentano davanti agli occhi del lettore in tutta la loro vitalità e nella loro radiosa nudità.
Vediamo così che le nostre ragazze sono ben educate, delicate, nobili, tranquille, miti, brave massaie, desiderose di una casa accogliente e, al tempo stesso, intenzionate a rendere felice, con tutte queste magnifiche qualità, un uomo, anche vecchio e brutto, magari vedovo, purché abbia una posizione sicura. «Quale signore non cerca il patrimonio, ma una mogliettina bella, istruita e buona?» domanda una modesta inserzionista. L’uomo energico, intelligente, giovane e bello, invece, cerca soltanto una ragazza con un patrimonio consistente oppure un’attività commerciale nella quale possa eventualmente entrare sposandosi. E così, probabilmente, non si incontreranno mai davanti a quel “focolare accogliente” al quale entrambi aspirano. E questo mi dispiace e mi tormenta. Mi tormento anche per quella ragazza intelligente, domestica, che per questa via desidera fare la conoscenza di un insegnante o di un impiegato a scopo matrimoniale. Sono fatta così: mi preoccupo di tutti più che di me stessa. Del resto, a quanto pare, in una donna non c’è niente di straordinario. Ce lo rinfacciano tutti. Ogni uomo vuole dire la sua. Saremmo pettegole, litigiose, maligne, vanitose, pigre.
E infatti nessuno di loro ha niente di meglio da fare che innamorarsi e sposarsi. Perché ogni simile ama il suo simile. «È evidente che non sei migliore di me neanche di un’unghia, Míťuška; e comunque sarebbe meglio che facessi qualcosa invece di continuare a guardarmi da sopra la spalla. Il tuo prezioso cervello potrebbe abbrustolirsi al fuoco delle mie lingue fiammeggianti, capisci? Del resto, non sarebbe poi una perdita così grave, Švejk che non sei altro!».
Mi sembra di aver scritto un feuilleton piuttosto buono, di quelli che si possono leggere al mattino, quando si sta ancora sbadigliando, e nel pomeriggio, mentre ci si abbandona beatamente su un morbido divano. Una chiacchierata nella quale si può saltare mezza colonna senza che a nessuno manchi qualcosa. Adesso so bene che cos’è un feuilleton. Lo sento: a forza di scrivere mi fa male la schiena. Una cosa però la dico: se Machar, guardando il suo Roma,[1] prova la stessa sensazione che provo io guardando il mio feuilleton, deve avere certamente un’altissima opinione di sé.
[1] Josef Svatopluk Machar (1864–1942), poeta e scrittore ceco; Řím (Roma, 1907) è una raccolta di feuilleton ispirati al suo viaggio in Italia del 1906–1907.
Racconto pubblicato su Veselá Praha, anno VIII, n. 1, 1º gennaio 1912, pp. 1-2
Traduzione di Matteo Horák
Racconto originale ceco:
Jak píše má žena fejetony
Jaroslav Hašek
Machar mi zajisté odpustí, ukradnu-li mu malinkou větu. Ostatně doufám, že na to nepřijde, a kdyby i přišel, že se pro pár slovíček nebude se mnou špinit.
Poněvadž mi dosud žádný deník nedovedl říci, co je to fejeton, pokusila jsem se napsat si ho. Něco, co se dá číst ráno při snídaní, když člověk ještě zívá, a odpoledne, když se po obědě sladce válí na měkké pohovce. Takové říkání, v němž lze přeskočit půl sloupce, aniž by to člověku scházelo. –
Miťuška se mi vysmál, poněvadž nemá valné mínění o mých schopnostech, pokud se týče literatury. Také trochu ze msty, že neklečím v posvátné úctě před jeho »dobrým vojákem Švejkou«. Je to jeho první kniha, proto je tak hrozně nafoukaný. Chodí to kolem mne, pokašlává a směje se, protiva, jestli prý už se vozím po politice; ještě ne, můj zlatý, ale začnu hned. Čtu sice politické úvodníky, jen jsem-li v náladě obzvlášť zoufalé, ale v té jsem už celých čtrnáct dní, právě tak dlouho, jak dlouho přemýšlím o koketním kloboučku, který jsem viděla – ale vždyť on to ví dobře, kde, říkám to každý den tisíckrát. Bohužel je to cynik, který s týmž úsměvem poslouchá mé ódy o krásách vysněného kloboučku, s jakým čte zprávy o italsko-turecké válce. „Jakživa jsem ještě tak krásný neviděla, kabel mezi Rhodem a Lemnem byl Italy přerušen – kolem je skunks – poměr mezi Itálií a Rakouskem je velice napjatý – dvě zimy bych ho mohla nosit – nepřátelské vojsko odešlo z Garianu a Asýrie, v kterýchžto místech řádí cholera – « to všecko projde mu mozkem, aniž by lomu věnoval drobet pozornosti.
Čtu tedy politické úvodníky, a myslí-li si hrabě Stürgh, že paragrafem 14. udělá na mne nějaký dojem, velice se mýlí. Ať si konečně ten branný zákon prosadí. Čím více jich odvedete, tím lepší pro nás. Naučí se ti hoši na vojně alespoň poslouchat. Až se ožení, bude to pro jejich manželky, jako když to najdou. Je to největší dobrodiní, které stát prokazuje ženám. Bohužel ke mně se zachoval v tom ohledu jako otčím. Čtyřikrát byl Míťa u odvodu a nikdy ho nevzali. Tak tedy celou tu výchovu kaprálů, zupáků, důstojníků, obrštů atd. musím mu nahradit já, vštěpovat mu krásné zásady o poslušnosti, skromnosti a píli. Je to však úkol nad jiné veliký. Asi takový, jako když pluk severoamerické pěchoty má zakročiti v Číně.
