Stig Dagerman – Il viaggiatore

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Il viaggiatore è una raccolta di racconti, saggi e poesie, pubblicati tra il 1947 e il 1955 a Stoccolma, conosciuta in lingua originale come Dikter, noveller, prosafragment.
Non si tratta di una raccolta omogenea, le vicende non sono collegate tra loro: si narrano le storie di personaggi diversi, in epoche diverse e in luoghi diversi, e ogni racconto è scritto con uno stile ben preciso, che lo identifica dentro tutto l’insieme.
Il fil rouge che lega i brevi capolavori di questo libro è l’inquietudine, la profonda angoscia, destinate a condensarsi in un’intima tragedia, di proporzioni volta per volta diverse, a seconda del racconto.
Si va infatti dalla tragedia dell’automobilista che investe per sbaglio un bambino (in Uccidere un bambino), a quella di uno studente costretto ad affrontare il mutismo di un professore che ha perso la stima per lui (in La scacchiera da viaggio); dalla disperazione della presa di coscienza del significato della miseria da parte di bambini poverissimi (in L’auto di Stoccolma), a quella di un adulterio sognato, ma non portato a termine per pavidità e ingenuità (nel racconto dal significativo titolo Una tragedia minore).
I segmenti, quindi solo apparentemente slegati, sono accomunati da un senso di tensione e da una coltre di malinconia; come nella geometria proiettiva, questi racconti sono rette parallele, secondo altre ottiche non comunicanti tra loro, che si incontrano però in un unico punto di fuga, che consiste nell’osservazione di uno squarcio nella tela della realtà, dal quale emana un respiro di grande letteratura.

I personaggi sono tutti giovani o bambini: la vera disperazione non sta nell’imparare a conoscere la morte, ad aspettarsela, a camminare insieme a lei, o al limite ad averne paura; ma, all’opposto, nello svelare l’inganno della vita, nel capire che la mera esistenza condanna alla costante ricerca di ogni cosa che sia impossibile da trovare.
I giovani di Dagerman non godono però della compassione dell’autore, o per lo meno questa è ben nascosta: il dolore è un dato di fatto, è indissolubilmente legato alla vita, è aria, acqua, senza le quali la vita non potrebbe essere.

Leggere Il viaggiatore può essere difficile, perché difficile è la tensione emotiva tutta volta ad una non-risoluzione, per lo stesso motivo per cui il lettore medio tende ad immaginarsi comunque una fine, qualora essa non sia presente in un libro.  Ma è questa sicuramente una lettura profonda che ci apre il mondo letterario nel senso più nobile del termine: la letteratura come gradino intellettuale da superare per accrescere il nostro, di mondo, quello intimo.

Per definire il pensiero di Dagerman si deve andare per esclusione nel panorama letterario: non è l’angoscia di Kafka, per cui è la reductio ad absurdum dei meccanismi umani la prova più netta dell’alienazione; non è neanche il pessimismo leopardiano, da cui sono esclusi animali e bambini (e già qui la differenza con Dagerman è palese), perché neanche con la sospensione della riflessione è possibile un’illusa via di fuga; e i vinti de Il viaggiatore non sono neanche quelli di Steinbeck, perché la disperazione dell’autore americano è data in senso marxista da cause tutte interne a meccanismi socioeconomici, mentre per l’autore svedese la prevaricazione sociale è solo una delle tante manifestazioni dell’angoscia umana.

Nell’ultimo racconto del libro, da cui prende il nome l’intera raccolta, osserviamo una specie di lascito testamentario, quasi un messaggio di addio dopo l’estremo saluto, espresso in modo lapidario: “Qui riposa / uno scrittore svedese / caduto per niente / sua colpa fu l’innocenza / dimenticatelo spesso”.
È l’innocenza, dunque, la colpa umana.
Dagerman ci fornisce così una chiave di lettura: la disperazione dell’infanzia, analizzata in tutte le sue sfaccettature, deriverebbe quindi da una ‘colpa dell’innocenza’, una specie di peccato originale in ottica atea, dovuto soltanto ed esclusivamente alla propria presenza nel mondo.
Ed il tragico è pronto a riaffiorare in ogni situazione, grande o piccola che sia, incombendo sulla nostra esistenza, senza che sia possibile sfuggirvi.
Emblematico in questo senso è l’incipit di Una tragedia minore: “le grandi tragedie sono già tutte accadute da molto tempo. Possiamo leggerle nei libri o vederle a teatro. Ai nostri giorni accadono soltanto tragedie minori”.

È chiaro che le tragedie epocali, analizzate poi su base individuale, si proiettano nel mondo interiore dei singoli soggetti, ma anche quando all’orizzonte non ci sono sconvolgimenti collettivi, la quotidianità della vita umana ci pone continuamente di fronte a situazioni cariche di angoscia, che non permettono mai il perfetto compimento della coscienza umana. Minori, quindi, ma pur sempre tragedie.

 

Stig Dagerman nasce nel 1923 a Älvkarleby, un piccolo paesino della Svezia centro-meridionale, vicino alla città universitaria di Uppsala.
Ha, a suo dire, un’infanzia serena, nonostante l’abbandono della madre, ma una giovinezza segnata da lutti e dolorosi distacchi, e sceglie fin da subito di stare dalla parte degli ‘ultimi’. Suo è Autunno tedesco, un coraggioso reportage del 1947 sulla Germania post-bellica, in cui l’autore, con molto acume e delicatezza, analizza le condizioni dei più detestati del mondo, i veramente ‘ultimi’, i tedeschi sconfitti.
Nella sua produzione, intensa per contenuto, ma cronologicamente racchiusa nell’arco di soli 5 anni, lo scrittore svedese indaga costantemente l’angoscia, la paura, e l’espiazione.
Dopo una profonda depressione, a soli 31 anni, Dagerman concluse la sua vita a Stoccolma, chiudendosi nel garage e avvelenandosi con il monossido di carbonio della sua auto.