Antonia Buizza – Romantico swing

0
1243

Non ho mai amato la musica.

A onor del vero, non l’ho mai neanche odiata.

Ho sempre provato una cordiale indifferenza, che non è mai sconfinata nell’aperta ostilità.

I miei ricordi musicali più lontani si arenano tra le note di Frà Martino Campanaro e le parole di Romagna Mia, canticchiate sottovoce da mio padre alle feste dell’Unità.

Negli anni dell’adolescenza, quando le mie amiche si improvvisavano groupie di provincia al seguito dei Pooh, io le seguivo a rimorchio, senza troppa convinzione. Anche un concerto dei Nomadi nel campo sportivo dell’oratorio era sempre meglio del divano dei miei e delle immagini in technicolor della Principessa Sissi.

Benché il viso glabro di Miguel Bosè abbia vegliato sui miei sogni puberali dall’alto di un poster di Sorrisi e Canzoni TV, credo che ciò non abbia avuto nulla a che fare con la sua musica, di cui non rammento neppure una nota, o un titolo.

Anni fa mi è stato regalato un iPod: contiene soltanto un corso di francese che ascolto nell’andirivieni verso la casa della mia infanzia. I miei fratelli, infatti, insieme alle gentili consorti, mi hanno eletta badante pro tempore dei nostri genitori, in virtù del mio lavoro di infermiera e della mia condizione di zitella stagionata, anche se single senza rimpianti suona quasi allettante.

(Chi meglio di te può badare ai nostri vecchi? Con la tua esperienza ti basta un’occhiata per capire se c’è qualche problema e poi, in caso, ci chiami. Un giretto quotidiano a casa loro è quasi un diversivo, con tutto il tempo libero che ti ritrovi…). Avrei potuto rifiutarmi, avrei potuto mandare i miei fratelli a quel paese, ma mamma e papà sono brave persone, anche se hanno generato due stronzi.

Ho bandito la musica dalla mia vita non per scelta, ma per caso; talvolta ci siamo sfiorate, senza mai veramente conoscerci. Almeno fino a tredici mesi fa, quando ho incontrato te. E il jazz.

Ero seduta in seconda fila, trascinata in teatro da Lucia Zanetti, una collega in fase depressiva che voleva assistere a un concerto per sentirsi figa quanto basta.

A forza di moine e piagnistei della serie Oramai, alla nostra età, che cosa ci resta?A cinquant’anni una donna è oramai ben oltre la sua data di scadenza… mi ero convinta ad accompagnarla, non fosse altro che per dare un taglio alla litania di oramai che stava facendo naufragare anni e anni di psicoterapia comportamentista. (Il mio problema è che non smetto di fare l’infermiera nemmeno quando ho finito il turno, e su questo punto neanche la mia terapeuta ha ottenuto granché).

Indossato a malavoglia il tubino delle grandi occasioni, che mi tira ogni anno di più sui fianchi, sono passata a prendere la Zanetti sotto casa. La poverina è messa ben peggio di me: io faccio la badante per un’ora al giorno, lei a tempo pieno, non essendosi mai allontanata dal tetto paterno. Mentre Luisa percorreva il vialetto, ho intravvisto la sagoma di suo padre che, dietro le tendine ricamate a punto croce, sorvegliava con chi uscisse la figlia, conciata più per un giro in balera che per un concerto di pianoforte.

«Che bello uscire insieme! Dovremmo farlo più spesso», mi ha cinguettato Luisa schioccandomi tre bacetti sulle guance e inondando la mia panda di Patchouli, un profumo che era già datato negli anni ottanta, figuriamoci adesso!

«Dio me ne scampi e liberi: la musica non è in cima alle mie passioni, e neppure a metà; inoltre, con questa uscita, hai esaurito il mio bonus bontà per i prossimi sei mesi, cara la mia Zanetti!», avrei voluto dirle, ma, benché la tentazione fosse forte, l’ho tenuto per me.

Dopo un tragitto all’insegna del buonumore, in cui la collega mi ha dettagliatamente ragguagliato sui sintomi della sua incipiente menopausa (Vedrai… sentirai che problemi: vampate di calore, insonnia, palpitazioni… Preparati… anche se hai qualche anno in meno di me, oramai nemmeno tu sei di primo pelo!), sono riuscita a trovare parcheggio in una via non troppo lontana dalla sede del concerto.

