Dioni, Borsoni & Bussacchini – Mio padre, il tango

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In una balera di provincia degli anni Sessanta, un bambino trascorre le domeniche in attesa, annoiato tra adulti e rituali ripetuti. Tutto cambia quando il padre entra in pista: nel tango diventa carisma, eleganza, passione. Agli occhi del figlio uomo e danza coincidono, e trasformano l’attesa in orgoglio e adorazione. Quel ricordo, inciso nel tempo, accompagnerà il bambino fino all’età adulta, quando comprenderà che non ha ereditato i passi del tango, ma la forza emotiva di quella presenza.

C’è un momento, nelle prime pagine di Mio padre, il tango, in cui l’attesa del bambino si dilata fino a diventare spazio puro, uno spazio che presto verrà attraversato dal movimento. È lì che si comprende come quest’opera non sia semplicemente l’adattamento a fumetti di un racconto, ma l’incontro organico fra due linguaggi che si cercano e si completano. Il testo di Fiorenzo Dioni, pubblicato nella sezione finale del volume (pp. 30–31), possiede già in sé una tensione visiva fortissima: la reiterazione dell’aspettavo, la focalizzazione sui dettagli – le ginocchia sbucciate, le scarpe che seguono il ritmo, le mani che si cercano – costruiscono una dinamica interna che quasi implora di farsi gesto, figura, sequenza.

È qui che interviene la sensibilità dello sceneggiatore Riccardo Borsoni, capace di riconoscere nella “dinamicità” del racconto non un semplice tema, ma una struttura latente. La sua sceneggiatura, inclusa integralmente nel volume (pp. 32 e seguenti), non si limita a trasporre il testo in didascalie: lo respira, lo dilata, ne ascolta il ritmo. La scelta di eliminare balloon e onomatopee, affidando il racconto alla voce interiore e alla sequenza delle immagini, è un gesto di rara coerenza poetica. Borsoni conserva l’intimità lirica di Dioni e, al tempo stesso, la rende materia visiva, trasformando la nostalgia in architettura della pagina. L’omaggio dichiarato a maestri come Toppi e De Luca non è mai manierismo: è una grammatica evocata, non imitata, che permette alle tavole di rompere la gabbia e di danzare esse stesse.

Il tratto di Angelo Bussacchini, fitto, cesellato, volutamente analogico, è l’altro grande protagonista di questa alchimia. Il suo bianco e nero non descrive soltanto: incide. I neri pieni che si fondono, le figure che emergono come da un’ombra materica, la scelta del pennino e del contro-cartonato dichiarata nell’intervista finale (pp. 44–46) restituiscono alla storia una qualità temporale precisa: gli anni Sessanta non sono ricostruiti, ma evocati. Il lettore non assiste a un racconto illustrato: vi entra, rallentato dal tratteggio, costretto a soffermarsi. Le sequenze di danza, soprattutto nelle tavole ispirate alla lezione di Gianni De Luca, trasformano la pagina in palcoscenico continuo; i corpi si moltiplicano nello stesso spazio, creando un effetto di simultaneità che traduce perfettamente la percezione del bambino narratore, per il quale il padre e il tango sono un’unica entità indivisibile.

Di grande interesse è anche l’apparato paratestuale che incornicia l’opera. L’introduzione di Borsoni, l’intervista a Bussacchini e la postfazione di Dioni (pp. 47 e seguenti) non sono semplici aggiunte editoriali: costituiscono una vera mappa del processo creativo. La decisione, in particolare, di pubblicare la sceneggiatura oltre al fumetto è un gesto raro e prezioso, che ci permette di osservare i “passaggi segreti” fra parola e immagine. È come assistere alla metamorfosi di un ricordo in forma. La postfazione di Dioni, poi, aggiunge uno strato ulteriore di commozione consapevole: l’autore riconosce come il fumetto abbia restituito al suo racconto una nuova dimensione, uno specchio rovesciato che ne amplifica la portata emotiva.

Mio padre, il tango è un’opera in cui narrativa e fumetto non convivono, ma si sposano. La scrittura di Dioni fornisce il cuore pulsante, quell’orgoglio infantile che trasforma un padre in mito; la sceneggiatura di Borsoni ne orchestra il respiro, rispettandone la cadenza e traducendola in spazio; il segno di Bussacchini dona carne e ombra a quell’emozione, rendendola visibile senza tradirne la delicatezza. Il risultato è un racconto che si muove davvero, che danza sulla pagina con la stessa grazia e la stessa forza attribuite al padre protagonista. E quando, nell’ultima splash-page, la famiglia avanza verso il lettore sotto le luci fioche della notte, ci rendiamo conto che non abbiamo soltanto assistito a una storia: abbiamo attraversato un ricordo che si è fatto arte.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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