Growers of Mushroom è uno di quei dischi che circolano come oggetti mitici che passano di mano in mano tra appassionati. Quando lo si presenta a qualcuno che non l’ha mai ascoltato, si ha la sensazione di introdurlo a un piccolo segreto della storia del rock, un episodio marginale solo in apparenza, perché in realtà questo album del 1971 ha anticipato un modo di suonare che sarebbe diventato fondamentale vent’anni dopo.
I Leaf Hound arrivano da quel sottobosco londinese in cui il blues elettrico stava cambiando pelle. Giovani, affamati, cresciuti tra i Black Cat Bones e le scorie del rock britannico più ruvido, entrano in studio e registrano tutto in undici ore: un tempo ridicolo persino per l’epoca. Eppure proprio quella fretta, quell’urgenza, quella mancanza di rifinitura diventano la loro forza. Il disco non è levigato, non è elegante, non è “pensato”: è un’esplosione catturata su nastro. Troppo duro per essere blues-rock, troppo psichedelico per essere hard rock, troppo avanti per essere capito nel 1971. È un lampo, un istante, un miracolo.
Si capisce subito già da Freelance Fiend, che apre il disco come un pugno sul tavolo: riff tagliente, voce graffiante, un tiro che sembra già guardare oltre il decennio. È hard rock, sì, ma con quella sabbia sotto le unghie che diventerà stoner.
Sad Road to the Sea cambia atmosfera: più cupa, più acida, quasi una ballata psichedelica nella quale la chitarra si muove come un’onda lenta e minacciosa.
Con Drowned My Life in Fear il proto‑metal si fa evidente: riff pesante, batteria martellante, voce che spinge. È uno dei brani che più hanno influenzato la scena stoner anni ’90, e sembra quasi un pezzo dei Kyuss… vent’anni prima.
Work My Body riporta tutto a un blues sporco, sudato, con un tiro quasi funk: niente fronzoli, solo energia compressa.
Stray sorprende con un mood più melodico, quasi da rock americano, e una chitarra che fraseggia con una fluidità inattesa in un disco così ruvido.
With a Minute to Go torna nel territorio psichedelico: atmosfera sospesa, tensione, un crescendo che non esplode mai del tutto, come un film che resta in bilico.
La title track, Growers of Mushroom, è un viaggio ipnotico: riff circolare, voce quasi rituale, un groove che trascina in un mondo oscuro e visionario.
Stagnant Pool è un blues psichedelico liquido, notturno, che ti rimane addosso. E Heat of the Day chiude tutto con energia pura, un riff che ti resta in testa e un tono quasi manifesto: “Siamo questi, e questo è il nostro suono”.
Nelle edizioni successive del disco compaiono altri brani che aiutano a capire ancora meglio il mondo dei Leaf Hound. Sawdust Caesar ha un passo deciso, quasi marziale, con un riff che sembra scolpito nella pietra e una voce che si muove tra aggressività e teatralità. It’s Gonna Get Better porta un raggio di luce: più aperta, più ottimista nel tono, ma sempre con quella ruvidità di fondo che impedisce al brano di diventare davvero “radiofonico”. Hipshaker è esattamente quello che promette il titolo: un pezzo da muovere il bacino, con un groove quasi rhythm & blues filtrato attraverso l’amplificatore di un gruppo hard rock. E Too Many Rock’n’Roll Times, bonus track ma perfettamente coerente con il resto, è una sorta di autoritratto: un brano che parla di eccessi, di notti, di concerti, e che suona come il riassunto di una vita vissuta ad alto volume.
Alla fine del disco si ha la sensazione di aver ascoltato qualcosa che non assomiglia a nient’altro di quel tempo lontano. Un album che vive di intuizioni, di urgenza, di un’energia primordiale che non si è più ripetuta. Forse è proprio questo che lo rende mitico: un’opera irripetibile, che ha definito un suono senza che nessuno se ne accorgesse. Un segreto custodito per anni dai collezionisti e dagli appassionati, e che ancora oggi, quando lo si ascolta, sembra una fiamma che brucia forte.




