Mentre la mia compagna, dall’alto del suo tacco dodici, caracollava sul pavé delle vie del centro, abbiamo raggiunto il teatro, ovviamente in imbarazzante anticipo.

«Che ne dici di un aperitivo?», mi ha proposto lei, trascinandomi nel bar più caro della città. Sedute al bancone, lo specchio ci rimandava l’immagine di due tardone che giocavano a Sex and the City.

«Prosecco?» la Zanetti guardava scandalizzata il mio calice di Franciacorta. «Ma non sai che oramai, alla nostra età, l’alcol è puro ve-le-no? Non parliamo poi delle calorie!». E, avventandosi sulle noccioline, ha iniziato a disquisire sul potenziale calorico di ogni leccornia che popola il mio frigo, passando per i vantaggi della dieta Zona fino ad approdare alla teoria dei gruppi sanguigni.

Con mio sollievo le lancette dell’orologio sopra il bancone hanno finalmente raggiunto i dieci minuti alle nove e ci siamo affrettate.

«Ti piace il jazz?», mi ha domandato la Zanetti, porgendo il biglietto alla maschera in livrea che presidiava l’ingresso.

«Non particolarmente», le ho risposto laconica; la prospettiva di un concerto mi allettava nella misura in cui mi esentava dalla conversazione.

«Nemmeno io sono un’appassionata, ma dicono che questo pianista qua sia bravissimo. E poi è bello fare qualcosa di insolito, di tanto in tanto!».

I velluti rossi del Teatro Grande avevano fatto perdere un po’ della sua disinvoltura alla mia compagna che, seduta in quel tripudio di stucchi dorati, si lisciava la gonna, troppo corta per quell’ambiente; e per quelle gambe.

Dopo aver tentato invano di coinvolgermi in un selfie di coppia, si è rassegnata a immortalare l’evento in solitaria e a postarlo in tempo reale sulla sua pagina facebook (Così facciamo morire d’invidia i colleghi!). Io intanto ho incominciato a rilassarmi, sprofondando nelle poltroncine della platea. Finalmente si è fatto buio e ho pregustato una dolce pennichella, complice il bicchiere di bollicine che mi stava causando una gradevole sonnolenza. Un fascio di luce ha d’improvviso illuminato il pianoforte che troneggiava nel mezzo del palcoscenico. Il pubblico si è lasciato andare ad un applauso carico di aspettativa, e io mi sono accodata senza eccessivo entusiasmo.

Un trentenne allampanato dall’aria sparuta ha fatto il suo ingresso sul palco e si è seduto dinnanzi alla tastiera. Dal buio sono emersi i componenti della band. Le note hanno cominciato a fluire, e io sono stata presa dallo swing.

Il riconoscimento è avvenuto fra un arrangiamento di Summertime e una versione sincopata di Un gelato al limon. Le tue mani volavano sui tasti, gli occhi socchiusi in un godimento quasi fisico.

Ho asciugato i miei e ho cercato di riappropriarmi del mio respiro. Le mani erano contratte sui braccioli, umide di sudore, il cuore dava pericolosi segnali di tachicardia ma, a dispetto degli auspici della Zanetti, sapevo che non erano i prodromi della menopausa. Da una memoria che credevo cancellata, è affiorato il ricordo di antichi rossori; un languore noto, eppure scordato da tempo, mi ha stretto le viscere. Le canzoni si susseguivano, grani di un rosario che mi avvinceva sempre più tenacemente al tuo corpo esile e alla tua voce roca e gutturale. La mente, atterrita, arretrava dinnanzi a un’emozione, cui non voleva dare nome.

La fine del concerto ci ha lasciati senza fiato.

Prosciugato dalla tua interpretazione di Night and Day, hai guardato come smarrito la platea in penombra. Mi sono sentita accarezzare dal tuo sguardo fuggevole e, per la prima volta dopo tanto tempo, ho desiderato di essere bella.

Il ritorno a casa è avvenuto in silenzio. La Zanetti, accasciata sul sedile del passeggero, si è abbandonata ad un sonno rumoroso e pesante. Ha riaperto gli occhi solo quando ho frenato davanti alla ringhiera di casa sua.

«Siamo già arrivate? Buona notte. Ci vediamo domani in reparto», ha farfugliato con voce impastata.

«Ciao, Luisa. Grazie per la bella serata», le ho detto di rimando. Ed ero sincera.

