Gloriana Orlando – Dono di Natale

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a Ginevra e Cristiana, i miei obiettivi

 

Quest’anno voglio fare il presepe. È da quand’ero bambina che non lo faccio più. Mi ricordo la gioia dei preparativi per il Natale, la mamma che apriva la cassapanca, tirava fuori una scatola di cartone dov’erano conservati i pastori, la capanna era avvolta a parte, in un grande foglio di carta velina ormai tutta stropicciata. Usavamo la scrivania di papà che prometteva di non lavorare, almeno in quei giorni, e di dedicarsi solo a noi. La spingevamo verso il muro, nell’angolo, in modo da avere due pareti su cui incollare il cielo di carta dove avevamo disegnato le stelle e la grande cometa che veniva proprio sopra la capanna. Ogni volta la mamma mi raccontava la storia di Maria e Giuseppe, costretti a scappare perché Erode voleva uccidere tutti i bambini per eliminare il Messia. Poi Maria si sentiva male, per la paura e la fatica di quel viaggio sul dorso dell’asino, era stanca, senza forze e faceva freddo quella notte, così si erano fermati in una capanna dove c’era un bue. Giuseppe l’aveva fatta sdraiare sulla paglia, vicino al bue che, con il fiato e il calore del suo corpo, la riscaldava; anche l’asinello si era sdraiato vicino a lei.
Dopo che avevamo sistemato la capanna con i suoi abitanti, ci dedicavamo ai Re Magi e poi ai pastori. Ripetevamo quel rito ogni anno, dedicando un intero pomeriggio a fare il presepe; la mamma mi spiegava tutto ogni anno come se fosse la prima volta e, come quando mi raccontava le fiabe, se dimenticava qualche particolare ero io a ricordarglielo. Non mettevamo Gesù bambino nella mangiatoia perché il miracolo sarebbe avvenuto quella notte. La mattina di Natale, prima ancora di correre a cercare i regali, andavo a controllare che il bambino fosse nato. E ogni volta mi emozionavo vedendo quel corpicino quasi nudo; mi faceva pena, così lo coprivo con la paglia e alitavo vicino a lui per riscaldarlo perché, a mio parere, il bue e l’asinello non erano sufficienti. Poi i regali avevano il sopravvento e al presepe non pensavo più fino all’anno dopo.
Quest’anno faccio il presepe per la mia nipotina, ormai è in grado di capire e potrò raccontarle la storia di Maria e Giuseppe, dell’asino, del bue e tutto quanto. Magari le dirò che avevano intrapreso il viaggio perché c’era il censimento… Ma no, meglio lasciare la storia così come me la raccontava la mamma, è più facile da capire per un bambino: che ne può sapere Micol del censimento, invece un re crudele che vuole uccidere i bambini è più vicino alle fiabe cui è abituata. La mia famiglia è andata via da questa casa quando avevo sette anni, io sono tornata ad abitarci dopo molto tempo. La cassapanca è sempre rimasta in soffitta, ma oggi ho fatto venire il ragazzo delle pulizie con suo fratello e l’hanno tirata giù. Spolverata e lucidata, sembra che il tempo non sia passato. La apro con emozione, la annuso, respiro l’odore della mia infanzia, tutto è come l’ha sistemato la mamma tanti anni fa. Tiro fuori la scatola di cartone. Sopra c’è scritto presepio. Riconosco la scrittura della mamma, elegante, un po’ inclinata verso destra.
– Dài, nonna, aprila, voglio vedere cosa c’è dentro.
Torno al presente e tolgo con delicatezza il coperchio. I pastori sono avvolti in fogli di giornale, li srotolo, piano per non rovinare la carta, leggo la data, 7 gennaio 1957. Una sottile malinconia si fa strada ma la ricaccio subito in fondo, non ha senso il rimpianto per un tempo così lontano, la vita è andata avanti e mi ha portato tante cose: esperienze, gioie, dolori…
Una fitta in mezzo al petto. Come se un pugno d’acciaio mi stringesse il cuore. E torna la solita angoscia, era tanto che non si affacciava. Perché proprio oggi che sono così serena e felice?
Penso a quell’altro Natale. Dolore, paura, nausea. Paura del futuro, paura del dolore fisico, paura delle decisioni da prendere. Andrò a Milano a operarmi un’altra volta? Ma come fare con la bambina piccola, a chi la posso lasciare per tanto tempo? Ci sarà qualcuno che mi assisterà dopo l’intervento che sarà, già lo so, più tremendo del primo? Forse è meglio che mi operi qui, almeno resto vicino alle persone che mi possono aiutare in qualche modo. E da chi mi faccio operare qui? Dal medico che ha combinato questo bel guaio con la sua incompetenza e superficialità? Che brutto Natale mi aspetta.
Ed è stato un brutto Natale, anche se meno terribile di quello che temevo, perché miracolosamente i disturbi provocati dalla chemio sono durati meno del previsto, permettendomi di stare bene, relativamente, la notte del 24.

