Lolita

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Non sempre il distacco dall’opera originale si rivela essere un’idea ottimale, ma il caso di Lolita è l’emblema di come un capolavoro letterario possa generare un’altrettanta eccellente fatica cinematografica, seppur differente.

La storia è molto semplice: il professor Humbert Humbert arriva a Ramsdale, una cittadina del New England, per superare il crollo nervoso causatogli da un matrimonio finito male. L’uomo vuole dedicarsi esclusivamente alla scrittura e decide di affittare una stanza presso la dimora di Charlotte Haze, una vedova in cerca di attenzioni che si innamora di lui. Humb però ha occhi solo per Dolores, la figlia dodicenne della padrona di casa. L’amore per Lolita diventa così morboso da condurlo al matrimonio con la signora Haze, soltanto per poter stare più vicino alla sua ninfetta.
Nel frattempo Charlotte trova il diario segreto di Humb, dove il professore ha riversato i propri sentimenti per la bambina: dopo averlo minacciato brutalmente, la donna esce di casa e muore investita da un’automobile mentre attraversa la strada.
Humbert decide così di intraprendere un viaggio in auto con Lolita, scandito da molteplici soste nei vari motel di mezza America.

La strada verso la pubblicazione di Lolita fu molto tortuosa per Vladimir Nabokov: difatti il romanzo venne rifiutato da molte case editrici per la sua trama troppo scabrosa; inoltre l’autore respinse l’idea di compiere eventuali tagli. Il libro venne pubblicato nel 1955 a Parigi dalla casa editrice statunitense Olympia Press, che era solita diffondere romanzi erotici e di controcultura in inglese per sottrarsi alla censura nazionale.
Fin dalle prime pagine Nabokov riesce a sconvolgerci, provocando incessantemente sentimenti contrastanti: la comprensione per la passione amorosa del protagonista sostituisce il disprezzo per l’immoralità del racconto, creando un’altalena di emozioni per l’intera vicenda.
Chiaramente il rapporto tra una bambina e un cinquantenne venne identificato come pedofilia. Lolita, però, non è solo oggetto del desiderio, ma anche un affetto cercato e ritrovato: in lei il professore rivede il suo primo amore ed è come se, incontrandola, la loro differenza d’età sparisse, facendolo ritornare alla sua adolescenza.

Stanley Kubrick, nel 1962, ha portato sullo schermo una sua rappresentazione di Lolita: a causa della censura non è riuscito a creare quell’erotismo smaccato che lo spettatore avrebbe potuto aspettarsi da un tema così irriverente, ma il desiderio sessuale si percepisce in ogni singola scena. È tutto velatamente presente e tangibile, dalla provocazione della ninfetta (interpretata da Sue Lyon) alla perversione del professore (James Mason), ricreando l’atmosfera dell’opera originaria senza trasporla in maniera letterale.
Nel libro non ci sono descrizioni oscene o impudiche, come nel film non è possibile trovare scene scabrose: Kubrick, rispettando il lavoro di Nabokov (che fu anche sceneggiatore della pellicola), ha evitato di stravolgere la trama, andando a osservare più da vicino l’amore e meno lo scandalo.

Un’opera, due capolavori.

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