Zoé Valdés – Sogno torrido in una notte sivigliana

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A Alejandro Sanz

Caro poeta,
Ti invito a un sogno peregrino,
viaggeremo insieme verso l’Itaca della mia infanzia
– cito Konstantino Kavafis –.
Il periplo durerà un’estate o una notte,
o meglio, una notte d’estate.
Navigheremo sotto il delirio del firmamento,
scortati da stelle vagabonde,
lampi, tuoni e fulmini,
verso Quell’Isola che tu e io riscopriremo
in libertà,
come in un bolero che è bolero solo se sdolcinato.
Sì, immaginiamo che Cuba sia libera
E che io ti inviti a passare una notte indimenticabile
In un paradiso fluttuante in mezzo al Caribe.
La nave salperà dal porto di Cadice all’alba,
quando regna ancora la luna,
e sbarcheremo nella baia avanera verso il tramonto,
proprio quando lo stesso astro comincia a giocare con il sole.
Il viaggio prenderà nelle nostre pupille il tempo d’un istante.
Ci darà il benvenuto il canto degli uccelli a occidente,
il verde delle montagne verso oriente,
e una cordigliera di palme altissime
desidererà carezzare con i suoi pennacchi i raggi rossastri
che ancora danzano sul Malecón.
Una barca ci condurrà verso la riva,
prenderò la tua mano e la immergerò nella profondità dell’acqua.
Non ti stupirai del tepore dei flutti,
perché tu già conosci quel mare,
e lo ami tanto quanto me,
sorrideremo felici e silenziosi,
complici di tanta nostalgia.
Un branco di delfini si avvicinerà per giocare
con il luccicare dei remi nell’oceano,
eretti con le loro teste splendenti
consegneranno un messaggio di pace nel loro indecifrabile
e ritmico linguaggio.
Toccheremo terra cubana con i piedi nudi,
e io mi metterò a piangere per tanta riparata assenza,
anni e anni di sofferenza con il cuore contrito.
Correremo verso gli amici,
e ci lasceremo coprire dai loro baci,
per lungo tempo,
tutto il tempo che perdurò l’oblio dell’esilio,
niente più che la memoria protetta
dal calore della tenerezza.
Avanzeremo in direzione
della brezza del Parque de Los Enamorados,
lì abbracceremo gli alberi,
e poco più lontano, nel Templete
baceremo le radici dolciastre della ceiba.
Prigionieri nel cuore dell’Avana Vecchia,
guidati dal picchiettare dei tamburi,
apprenderai a ballare un guaguancó
impigliato in vecchie latte di cherosene,
nel cortile di Domitila, in un antico palazzo signorile.
Io cavalcherò lo spirito di Caruca,
la sposa che danzava coronata di canistel,
profumata di guayaba,
ubriaca di acquavite pura,
con la gonna rimboccata provocando i suonatori di bongó,
e tu canticchierai piano un danzón o una guaracha.
I campi di canna vibreranno in fermento.
Domitila stapperà la bottiglia di rum
e ci benedirà,
bagnando i corpi con lo sciropposo
e gorgogliante liquido,
mentre griderà ai quattro venti
che Yalodde apra le porte del tempio della tenerezza.
Le api e i colibrì volteggeranno in una ruota
e berranno nelle orchidee e nei girasoli
che nascono nei capelli della nera procace.
Poeta, i tuoi occhi brilleranno felici,
stupefatti da tanta grazia,
perché davanti a te
le ragazze cominceranno a danzare
e i giovani agiteranno fazzoletti dorati
intorno alle loro cinture di vespa.
D’un tratto si organizzerà una conga
Da un lato all’altro dell’isola,
tu e io capeggeremo la comparsa
insieme a Pirindingo e Paluchero, Vidalina e Amapola
e correremo dietro le maracas e i tamburi
finché non cadremo morti di risate,
sudati, rotolandoci
nell’erba soffice e fresca del Parque Central.
E poi, più calmi,
riposerai, la testa sul mio vestito,
e ti cullerò con ninne nanne,
canzoni di neretti che non vogliono dormire presto.
Le feste nelle baracche non cesseranno,
i cortili rigurgitanti anfore e felci
non fermeranno i festini
dove l’allegria cercherà di cancellare il tenebroso passato,
perché come diceva la Regina di Cuba, Celia Cruz:
Non devi piangere, che la vita è un carnevale,
e le pene se ne van cantando.
Ah, poeta,
so che non dimenticherai mai questa notte
in cui finalmente sperimentai la libertà
e riuscii a condividerla con te.
Perché ti devo la scoperta del senso della vita,
Ancor prima, nell’inverno parigino,
nel mio esilio,
tu colmasti le mie notti d’amore e di ricordi,
quando mi apprestavo a scrivere,
assaporando la tua anima al vento
e risorgendo nel ritornello del tuo cuore spezzato.
Reciteremo i poeti che ami,
e i miei,
e nessuno potrà procrastinare la resurrezione di quei padri.
Ti condurrò alla casa dove nacqui,
in calle Muralla, 160, entre Cuba y San Ignacio,
e non potrò mostrarti niente,
perché la baracca dove vivevo è crollata.
Ti racconterò che,
proprio accanto, c’era una tipografia,
e mi piaceva giocare con i piombi del linotipista,
dove potevo leggere pezzi di libri al contrario.
Ci accovacceremo nel portico della chiesa della Merced,
e ti darò da masticare pezzetti di zucchero,
come mi dava mia nonna,
affinché non perdessi la vitalità e lo slancio,
e perché non mi colmassi d’amarezza.
Percorreremo le strade delle mie prime avventure amorose,
con quel mulatto chiaro che sollevava pesi
in una terrazza di calle Inquisidor,
ah, il sapore salato dei suoi baci sulle mie labbra.
Scenderemo verso il mare, lungo calle Muralla,
ci fermeremo nel Parque de Los Mosquitos,
ma prima ti mostrerò il luogo dove visse Humboldt.
Sarai sorpreso del mio condurti a passeggio per tanti parchi,
il fatto è che amo molto i parchi,
mi affascina sedere a conversare in una panchina,
o semplicemente a leggere un libro,
o ad ascoltare musica in un walkman.
Intanto, la gente continuerà a ciondolare intorno,
elargendoci complimenti generosi e sguardi erotici.
E ti dirò, guarda, poeta, osserva come cammina la cubana,
con quel va e vieni cadenzato che pare intonare:
né per te, né per me, né per tutti quelli che son qui…
Un’altra volta, davanti al mare,
più percependola che osservandola,
ti chiederò di narrami le tue impressioni,
come ti è sembrata questa notte?
Davvero sarò riuscita a renderla indimenticabile?
Allora, perché tu sei un cavaliere,
e soprattutto un poeta,
cercherai i miei occhi
e intonerai con voce da cardellino
una parola premonitrice: Labana… Labana…
Quella strana parola, così,
detta così solitaria,
sarà un adagio di andata e ritorno.


Traduzione di Gordiano Lupi
Dalla raccolta Anatomia dello sguardo, Il Foglio Edizioni, 2024
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Qui la recensione della silloge “Anatomia dello sguardo”

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