Olle Lönnaeus – Cuore Nazista

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Siamo a Tomelilla, in Scania, regione a sud della Svezia. Mike è appena uscito dal carcere e vuole avere la sua redenzione prendendosi cura del figlio, Robin, che è cresciuto con genitori adottivi di cui ha dovuto sopportare continue violenze.

A questa trama primaria si aggiunge quella secondaria di Amela, profuga jugoslava che nutre desideri di vendetta nei confronti di Boris, boss di Mike.

A fare da sfondo alle varie vicende, il rigido freddo svedese, l’alcol, i rigurgiti neonazisti di Robin e della sua compagnia, la violenza domestica, l’incapacità di frenare gli istinti più bassi, e, in modo speculare, quella di far emergere i sentimenti più nobili.

L’accento è posto su una totale assenza di figure positive di riferimento. Genitori, tutori, professori e poliziotti abusano del loro potere, falliscono completamente nel loro ruolo, lasciando il posto a nuovi appigli più stabili: ideali malati, amicizie perfide e bottiglie di vodka.

La violenza esplicita diventa così conseguenza naturale di quella più subdola dell’abbandono.

Sotto una lastra di perbenismo borghese emerge quindi dal romanzo una realtà magmatica pericolosa, che sembra tradursi in una società in equilibrio precario. Lönnaeus ci mostra un luogo popolato da malcelate paure, da scomposti guizzi ribelli e da follie inarrestabili.

Questa lastra di ghiaccio che tutto offusca viene incrinata nel romanzo dalla puntualissima descrizione di ogni personaggio.

La volontà di annebbiamento della propria coscienza (molto spesso, per non dire sempre, con il più classico dei rimedi, l’alcol), è prerogativa della generazione di Mike, mentre il giovane Robin non cerca invece un’anestesia autoindotta: nel suo caso la via di fuga è una forza attiva e non reattiva (forse anche a causa della sua giovane età), e anche in questa situazione ci si appropria di uno strumento ‘classico’, come l’immersione in un delirio di gruppo (nello specifico l’ideologia nazista), l’identificazione in una società altra, che si definisce per negazione, io sono questo perché odio chi così non è.

Due manifestazioni di quella realtà magmatica e folle di cui sopra, che discendono dalla stessa condizione: ribollire sotto quella lastra di ghiaccio che tutto vorrebbe livellare, o quantomeno immobilizzare.

Si tratta di sicuro di un ottimo thriller. Del resto la Svezia ci ha abituati ormai da tempo a crime novel che si pongono l’obiettivo di illuminare con improvvisi lampi di luce i recessi più ombrosi dell’apparente tranquillità scandinava.

Caratteristica primaria del noir nordico è proprio quella di indagare l’uomo insieme all’ambiente: i personaggi diventano materici, la loro psicologia è pennellata a colpi pastosi ed energici, e i moti dell’animo diventano i veri protagonisti.

E Lönnaeus non si mostra certo da meno, rivelandosi più che all’altezza dei suoi numi tutelari, che hanno fatto conoscere così bene in Italia, ma non solo, il panorama letterario svedese dell’ultimo decennio.

Come giallo, nel senso più classico del termine, Cuore nazista all’apparenza stenta a decollare, risollevandosi in un rush finale in cui significativamente l’autore cambia ex abrupto il tempo verbale della narrazione, collocandolo in un nervoso presente.

Ma la calma dei primi tre quarti del romanzo è perfettamente funzionale alla costruzione dei personaggi, che svelano al lettore, centellinandole, le loro contraddizioni, i loro punti deboli e quelli di forza. La trama inoltre è ben composta e si armonizza, sempre nel finale, in una sinfonia fatta di parti perfettamente accordate tra loro.

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Lönnaeus, nato nel 1957 a Värnamo, città dello Småland, ma cresciuto a Tomelilla (proprio la stessa Tomelilla dove è ambientato il romanzo), è del resto un giornalista: del giornalista ha la capacità di rendere avvincente ogni piccola storia di contorno, mentre del romanziere ha la capacità di creare intrecci originali.

Non è carente neppure nel lirismo: quasi poetica è la scena della pesca con Mike, Robin e Rolle. La sensazione di leggerezza, gli scherzi, la musica e la pesca fruttuosa preparano in modo cinematografico la concitazione del recupero di Rolle dopo la caduta in acqua, che si risolve in un umoristico rimorchio a riva del povero, corpulento uomo.

Quasi un cortometraggio chiuso e indipendente nella sua assoluta perfezione descrittiva.

Lönnaeus ha vinto peraltro il premio della Swedish Crime Writers’ Academy per il miglior romanzo d’esordio con il suo Il bambino della città ghiacciata, ponendosi in prima linea tra gli autori del genere nero.

Un passo del libro, utilizzato per descrivere una trance alcolica di Mike, sembra essere testimonianza della rottura da parte di Lönnaeus del muro edificato a separare l’apparenza idilliaca e le pulsioni più perverse della società svedese: “Uno scoppio, come un colpo di pistola, quando la prima fessura si apre proprio accanto a lui, e improvvisamente la lastra di ghiaccio, che poco prima era così limpida e pulita, si trasforma in un mosaico di schegge addensate.

Potrebbero spezzarsi in qualsiasi momento, trasformando quel bianco paradiso in un inferno gorgogliante, ribollente, freddissimo”. È questo il mondo interiore del protagonista, pronto ad emergere con violenza nel delirio onirico; ma a Mike può sovrapporsi il lettore che ha finalmente cominciato a vedere i mostri liberati dalle catene, e che “ora sente delle forti vibrazioni dal basso, percepisce la forza tremenda del mare sotto i suoi piedi che ruggisce e ulula mentre le prime lastre di ghiaccio si frantumano”.