Nel 1972 Marco Bellocchio sostituisce alla regia il collega Sergio Donati per dirigere un film in cui intreccio politico, noir e manipolazione della realtà da parte dei media si mescolano in un connubio dagli esiti più che convincenti.
Bellocchio si muove sulla scia del cinema socialmente impegnato di quegli anni facendo ricorso ai prelievi, spezzoni di filmati autentici inseriti in alcuni punti cruciali della vicenda. Il film, infatti, si apre con le immagini di un comizio pubblico. Siamo a Milano. Vediamo un giovane Ignazio Larussa, membro all’epoca di un comitato anticomunista, nelle vesti di oratore.
Il protagonista del film è Giancarlo Bizanti (Gian Maria Volonté), direttore de Il Giornale, quotidiano di fantasia che anticipa di due anni la nascita dell’omonima testata diretta da Indro Montanelli.
A seguito di un assalto dimostrativo alla sede del quotidiano da parte di un gruppo della sinistra extraparlamentare, il direttore cerca di far leva sull’episodio per strumentalizzarlo in vista delle imminenti elezioni politiche. Il finanziatore della testata è un ricco borghese (John Steiner) che guida con cinico distacco le sorti della redazione, spalleggiato da un Bisanti ambiguo, colto e compassato.
Quando una giovane studentessa viene stuprata e uccisa, Bisanti, coadiuvato dall’ingenuo redattore principiante Roveda (Fabio Gamba) e allo smaliziato Lauri (Jacques Herlin), collabora con le forze dell’ordine e le guida verso un giovane appartenente a una fazione di estrema sinistra (Corrado Solari). Nonostante i dubbi e l’effettiva mancanza di prove, il ragazzo viene arrestato e accusato di omicidio, anche grazie alla testimonianza dell’ex amante del ragazzo. La professoressa Zigai (Laura Betti), mossa da sentimenti di vendetta, finisce per assecondare il gioco del direttore. Alla vigilia delle elezioni, il capro espiatorio perfetto diventa il mostro da sbattere in prima pagina, nonostante Bisanti abbia scoperto qual è il vero assassino.
Con questo film Bellocchio, pur partendo da un abbozzo di Donati, realizza, con la collaborazione di Goffredo Fofi, una sceneggiatura che contiene alcuni elementi ricorrenti della sua cinematografia. Troviamo il rapporto tra i poteri occulti, che governano la società, e il singolo. La cultura che diventa strumento di manipolazione collettiva. La lotta spesso infruttuosa dell’individuo contro le derive autoritaristiche delle istituzioni. Ma se in alcuni lavori successivi l’immaginazione e la portata rivoluzionaria dell’atto creativo lasciano aperto uno spiraglio al possibile cambiamento, in questa pellicola ciò non emerge.
La poesia è sì metafora, ma non salvezza. Alla visionarietà grottesca di Elio Petri – pensiamo a film come Todo Modo o Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, interpretati entrambi dal grande Volontè – il cineasta piacentino preferisce la poesia di un immaginario elegante, ma non per questo meno perturbante. Basti pensare alla scena finale in cui le acque del fiume trascinano con sé i rifiuti raccolti sulle sponde. Rifiuti che rappresenterebbero metaforicamente il mondo borghese e le sue menzogne.
L’interpretazione magistrale di Gian Maria Volontè, nei panni del direttore del quotidiano di destra Il Giornale, e la prova intensa di Laura Betti conferiscono alla pellicola una drammaticità mai retorica e appesantita.
L’intreccio è semplice e non tutte le interpretazioni sono magistrali. Tuttavia, pur nello spazio esiguo di novanta minuti scarsi, emergono due figure straordinarie, icone perfette di un teatro tragico senza tempo. Gian Maria Volontè abbandona gli eccessi dei personaggi interpretati in alcuni lavori precedenti e incarna una figura in apparenza sottotono: è il fuoco che cova sotto la cenere, la quiete prima della tempesta. Mentre Laura Betti impersona con grande maestria la lotta tra il disincanto e la passione, che è già sempre e innanzitutto passione per la vita.
La manipolazione dei fatti, a opera dei media, assume nell’era di internet un significato di grande attualità. Sbatti il mostro in prima pagina è un’opera ancora in grado di trasmetterci molto, sia in termini estetici sia in quelli di una riflessione mai banale sul rapporto tra potere e informazione. Consigliato a chiunque ami un cinema impegnato, visivamente potente e mai didascalico.