Gordiano Lupi – Un uomo di nome Lorenzo

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Nasco a Firenze nel 1923, guerra finita, siamo già in odor di dittatura, non posso saperlo nella famiglia borghese e ricca dove cresco, figlio di Alice Weiss – ebrea triestina – e di Albano, uomini colti che mi spingono a studiare.
Sette anni resto a Firenze, ché nel 1930 sono a Milano, patria dell’adolescenza, dove mi diplomo al classico e faccio tentativi da pittore all’Accademia di Brera.
Scoppia la guerra, terribile, la sento sulla mia pelle di ragazzo, siamo in fuga verso Firenze, a Milano non possiamo stare, conosco la pittura sacra e incontro don Raffaello Bensi, mia unica guida spirituale.
Decido per il seminario, voglio farmi prete, la vocazione arriva che ho vent’anni, grazie ai dipinti e a un uomo che mi forma, entro nella scuola della Chiesa nel 1943; dopo quattro anni son giovane sacerdote, a guerra finita, quando le bombe son già tutte cadute.
Mi mandano a Montespertoli ad aiutare il vecchio don Bonanni, quindi a San Donato di Calenzano a fare il cappellano per don Pugi. Qui mi scopro ad aiutare giovani operai e contadini che non hanno studiato e chiedono istruzione, almeno saper leggere e scrivere è importante, un uomo colto vale più di un altro.
Alla morte di don Pugi divento parroco di montagna, a Barbiana, Mugello roccioso, in odor d’Appennino; è il 7 dicembre del 1954, comincio a raccogliere ragazzi in canonica per insegnar le cose che non sanno, fondo una scuola serale per contadini, faccio un doposcuola. E i ragazzi delle elementari me li porto in una scuola nuova di avviamento industriale; scrivo e dico sempre quel che penso, pubblico un libro che i superiori giudicano inopportuno.

Non piacciono per niente al Sant’Uffizio le Esperienze pastorali, son definite lettura inopportuna, si pongono fuori dal solco della Chiesa. Ma di quale Chiesa stan parlando? La mia Chiesa è dove stanno i poveri, dove ci sono persone da aiutare, là c’è Dio. Per questo continuo la mia vita da insegnante, la scuola, la piccola parrocchia di Barbiana, i ragazzini che mi voglion bene, anche se la malattia che mi farà morire sta arrivando, quel linfogranuloma che nel 1967 libererà la Chiesa borghese e benpensante dalla presenza d’uno scomodo prete di montagna.
Trovano il tempo per farmi dei processi perché dico le cose di sempre sull’obbligo scolastico, da uomo senza peli sulla lingua, difendo l’obiezione di coscienza contro il servizio militare, dico che fa parte di quella cosa immensa che è l’amor di Dio. Il pensiero unico dei cappellani militari è troppo forte, mi condanneranno per apologia di reato che sarò già morto, nonostante un’autodifesa scritta dal letto dove soffro, in secondo grado. In fondo cosa importa, se la storia ha condannato loro per aver scritto una sentenza assurda?
Lettera a una professoressa resta forse la cosa più importante, scritta a Barbiana insieme ai miei ragazzi, un anno esatto prima di morire. La sete di conoscenza son sicuro d’aver trasmesso ai giovani, il messaggio rivoluzionario di far studiare i poveri per cercare Dio dentro di loro con piena consapevolezza, per affrontare un mondo dove ci è dato vivere.

La mia scuola di Barbiana, nella chiesetta piccola e arroccata di Sant’Andrea, ha accolto ragazzi analfabeti che si sarebbero dispersi, abbandonati da uno Stato che non li proteggeva, senza conoscere le cose, senza poter studiare. E il mio più grande lascito alla vita è stato aver fondato una vera scuola dove far politica e studiare, dove perdersi confusi tra la gente, tutti insieme, sentirsi una cosa sola con il cielo, non una massa di persone sole.
Comunità è Chiesa. Comunità è amore. E lo studio dà i mezzi per amare. Tutto il resto son parole inutili di chi non sa ascoltare.

Postilla finale – Giovanni Paolo II ha riabilitato la figura di Don Lorenzo Milani con queste parole: “La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che talvolta veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come un ospedale da campo per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati”. Troppe parole inutili sono state dette sulla figura di un uomo coraggioso che ha messo la sua vita al servizio del cambiamento dei tempi e che ha dato amore in cambio di insulti.

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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