Angels in America

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Angels in America è l’adattamento televisivo dell’opera teatrale di Tony Kushner Angels in America – Fantasia gay su temi nazionali, la cui suddivisione in due parti, Il Nuovo Millennio si avvicina e Perestroika, da tre capitoli ciascuna, è stata mantenuta anche nella trasposizione sul piccolo schermo, interamente diretta da Mike Nichols.

La miniserie, prodotta nel 2003 dalla HBO, segue la vita di alcuni cittadini americani durante gli anni della politica conservatrice della presidenza Reagan: la coppia di omosessuali Prior e Louis (Justin Kirk e Ben Shenkman), con il loro amico Belize (Jeffrey Wright), afroamericano ed ex drag queen; i coniugi mormoni Joe e Harper (Patrick Wilson e Mary-Louise Parker); il potente e scorretto avvocato gay Roy Cohn (Al Pacino); e la madre di Joe, Hannah (Meryl Streep).

Nel 1985 la loro quotidianità è sconvolta da alcuni importanti cambiamenti che, se da una parte segnano una fine, dall’altra sono anche l’inizio di qualcosa di nuovo che porta i personaggi a incrociare i loro cammini: nella Parte Prima l’emergere dell’omosessualità a lungo repressa da Joe decreta la fine del suo matrimonio con Harper, così come la rivelazione di Prior al compagno di avere l’AIDS conduce alla rottura con Louis che, incapace di far fronte alla situazione, preferisce scappare e abbandonarlo, incontrando poco tempo dopo Joe e iniziando con lui una relazione; contemporaneamente anche Roy riceve la stessa diagnosi di Prior e, nonostante la negazione della malattia, viene ricoverato in ospedale in gravi condizioni.

La Parte Seconda è invece letteralmente la ricostruzione delle vite distrutte nella Prima Parte, che però non coincide con un ritorno al punto di partenza, ma con un’evoluzione: Prior riceve la visita dell’angelo d’America, che gli affida la missione, in qualità di profeta, di convincere gli uomini a fermarsi, a smettere di muoversi e migrare, perché solo così Dio, che li ha abbandonati, potrà finalmente ritornare. Se all’inizio Prior sembra sposare questa missione, allettato dall’idea di immobilizzare l’evoluzione, il cambiamento e quindi anche il dolore e la propria malattia, dopo un confronto con la madre di Joe rifiuta il suo compito perché capisce che il progresso non solo è inevitabile, ma è segno distintivo dell’uomo, insieme al forte attaccamento alla vita nonostante la sofferenza.

A conferma di ciò, l’unico a soccombere è infatti il personaggio che non mostra mai un’evoluzione, rimanendo lo stesso fino alla fine: Roy, con la sua morte, dimostra come gli sconfitti alla fine siano quelli che rifiutano il cambiamento, rimanendo ostinatamente ancorati sulle proprie posizioni. Al contrario tutti gli altri personaggi abbracciano le mutate condizioni di vita e progrediscono: Harper lascia definitivamente Joe, il quale ora vive la sua omosessualità alla luce del sole, e anche Prior decide di non tornare insieme a un pentito Louis, che ha finalmente accettato le condizioni del compagno, mentre Hannah ha trovato un nuovo gruppo di amici negli omosessuali che prima temeva tanto.

Attraverso il racconto di storie così diverse eppure così simili, si avvia anche una riflessione sul rapporto che l’individuo ha con la società, mettendone in evidenza luci e ombre. Si tratta, in questo caso, della società americana di fine secolo, bigotta e conservatrice, fondata sull’apparenza: non tutti i personaggi infatti riescono a vivere la propria omosessualità serenamente come Prior, e nascondono o soffocano l’identità individuale a favore di quello che credono il sistema pretenda da loro come individui. Oltre a Joe, che reprime se stesso a causa delle aspettative che hanno i genitori e tutta la comunità mormona in cui è cresciuto, emblematico di questo legame tra individuo e sistema è il personaggio di Roy: egli nega la propria omosessualità dall’inizio fino alla fine, non però nel suo significato di uomini che vanno a letto con altri uomini[1], ma nel senso che la società gli ha attribuito, cioè quello di classe sociale emarginata, debole e senza potere; e Roy, da grande e influente avvocato qual è, non può né vuole considerarsi tale. Cerca quindi di adeguarsi all’identità dominante, ma le identità, in Angels in America, sono il prodotto di trasformazioni, mescolanze e diversità, segno distintivo di tutto il popolo americano.

In fin dei conti questa non è solo una serie sull’emarginazione dei gay, sulla loro difficile condizione o sull’AIDS, ma un inno all’America democratica, quella multiculturale e multietnica, che si fonda sulla speranza del cambiamento. La scena finale ritorna infatti nuovamente sui concetti di mutamento e progresso: sono passati cinque anni e Prior, ancora vivo grazie ai farmaci sperimentali lasciati da Roy dopo la propria morte, si trova a discutere insieme a Louis, Belize e Hannah delle grandi trasformazioni di quegli anni, come la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, a dimostrazione che il mondo ruota in un senso: in avanti e, anche se molti sono morti di AIDS, andremo avanti con i sopravvissuti e non ci nasconderemo più[2].

Significativa è la battuta che chiude l’ultima scena, che riassume e racchiude l’intero messaggio della serie: Dove andiamo? Andiamo e basta, l’importante è andare avanti.

NOTE

[1] discorso di Roy, capitolo 1: Gli omosessuali non sono uomini che vanno a letto con altri uomini. Gli omosessuali sono uomini che dopo quindici anni di dure lotte non riescono neppure a far approvare una legge contro la discriminazione dal consiglio comunale. Gli omosessuali sono uomini che non si conoscono e che non vengono riconosciuti, che hanno zero potere. E io ho potere, tanto.

[2] Discorso finale di Prior, capitolo 6

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