Ostatně přeji tomu pluku i oběma anglickým praporům, které prý přibudou z Indie do Číny, hodně zdaru, neboť Číňané jsou ukrutný národ. Všichni čtenáři a hlavně čtenářky Národní politiky se zajisté ještě dobře pamatují, jaké ohavnosti spáchali tito Číňané na krásné Evelině a ubohé Janině v nedávno vyšlém románě »Tajemné město«. Co teprve děje se asi u nich, tam doma, v Pekingu, když se takových věcí odvážili v samotném Stonehousu. Ovšem že prý vyslání amerického vojska do Číny nemá významu politického. Věřím tomu ráda. Jen věří-li tomu také Číňani.
Včera připomněl mi Míla, můj malý bratranec, že už bude brzo Ježíška. A vysvědčení. Mluví se tolik o tom mocném paragrafu 14. – Špatná pověst tohoto paragrafu (o němž mám ostatně než tuze nejasné tušení) očistila by se zajisté znamenitě skutkem velikým a lidumilným, kdyby jej pan hrabě Stürgh použil k přeložení vysvědčení až za Nový rok. Milióny čistých, nevinných duší by mu žehnaly. Neboť toto vysvědčení před vánoční nadílkou jest něco tak rafinovaného, hrozného, že by málem člověk věřil, že toto zařízení pochází ze středověku. – Chraň však pámbu, aby si slavná vláda myslila, že snad chci něco poroučet. To já jen tak, uctivě upozorňuji.
Míťa mi tvrdí, dareba, že vidí nad mou hlavou pět ohnivých jazyků. Pochybuje prý ale, že mi to bude co platno. Takové poznámky mi ovšem nevyrazí pero z ruky. Neboť mne nenutí ku psaní touha po vavřínech, ale ženská hrabivost, naděje v milosrdenství slavné redakce, která zajisté uveřejněním mého fejetonu pomůže mi k dosažení mé touhy čtrnácti dnů, k té sametové básni ztopené do dlouhých třásní pštrosích, na kterou mi chybí už jenom mizerných deset korunek. Neboť největší a takřka jedinou touhou ženy je (a to je veliká pravda, kterou nikomu nekradu; vždyť na mne sestoupilo pět ohnivých jazyků) líbit se sobě samé. – A já bych se sama sobě tak ráda líbila. Míťa říká, že se mu líbím tak až dost, ale to je mužská politika. Člověk do toho vidí alespoň tak dobře jako do těch italských úspěchů u Tripolisu.
Čtu každý den inzeráty o nabídnutí k sňatku. Hřeje mne v duši, že máme tolik děvčat z dobré rodiny, skromných dívek bez věna, schopných obchodníků a inteligentních uzenářů. Abych tak řekla, všecky ctnosti národa vystupují tu před oči čtenáře v celé své životní síle a zářivé nahotě.
Vidíme, že naše dívky jsou dobře vychované, jemné, ušlechtilé, tiché, mírné, hospodářské, toužící po útulné domácnosti a že přitom hodlají všemi těmito prima vlastnostmi oblažiti muže, byť i starého a nehezkého, třeba vdovce, jen má-li zajištěné postavení. „Který pán nehledá jmění, ale hezkou, vzdělanou a dobrou ženušku?“ táže se skromná inzerentka. Avšak energický, inteligentní, mladý, hezký muž hledá jen dívku s větším jměním, nebo obchod, kam by se případně přiženil. A tak nesejdou se asi u toho »hřejivého krbu«, po kterém oba touží. – A to mne mrzí a trápí. Trápím se i pro tu služebnou inteligentní dívku, která touto cestou přeje si za účelem sňatku učiniti známost s učitelem nebo úředníkem. Jsem už takový tvor, který se stará o každého víc než o sebe. Ostatně prý to u ženy není nic zvláštního. Vytýká nám to kdekdo. Každý muž si smočí. Jsme prý klevetivé, hašteřivé, zlomyslné, marnivé, líné.
Proto nemá žádný nic lepšího na práci než se zamilovat a oženit. Neboť vrána k vráně sedá. – „To se rozumí, že nejsi ani o mák lepší nežli já, Miťuško, a vůbec udělal bys lepší, kdybys něco dělal a nekoukal mi pořád přes rameno. Mohl by se ti tvůj vzácný mozek připražit o moje ohnivé jazyky, rozumíš? Ostatně by to nebyla tak veliká škoda, ty Švejku!“
Zdá se mi, že jsem napsala dost dobrý fejeton, který se dá číst ráno, když člověk ještě zívá, a odpoledne, když sladce se válí na měkké pohovce. Říkání, v kterém lze přeskočit půl sloupce, aniž by to někomu scházelo. Vím nyní dobře, co je to fejeton. Cítím to, neboť mne od psaní bolí záda. Avšak to pravím, že má-li Machar při pohledu na svůj »Řím« týž pocit jako já, když dívám se na svůj fejeton, má jistě o sobě mínění velice dobré.




