Quella notte non ho dormito. Le canzoni mi risuonavano ancora nelle orecchie. Chiudevo gli occhi e ti rivedevo, seduto al pianoforte, immerso nelle note di Guarda che luna.

Mi sono alzata che fuori albeggiava e mi sono attaccata al PC: non sei sposato, non sei fidanzato e, pare, nemmeno gay. Io, invece, mi sono sentita un’idiota integrale, e anche un po’ patetica.

Quel giorno, finito il turno in ospedale, ho ripercorso in scarpe da ginnastica la strada della sera prima e mi sono ritrovata davanti al teatro. Doveva apparire ben strana, nell’ora dell’aperitivo, questa donna in tuta informe e piumino che fissava inebetita un portone chiuso. Sono entrata nel primo negozio di dischi che ho trovato, uno dei pochi sopravvissuti in questi anni di egemonia digitale, e ho comprato ogni CD in cui comparisse il tuo nome. Ho fatto ritorno nella mia tana e, ancora infagottata nel giubbotto, ho inserito nel portatile un disco a caso (all’epoca non possedevo nemmeno una radio). La tua voce è tornata a parlarmi. Quella sera, per la prima volta nella mia vita, ho ballato.

Sono passati tredici mesi da allora: ho cambiato iPod, so chi sono Miles Davis e Franco Cerri, ho comprato uno stereo.

E ti ho inseguito: Milano, Bologna, persino Barcellona la scorsa estate.

Alla Zanetti non pare vero di aver trovato una complice con cui fuggire il fine settimana dalle tendine ricamate di mamma e papà. Non è più così depressa, e la frequentazione di jazz club e teatri la fa sentire molto radical chic.

La settimana scorsa Ferrini, il primario di geriatria, mi ha offerto un caffè nel bar dell’ospedale (pare che negli ultimi mesi io sia uscita dall’invisibilità) e mi ha invitato a cena.

«È la tradizionale serata di beneficenza che organizza la clinica. Mi farebbe molto piacere se mi accompagnasse», mi ha detto con la sua voce calda e gentile, che fa arrossire tante nonnine in reparto.

Ho preso il cartoncino avorio che la sua mano curata mi porgeva e ho letto: La S.V. è invitata a partecipare alla tradizionale cena di Natale. Il ricavato sarà devoluto alla associazione “Insieme si può”. La serata sarà allietata dal jazz di Marco Piovani.

Leggendo il tuo nome, per un istante ho visto tutto nero.

Ferrini ha colto l’improvviso rossore che mi ha inondato le guance e io la sua espressione compiaciuta: il primario è un brav’uomo, ma nemmeno lui è immune dall’egocentrismo maschile. Ho preso tempo e gli ho detto che ci avrei pensato.

Ora il cartoncino avorio è sul comodino accanto al mio letto, fra le pastiglie per il mal di gola e i fazzoletti di carta. Apro l’armadio e mi chiedo che cosa potrei indossare per la serata: il vecchio tubino è stato da tempo archiviato nel sacco nero destinato alla Caritas. Benché il jazz abbia svecchiato il mio guardaroba, non trovo nulla di adatto, nulla in grado di camuffare questa vecchia carampana innamorata di te.

Pantaloni… gonna… gonna lunga… abito corto… colore ai capelli… nuovo taglio… vecchio taglio… rossetto rosso… niente rossetto…

Ma non starò a fantasticare oltre su come mascherarmi: io non ci sarò.

Fingerò un’influenza e mi scuserò con Ferrini, che certo non dubiterà della mia buona fede e del mio autentico dispiacere.

Potrei dirti che ho paura di non essere all’altezza, che temo di apparire invisibile ai tuoi occhi. Ma tutto questo sarebbe tollerabile, benché doloroso.

Ciò che mi spaventa è la possibilità, remota ma reale, che tu non sia all’altezza, e allora questi tredici mesi sarebbero stati una meravigliosa mistificazione. Così preferisco non incontrarti. Preferisco non sapere.

Stacco dall’armadio l’abito blu: è nuovo; volevo inaugurarlo il mese prossimo, quando farai ritorno nel teatro della nostra città. La gelida carezza del raso sulla pelle nuda mi fa involontariamente rabbrividire.

Straccio il cartoncino e accendo lo stereo. La tua voce mi sussurra Via, via, vieni via con me. I piedi già si muovono: eccomi, vengo via con te, ti seguo ballando… per i due minuti e quarantacinque secondi della canzone.