Catherine Dunne – Una buona madre

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Maternità biologica o costrutto sociale?

Un appuntamento tra due donne in un caffè di Dublino, che segnerà per sempre il loro futuro. Tess non ha idea di chi sia Maeve, che l’ha cercata dicendole di avere informazioni importanti su uno dei suoi figli, Luke, quello scapestrato, quello che a tutti i costi deve distruggere la serenità dei genitori e del fratello Aengus, spesso costretto suo malgrado a coprirlo. Che cos’avrà fatto questa volta Luke? Ma se veramente Maeve è una sconosciuta, perché Tess ha la vaga impressione di averla già vista? Dall’incontro tra Tess e Maeve si dipanano le storie delle loro famiglie, che si scopriranno annodate in un intreccio indissolubile.

È un filo sottile quello che lega le due protagoniste di questo romanzo corale, ma è una fibra fortissima dal colore cangiante. Una storia di madri e dei loro figli attraverso le generazioni, in un’Irlanda che, legata ai pregiudizi e ai legacci della religione, intende negare alle donne la possibilità di scegliere il proprio destino.
Questo filo conduttore, che da principio, fra salti temporali e di protagonisti, si fatica a trovare, ci conduce poi, con l’abilità della Dunne, alla cucitura di quei pezzi di stoffa rappresentati dalle diverse storie, che alla fine assemblano la coperta patchwork che avvolge tutto e tutti. In questo dodicesimo suo romanzo, riesce a tenere sempre alta l’attenzione, fino a scoprire piano piano come Tess e Maeve, due facce quasi agli antipodi della maternità, siano invece collegate fra di loro.

Una storia di donne raccontata dalle donne, con una solidarietà inossidabile difficile da ritrovare nella quotidianità dei nostri giorni. Una storia che parla di famiglia nel senso più ampio del termine, che traccia l’evoluzione della famiglia nelle sue forme, da quella arcaica a quelle più evolute e articolate dei nostri giorni.
Sullo sfondo lo scandalo assurdo e medievale di un’Irlanda con una cultura che ancora poggia sulla paura e sul giudizio del prossimo, che calpesta la dignità delle persone in nome di una chiesa complice e repressiva.

E gli uomini? Nessuno di loro merita un capitolo, e poco si salva della loro morale: spietata e molto realistica è la loro presenza nella narrazione.

Nel succedersi degli eventi, tragici e reiterati, la speranza di un mondo migliore trova la sua strada, rappresentata dalla figura di Eileen che, col suo mantra, illumina la via verso il meglio: Non c’è bisogno di ringraziarmi: fai la stessa cosa per qualcun altro, un giorno, tutto qui. Qualcuno che abbia bisogno di un po’ di gentilezza. Tu trasmettila.

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Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.

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