Oggi sono esattamente trent’anni dalla data fatidica della sentenza. Perché una diagnosi di cancro è una sentenza. Questo Natale non ha niente di speciale. Al solito, ci sarà un cenone a casa di parenti con chiasso, strilli di bambini, regali stupidi che andranno ad arricchire il montepremi della tombola degli orrori che organizzo ogni anno per l’Epifania, al fine di smaltire tutte le mostruosità che mi hanno regalato. Si mangerà troppo e male, si metteranno su i soliti quattro chili che poi bisognerà eliminare a costo di enormi sacrifici. Niente di che, la mia vita. Ma è vita! Una vita che durante quell’altro Natale pensavo non avrei potuto avere. Mi ricordo che, durante il cenone, degli amici programmavano la settimana bianca per febbraio. Discutevano animatamente di date, località più o meno innevate, abbigliamento da rinnovare perché ormai sciupato… Io mi sentivo ancora più disperata, a sentire quei discorsi. Non potevo fare alcun progetto, le uniche certezze erano le date dei cicli di chemio, sempre che i valori delle analisi si fossero mantenuti nella norma, perché altrimenti si doveva rimandare, e rimandando si rischiava di compromettere l’esito della cura. Un esito comunque incerto, perché non mi avevano dato grandi speranze. Un medico, per rincuorarmi, aveva detto: “Non si abbatta, signora, lei tutto sommato ha un buon trenta per cento di possibilità di farcela, anche quaranta, via!”. Non c’era di che fare progetti per il futuro. Mentre i miei amici si accapigliavano per scegliere tra Canazei e Cortina, io non sapevo nemmeno se ci sarei stata a febbraio.
Eppure ce l’ho fatta! Per questo sono qui a raccontarvelo, perché voglio mandare un messaggio di fiducia a chi ancora sta lottando. Non arrendetevi, sarà dura, non lo nascondo, a volte durissima. Ma non è una lotta perduta in partenza, anche se vi hanno detto il contrario. La vostra voglia di vivere gioca un ruolo importantissimo. Io ne ho avuta tanta, voglia di vivere. Createvi degli obiettivi per cui valga la pena di lottare. Io avevo una bambina di poco più di un anno e un’altra di nove. Se non sono obiettivi questi! E ho lottato con le unghie e con i denti.

Sorrido mentre le racconto la storia di Gesù bambino e mi viene in mente che questi trent’anni di vita, questi trenta giorni di Natale che ho passato con le mie figlie, che ho ottenuto dal destino, sono stati il miglior regalo di Natale che abbia mai ricevuto.


Il racconto è stato pubblicato nell’antologia Saluti a Dickens edita da Scalino nel 2012.

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Gloriana Orlando ha insegnato per diversi anni “Materie Letterarie e Latino” nei licei di Catania, sua città natale, dove tuttora vive; adesso si dedica a tempo pieno alla scrittura, collaborando con alcune riviste culturali. Ha pubblicato una decina di romanzi, tra cui “Profumo di papaveri”, tradotto in rumeno, “Quizás quizás quizás. Un romanzo epistolare”, “Alienor, facebook ergo sum” sul mondo della comunicazione virtuale, “E noi sull’illusione...”, un giallo psicologico, “Il filo del tempo”, con cui ha vinto il Premio Internazionale Nino Martoglio, “Un inconfessabile segreto”. Numerosi racconti sono entrati a far parte di importanti antologie tra cui “Saluti a Dickens”, pubblicato in tre lingue, inglese, italiano e bulgaro dalla casa Editrice Scalino di Sofia. Tra i numerosi saggi pubblicati, “La ricerca di una via d’uscita dallo sgomento di vivere” ha partecipato al Premio Letterario Nazionale Sebastiano Addamo. Il saggio su De Roberto dal titolo “Dalla Beata Ximena a don Blasco. Figure di religiosi ne ‘I vicerè’ è stato inserito nel IV volume di un’antologia della critica dal titolo “Letteratura e Sacro”, edito da Bastogi Libri. Nel V volume della stessa antologia è stato inserito il saggio dal titolo “Italo Calvino: il ‘broglio metafisico’ di uno scrutatore”. Dallo spagnolo ha tradotto “Libro de los regresos” di Daniel Salguero Díaz, “Un regalo de Navidad rojo” di Reynold Pérez Vásquez.

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